Per lui, che ha vestito tre volte i panni di Mussolini, «il teatro è un atto politico, ma solo quando è atto artistico». E a parer suo sbaglia chi inserisce riferimenti all’attualità nelle opere «per strizzare l’occhio al pubblico»
«Il teatro è un atto politico, certo che lo è, ma soltanto quando è un atto artistico e professionale». Parola di Massimo Popolizio, attore e regista. Lui, che nel 2024 ha portato sul palcoscenico un requiem per Matteotti e le vittime dello squadrismo ma pure i papi Roncalli e Montini, ha interpretato tre volte Benito Mussolini. È in tournée con due mostri sacri del teatro, Umberto Orsini e Franco Branciaroli: cura la regia de I ragazzi irresistibili di Neil Simon.
A maggio debutterà al teatro Argentina di Roma con un testo di Pinter «piuttosto cattivo», Ritorno a casa, e a giugno dirigerà uno spettacolo dedicato alla vita di Orsini a Spoleto. Il teatro è per lui sì politico, ma quello vero «non ha nulla a che fare con i colori politici e non c’è niente di più stupido della cronaca portata in scena. Sbagli, secondo me, se lo fai per strizzare l’occhio al pubblico».
Ma il teatro vive anche di consenso, no?
Certo che lo spettacolo è cosa viva, che si respira ogni sera, che vive delle emozioni di chi è in sala, ma far rivivere alcuni testi è un dovere, farlo bene è il mio lavoro. Prendi per esempio Furore di Steinbeck: parla di un’emigrazione di massa ed è profondamente attuale, e allora sarebbe stato facile, quando ne ho fatto uno spettacolo, inserire un video di Lampedusa, un riferimento. Ma non c’è bisogno, e anzi fai male al testo, a far così: abbassi la tragedia delle cose. E manchi di rispetto all’intelligenza di chi viene a teatro.
Da M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati hanno tratto ora una serie tv, lei ne curò una regia teatrale nel 2022, un successo.
Idem come sopra: per la drammaturgia di quel romanzo non desideravo né stivaloni né divise né teste calve, perché allora tanto valeva guardarsi un documentario della Luce, che è poi molto più forte di qualsiasi spettacolo che cerchi di imitarlo. Ho cercato la possibilità di un racconto grottesco, se vuoi anche un po’ felliniano, di un’epoca che in tanti hanno raccontato in modo iperrealistico, con una staffetta tra 18 attori e un montaggio incalzante, una forte presa emotiva.
Lasfidadi“M– Ilfigliodelsecolo”Quale emozione sarebbe iperrealistico portare oggi su un palcoscenico?
Quello che a me preoccupa di più è la rabbia, così forte. L’ingiustizia sociale e le differenze economiche sono così alte che servirebbe un governo pacificatore che non c’è, e anzi c’è un governo provocatorio. E mi dispiace, perché io faccio l’attore e non posso essere un tuttologo. Posso parlare per ore di cosa succede nel terzo atto dell’Amleto, quello sì, ma di armamenti e di guerre ne so così poco che vorrei rivendicare il diritto di potermi fidare dei politici al governo.
Teme che si alzino i toni?
So solo che quando ero ragazzo – abitavo a Roma a Monteverde vecchio e non ho mica fatto il classico, ma ragioneria – si andava al liceo Manara dove c’erano tutti quelli di sinistra, e dai Parioli venivano giù quelli col vespone a provocare. Ero piccoletto, ai tempi, e quando li vedevo magari scappavo pure, una sola volta mi sono preso due schiaffoni. Ma non c’era mai un coltello, figuriamoci una pistola. Finiva lì, allora. Era un modo sano per confrontarsi e forse pure per scaricare un po’ di adrenalina. La violenza oggi è andata invece oltre ogni limite. Le risse sono la cronaca del malessere.
Quel ragazzo di Monteverde vecchio si immaginava dove sarebbe arrivato?
Quando ho iniziato a far l’attore non mi interessava, per niente. I miei problemi di allora erano altri: andar via da casa, fare cose strane, anche stupide o che mi sembrassero rivoluzionarie. Era questo il modo che avevamo di vivere il mestiere d’attore. Quel che dico sempre ai giovani che hanno questa vocazione è che è data loro la possibilità di vedere le cose in modo diverso, e non occorre che si affannino a diventare come gli altri, ad aderire il più possibile a quello che si pensa sarà di successo.
Da giovane ha persino venduto pentole, lavorato in profumeria…
Sì, ma guardi che non è che mi metto una stelletta sul petto, a raccontare queste cose. Ho superato i sessant’anni, faccio parte di una generazione per cui le cose stavano semplicemente così: per guadagnare dei soldi dovevi lavorare. Non c’era papà che te li dava, e figurati per noi che eravamo in quattro fratelli con uno stipendio solo. Quindi se dovevi comprarti una chitarra o un registratore ti vendevi i giornaletti usati alle vicine di casa per 30 o 50 lire, oggi rischi di essere persino fuorilegge se fai una cosa così.
Subito dopo il diploma all’Accademia Silvio D’Amico iniziò a collaborare con il regista Luca Ronconi.
Sono stato fortunato, ho subito lavorato in “serie A”, e la vita l’ho imparata attraverso i grandi incontri. Ronconi, Anna Maria Guarnieri, Umberto Orsini, Mariangela Melato… mentre iniziavo a lavorare scoprivo che una camicia bianca è meglio di una a quadri, e che al ristorante se chiedi prima l’insalata del primo digerirai meglio. Come una spugna, dai mostri sacri cercavo di capire che musica ascoltavano, che libri leggevano. Per un figlio di una famiglia piccolo-borghese come me, dalle vedute un po’ piccole, è stato cominciare ad aprire la mente.
Quanto era difficile il lavoro che Ronconi vi proponeva sui testi?
Difficilissimo, una volta crollai fisicamente in scena, in Atti di guerra, una trilogia da nove ore. Non era però una proposta di lavoro intellettuale come qualcuno potrebbe pensare. Anzi, lui rideva degli intellettuali. In realtà il mestiere dell’attore è pratico, mira a risolvere le questioni interpretative. Far diventare le parole piene di senso può voler dire pensare, mentre le dici, a tuo zio che sta male. Io, almeno, mi sono formato così: con una sorta di griglia emotiva a cui posso appoggiarmi per recitare. Con lui si imparava che il teatro non è quella cosa che ci si siede e qualcuno racconta una storia, ma è fatto di relazioni, movimenti, risposte, costruzioni dinamiche. Ripetute all’infinito, anche i giorni in cui non ti va, pure se stai male o se ti sembra senza senso quel che stai facendo. Ronconi era formidabile nell’utilizzare la voce, il respiro, il movimento dei suoi attori, ma pure i loro difetti, le loro paure, le loro angosce. E così ho imparato a fare i conti con me stesso.
Da regista è intransigente come lui con i suoi attori?
Certamente dipende dai testi che fai, e però – a parte che non penso che sia un male essere esigente – il mio modo di procedere è sempre stato l’entrare in crisi: un risultato si raggiunge solo dopo una crisi. È così che si è contenti di sé stessi, che si ottiene la soddisfazione. Mica poco, avere stima di sé, di questi tempi. Perché la vita entra anche nel lavoro come uno tsunami, a volte. Ultimamente penso spesso a mio padre, alla sua stanchezza nell’affrontare la vita, con la quale sono sempre stato molto critico. E però oggi lo capisco, e lui aveva quattro figli e io non ne ho nemmeno. Mi dispiace non sia in vita, vorrei dirglielo che mi ritrovo stanco anche io.
Da doppiatore, ha dato la sua voce a lord Voldemort nella saga dei film di Harry Potter. Fu Philip Roth a sceglierla tra i possibili lettori dei suoi libri. Cos’è la voce per un attore?
Beh, ognuno ha la sua. Ce ne sono di profonde, vibranti, alte, acute, tenorili… e però quanto è bella, la voce? Io penso sia la cartina di tornasole di quello che sei. Dalla voce puoi capire se una persona soffre o è gioiosa, per esempio. E nel caso dell’attore le corde vocali sono un po’ come i piedi dei ballerini. Se li guardi da vicino sono tumefatti e rotti, risultato di prove ed esercizi massacranti. Così dentro la voce di ciascun attore potresti fare un carotaggio, e scoprire gli spettacoli fatti, le volte in cui si è arrivati a essere afoni, quelle in cui c’è voluto il cortisone. Una specie di accumulo a lasagna, ecco, non saprei come meglio definirla.
Continua a collezionare conchiglie? Cerca dentro di loro la voce del mare?
Ho smesso da anni di avvicinarle all’orecchio, devo dire. Quando passo dei periodi in cui sto particolarmente bene, è però il mio sogno ricorrente, quello di andare a scavare e trovare conchiglie. Più che un collezionista, sono un accumulatore, ho armadi pieni di fossili e insetti, pezzi di corteccia e pelli di serpenti dopo che hanno fatto la muta. Li considero tesori, gioielli naturali. Penso sia importante conservare una parte bambina in noi, pure da adulti. L’importante è non mostrarla troppo, e però non la butterei mai via.
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