Nuove luci si accendono domenica 12 novembre a Barcellona, alte nel cielo della metropoli catalana a illuminare figure dalle grandi ali. Sono quattro bianchissime sculture, simbolo degli evangelisti, che sono collocate a coronare le torri della Sagrada Família, il monumento più visitato in Spagna destinato a divenire – una volta completato – la chiesa più alta del mondo. Dopo un secolo e mezzo secolo dall’inizio della costruzione.

A questo capolavoro sorprendente Antoni Gaudí, massimo rappresentante dell’architettura «modernista» catalana, lavorò dal 1883 fino alla morte, per oltre un quarantennio. E con lui e dopo di lui si è avvicendato nell’opera – come nel medioevo – un esercito di artigiani e muratori, raffigurati nelle sculture che costellano l’edificio, incrostato dei tipici trencadís fatti di ceramica colorata.

Le torri

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La cerimonia di stasera inaugura le torri di san Giovanni e san Matteo, perché un anno fa sono state ultimate quelle di san Luca e di san Marco. Sono dunque quattro i giganteschi pinnacoli alti 132 metri, superati però da quello dedicato a Maria. Sormontata da una stella con dodici raggi illuminata dall’interno – un dodecaedro di vetro e acciaio con un diametro di 7,5 metri – e completata nel 2021, la torre della Vergine raggiunge infatti i 135 metri.

Non sarà però nemmeno questa la più alta. Al centro delle torri dei quattro evangelisti si sta innalzando quella di Gesù, che raggiungerà i 172,5 metri – un po’ meno della collina del Montjuïc che sovrasta Barcellona, perché l’uomo non deve superare la creazione di Dio – e sarà ultimata per il centenario della morte di Gaudí. Non ancora settantaquattrenne, l’architetto il 7 giugno 1926 fu travolto da un tram: non riconosciuto e scambiato per un mendicante, venne soccorso con ritardo e tre giorni dopo spirò. Da allora ben sette sono stati i suoi successori: dall’allievo Domènec Sugranyes agli ultimi, Jordi Bonet e Jordi Faulí.

La storia

Concepita come «tempio espiatorio» ed elevata a «basilica minore» da Benedetto XVI, che nel 2010 ne ha celebrato personalmente la dedicazione liturgica alla presenza dei reali di Spagna, la Sagrada Família è l’ultima delle grandi chiese europee, che a Barcellona si aggiunge alla cattedrale nel cuore del quartiere «gotico» e a Santa Maria del Mar. In continuità con gli edifici di culto medievali ma nel contesto e con il linguaggio della modernità più avanzata, frutto di molti mestieri e di un lavoro corale.

Una chiesa – era infatti convinto Gaudí – è «l’unica cosa degna di rappresentare il sentire di un popolo, poiché la religione è la cosa più elevata nell’uomo». Partecipe quotidianamente della vita degli operai, per l’educazione cristiana dei loro figli e dei ragazzi del quartiere l’architetto costruisce nel 1909 piccole casette dal profilo ondulato, le celebri «scuole della Sagrada Família».

Nel 1915 il nunzio del papa in Spagna, visitando il tempio in costruzione, definisce il suo ideatore come «il Dante dell’architettura». Un’espressione certo enfatica, ma che si attaglia bene alla grandiosa visione di Gaudí. A descriverla con efficaci tratti è stato quasi un secolo più tardi lo stesso Ratzinger, che lo ha celebrato come «architetto geniale e cristiano coerente, la cui fiaccola della fede arse fino al termine della sua vita, vissuta con dignità e austerità assolute».

La «sacra famiglia» che dà il nome al tempio è ovviamente quella di Gesù, legata dunque al suo custode, san Giuseppe, di cui Gaudí era devotissimo, proprio come il teologo bavarese. «Per questo ora non è privo di significato che sia un papa il cui nome di battesimo è Giuseppe a dedicarlo» ha detto Benedetto XVI nell’omelia. Nella quale, anticipando lo sviluppo attuale della costruzione, Ratzinger ne ha descritto le torri con l’immagine di «frecce che indicano l’assoluto della luce e di colui che è la luce, l’altezza e la bellezza medesime». In totale sono 18: oltre quelle di Gesù, di Maria e dei quattro evangelisti, le altre prendono i rispettivi nome dai 12 apostoli.

Gaudí progettò l’intero tempio narrando la storia di Cristo come in una cattedrale medievale, prevedendone tre facciate: sul fianco destro dell’edificio quella della Natività, «decorata, ornata, rigogliosa», che riuscì a completare; su quello sinistro la facciata della Passione, che descrisse «dura, scarna, come fatta di ossa» (e così fu realizzata tra il 1956 e il 2018 con le scabre sculture di Josep Maria Subirachs sulla base dei bozzetti ricostruiti dopo il vandalismo della guerra civile); e come accesso principale quella della Gloria, iniziata nel 2002, che rappresenta i «novissimi», cioè le realtà «ultime» che attendono ogni essere umano: la morte, il giudizio, l’inferno, il paradiso.

Lo stesso architetto sapeva che altri avrebbero lavorato a quest’ultima facciata, e vede il futuro della sua opera, pur non riuscendo naturalmente a immaginarlo nella realizzazione finale. «Ho deciso di lasciarla solo programmata – scriveva – perché un’altra generazione collabori al tempio, come ripetutamente si vede nella storia delle cattedrali, le cui facciate non solo sono di altri autori, ma anche di altri stili».

Il legame con la natura

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Se all’esterno la Sagrada Família richiama i fantastici castelli di sabbia che i bambini innalzano sulla spiaggia, l’interno è una foresta di pietra che lascia stupefatti. Secondo il progetto di Gaudí: «L’interno del tempio sarà come un bosco», dove i grandi pilastri della navata centrale sono palme, «alberi della gloria, del sacrificio e del martirio». Quelli invece delle navate laterali rappresenteranno i laureles, cioè l’alloro, «alberi della gloria, dell’intelligenza». Piccole e grandi sono poi le figure di animali che si affollano all’esterno del monumento.

Di tre libri ispiratori della visione di Gaudí ha parlato Ratzinger: la natura, la sacra Scrittura e la liturgia. «Così», ha detto il papa, «unì la realtà del mondo e la storia della salvezza, come ci è narrata nella Bibbia e resa presente nella liturgia. Introdusse dentro l’edificio sacro pietre, alberi e vita umana, affinché tutta la creazione convergesse nella lode divina». E l’insieme è reso ancor più fantasmagorico dalla luce che filtra e fluisce nella Sagrada Família attraverso vetrate coloratissime.

Il tetramorfo

Splendono invece di bianco i simboli dei quattro evangelisti, enormi sculture di Xavier Medina-Campany alte 4,5 metri, richiamate sui pilastri interni da ceramiche luminescenti. All’origine di queste figure è la visione che apre il libro del profeta Ezechiele, risalente agli inizi del VI secolo prima dell’era cristiana quando i babilonesi distrussero il tempio di Salomone. La misteriosa e abbagliante visione si apre su «quattro esseri viventi che all’aspetto sembravano avere figura umana» (così la nuova Bibbia Einaudi), con ali e forme di leone, bue, aquila.

È il «tetramorfo», che sette secoli più tardi l’autore dell’Apocalisse descrive nel quarto capitolo: «Il vivente, il primo, era simile a un leone e il secondo vivente simile a un vitello e il terzo vivente ha i tratti del volto come di un uomo e il quarto vivente simile a un’aquila che vola». Secondo Ugo Vanni (Apocalisse di Giovanni, Cittadella Editrice) i quattro «rappresentano il dinamismo che, partendo dal livello di Dio, si indirizza verso la storia umana».

Non hanno dubbi gli antichi autori cristiani, che dal II secolo vedono rappresentati nel tetramorfo i quattro vangeli, per primo Ireneo di Lione, rappresentante fondamentale della tradizione giovannea. Nel terzo libro Contro le eresie (11,8) il teologo (tradotto da Enzo Bellini per Jaca Book) vede nel leone il vangelo di Giovanni, «pieno di ogni tipo di coraggio», nel vitello quello di Luca perché inizia «con il sacerdote Zaccaria che sacrifica a Dio», nell’uomo il vangelo di Matteo che si apre sulla «generazione umana» di Cristo, e infine nell’aquila quello di Marco che esordisce con lo «Spirito profetico che dall’alto discese sugli uomini».

Due secoli più tardi è l’autorità di Girolamo, il più grande filologo e biblista dell’antico cristianesimo latino, a modificare e imporre l’identificazione che poi ricorre nei testi e nelle rappresentazioni figurative, dal V secolo fino alle sculture e alle ceramiche della Sagrada Família. L’uomo è il vangelo di Matteo, il leone Marco, che inizia con la predicazione nel deserto di Giovanni Battista, il vitello è Luca, e l’aquila Giovanni, per l’altezza vertiginosa delle parole con cui si apre l’abissale prologo, prima del tempo e della creazione del mondo: «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio».

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