Un panorama sul primo trentennio dei rapporti diplomatici tra Italia e Santa sede è l’ultima novità dagli archivi d’Oltretevere. Appena uscito, il libro che riguarda gli ultimi sei anni del pontificato di Pio XII completa l’inventario delle carte dell’ambasciata del papa a Roma aperte alla consultazione. In tutto sono quattro volumi (L’archivio della nunziatura apostolica in Italia) che in oltre tremila pagine – solo gli indici dei nomi, dei luoghi e delle istituzioni ne occupano cinquecento – documentano le relazioni diplomatiche dal loro inizio nel 1929 sino alla morte di Pacelli nel 1958.

Lo storico gesuita Pierre Blet, in una ricostruzione della «rappresentanza diplomatica della Santa sede», ne ha individuato le lontanissime origini negli inviati che nei primi secoli i vescovi di Roma mandavano in missione a rappresentarli: presso altre chiese oppure in sinodi o concili, e in un senso più proprio alla corte degli imperatori bizantini – erano gli “apocrisari” – e di altri sovrani nel medioevo. Signori di buona parte dell’Italia centrale, i papi hanno iniziato con l’età moderna ad avere nella penisola loro ambasciatori, i “nunzi apostolici”, a Venezia, Torino, Firenze, Napoli e Modena.

Con il processo di unificazione dell’Italia e il crollo nel 1870 del potere temporale tutto cambia. Scompaiono ovviamente le nunziature italiane preunitarie, e il papa non ha più uno stato, ma non vengono meno le relazioni diplomatiche con altre nazioni accreditate presso la Santa sede, in quel momento una dozzina. Al contrario, questa inedita situazione – già negli ultimi anni di Pio IX, ma soprattutto a partire dal lungo pontificato di Leone XIII, che era stato rappresentante papale in Belgio – favorisce una nuova autorevolezza del papato anche sullo scenario internazionale.

Ad affermarlo già nel 1881, intervenendo al parlamento italiano, era stato Quintino Sella; poi nel 1948 lo avrebbe notato, nel rapporto conclusivo della missione presso la Santa sede, un diplomatico d’eccezione come Jacques Maritain.

Secondo il filosofo francese, nominato tre anni prima da Charles de Gaulle, «una delle conseguenze dell’estenuazione del potere temporale dovuta agli accordi del Laterano è stata di accrescere considerevolmente l’importanza rivestita dal corpo diplomatico agli occhi del Papato, che vede nella corona di Ambasciatori e di Ministri da cui è circondato una testimonianza insostituibile del riconoscimento della sua sovranità».

La svolta di Pio X

Il trauma della soppressione del potere temporale era di ostacolo ai rapporti diplomatici con il Regno d’Italia, anche perché, per oltre un trentennio, i papi – Pio IX e Leone XIII – continuarono a rivendicare i diritti, anche temporali, della Santa sede. Iniziò a invertire la rotta il loro successore, Pio X, eletto nel 1903 e che non aveva alcuna nostalgia del potere temporale.

Non a caso, era nato nel Veneto, ancora parte dell’impero austriaco, da una famiglia di origini modeste: dunque non suddito dello stato pontificio né proveniente dalla piccola aristocrazia papale, a differenza di tutti i suoi predecessori per oltre un secolo dal 1775, fatta eccezione per il bellunese Gregorio XVI.

Avviato da papa Sarto, il disgelo con l’Italia progredì sotto il successore Benedetto XV, grazie soprattutto all’amicizia del pontefice con un suo antico compagno di scuola e di università divenuto alto funzionario nell’amministrazione italiana. Il barone Carlo Monti, direttore generale del Fondo per il culto, incontrava il papa un paio di volte al mese, da vero «nunzio e ministro nello stesso tempo», come lo definì Vittorio Emanuele Orlando, mentre lo stesso pontefice arrivò scherzosamente a chiamarlo il «vice papa».

È questa missione a costituire la «conciliazione ufficiosa», come sottolinea nel 1918 l’aristocratico nelle sue Memorie, aprendo la strada dei patti del Laterano, che nel 1929 pongono fine alla «questione romana». Mussolini e il cardinale segretario di Stato Pietro Gasparri firmano un trattato, un concordato e una convenzione finanziaria, poi inseriti nella costituzione repubblicana e aggiornati dall’Accordo di revisione sottoscritto nel 1984 da Craxi e dal cardinale Agostino Casaroli.

I patti vennero firmati l’11 febbraio, e già tre giorni dopo Pio XI confidava al segretario della Sacra congregazione degli affari ecclesiastici straordinari (cioè al suo ministro degli esteri) Francesco Borgongini Duca di prepararsi perché sarebbe stato il primo nunzio in Italia. Il prelato romano aveva collaborato con l’avvocato Francesco Pacelli, fratello maggiore del futuro Pio XII, nelle trattative con l’Italia, e rappresentò la Santa sede in Italia per quasi un quarto di secolo, dal 1929 fino al 1953.

Poche settimane dopo la ratifica dei patti, che avvenne il 7 giugno, la nunziatura prese a funzionare, con sede per trent’anni in una villa sulla Nomentana (dove ora è l’ambasciata di Libia), e nel 1959 fu trasferita a villa Giorgina in via Po. Fino al pontificato attuale i nunzi in Italia sono stati tutti italiani e quasi sempre sono stati nominati cardinali. Così avvenne nel 1953: per suggerimento di Montini e su richiesta di De Gasperi, anche se Borgongini Duca non era nelle simpatie di Pio XII.

Il papa, segretario di Stato dal 1930, non aveva dimenticato come fosse stato di continuo scavalcato dal nunzio in Italia, ricevuto ogni due settimane da papa Ratti che trattava direttamente con Borgongini Duca. E, per un privilegio poi caduto in disuso, a imporre al prelato il cappello cardinalizio fu al Quirinale il presidente Luigi Einaudi.

Con papa Bergoglio, nella storia della nunziatura in Italia si sono accentuate le novità. Nel 2017 non è stato nominato cardinale a fine missione Adriano Bernardini, in precedenza nunzio in Argentina, dove risapute erano le sue divergenze con l’arcivescovo di Buenos Aires. A succedergli nella nunziatura di via Po, per la prima volta è stato un prelato non italiano, lo svizzero Emil Paul Tscherrig, anch’egli nunzio in Argentina ma – al contrario di Bernardini – uomo di fiducia di Francesco. E lo scorso 30 settembre il diplomatico è stato creato cardinale pur restando in carica.

I quattro volumi dell’inventario della nunziatura in Italia, curati da Giovanni Castaldo (il primo insieme a Giuseppe Lo Bianco, con introduzione di Luca Carboni), riflettono la lunghissima missione di Borgongini Duca e, nel quarto volume (introdotto da Francesco Malgeri), quella molto più breve del successore, il piemontese Giuseppe Fietta: dal 1953 al 1958. Sono gli anni dell’apogeo del regime fascista, della guerra e della ricostruzione, fino al predominio democristiano e alle premesse del centrosinistra.

Tre crisi

Evidenti sono il ruolo e i limiti dei nunzi, decani per diritto del corpo diplomatico, ma in Italia più che altrove condizionati dall’azione diretta del pontefice e della segreteria di Stato, documentata dunque da altri archivi. Borgongini Duca dovette affrontare tre gravi crisi nei rapporti con l’Italia: nel 1931 per lo scontro sull’Azione cattolica invisa al regime fascista e protetta dal papa, poi per la guerra di Etiopia, e infine nel 1938 per l’introduzione delle leggi razziali. E se all’inizio il prelato aveva sostenuto l’intransigenza di Pio XI, poi si spostò su posizioni più moderate, prevalenti nella curia.

Così, il nunzio appare a Galeazzo Ciano «personalmente molto antisemita», come il 30 luglio 1938 annota il ministro degli Esteri di Mussolini nel suo diario. Un mese più tardi, Borgongini Duca, «stuzzicato» dallo stesso Ciano, si lascia andare a uno sfogo sullo stesso Pio XI, che «ha un pessimo carattere, autoritario, quasi insolente. In Vaticano tutti ne sono terrorizzati.

Lui stesso, quando deve entrare nella stanza del pontefice, trema», e persino il cardinale Pacelli, «quando va a rapporto, deve, come un piccolo segretario, prendere nota sotto dettatura di tutte le istruzioni».

Trascorsa la guerra, nell’Italia ormai repubblicana e nel contesto della Guerra fredda, gli ambasciatori di Pio XII – che ricorrono spesso a rapporti riservati del Sifar, il Servizio informazioni forze armate – sono allarmati per il pericolo comunista.

E preoccupano anche i contrasti nel partito cattolico, tanto che il 20 agosto 1953 il nunzio Fietta scrive che «la Democrazia Cristiana soffre di marasma interiore e solo il peso della personalità di De Gasperi può impedire pericolosi franamenti». Ma lo statista, che opponendosi al papa nel 1952 aveva impedito la svolta a destra dell’«operazione Sturzo», nel 1954 morì. E per l’Italia cominciò un’altra stagione politica.


 

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