L’esperienza ideata dal regista e drammaturgo trasforma una Rsa in un luogo di incontro tra generazioni. Non una rappresentazione tradizionale, ma un percorso condiviso tra ricordi, racconti e gesti quotidiani che riporta al centro dignità, desideri e umanità degli ospiti.
Nell’atrio del Centro servizi di San Giobbe, sede di una residenza per anziani, ci danno un cartoncino e un pennarello; scriviamo i nostri nomi e ce li appuntiamo al petto. Intorno a noi anche gli oggetti hanno un’etichetta: “finestra”, “quadro”, “porta”, “sedia”, per soccorrere chi perde la memoria del mondo e di sé. Due giovani donne, che indossano la divisa del Centro, ci - alt. Così non va bene. Devo inventarmi una descrizione diversa, che sia all’altezza di ciò che ho vissuto qui dentro.
Formalmente si tratta di una tappa della Biennale Teatro di Venezia. Ma è riduttivo chiamarlo spettacolo, è un’esperienza collettiva per una trentina di persone accolte dagli ospiti della Rsa e vari attori.
Ricomincio rovesciando la prospettiva. Il dovere professionale del bravo cronista imporrebbe di descrivere prima i fatti, le scene, i gesti, le parole. Le circostanze esterne, innanzitutto. Invece è necessario mettere al primo posto ciò che ho provato. Non prendetela come un’incontinenza egoriferita, vi prego. Io non conto nulla, qui mi offro a voi come piccolo esempio qualsiasi, ma concreto, di cosa succede facendo questa fortissima esperienza orchestrata da Davide Iodice, intitolata Promemoria, che verrà riproposta a Venezia fino a domenica 14 giugno.
Spettacolo per l’anima
Il coinvolgimento diretto con questi anziani mi ha fatto riaffiorare le visite che ho fatto nella Rsa dove stava mia madre, negli anni fra l’ictus e la morte; anche lì pensavo sempre che presto toccherà a me, se mai arriverò a quell’età: ma questo è banale; piuttosto, avevo fatto conoscenza con gli ottantenni e i novantenni che perdono contatto, che ti afferrano un polso sporgendosi dalla sedia a rotelle perché ti scambiano per il loro figlio, o perché nessuno fa quattro chiacchiere con loro.
Sono sicuro che qui dentro ognuno degli altri spettatori (anzi, partecipanti) ha sentito qualcosa di altrettanto forte, ciascuno a modo suo, mettendoci i propri pensieri emozionati e i propri sentimenti etici. Perché questo è uno spettacolo che non accade su una scena, ma soprattutto dentro gli animi. Per parlare di Promemoria bisogna mettere al primo posto la risonanza interiore e reciproca che provoca (con il termine “risonanza” mi riferisco anche alle riflessioni del sociologo tedesco Hartmut Rosa).
Entriamo nel chiostro coltivato a giardino; al centro c’è la signora delle rose, Emma, che fatica ad articolare le parole. Sono sincero: al primo impatto, guardandola, ho sentito un moto di ribellione, temevo di assistere a un’esposizione di vegliardi inermi, benché avessi visto altri lavori di Davide Iodice e conoscessi la sua umanissima delicatezza di artista. Ma in pochi minuti ho capito che, al contrario, Iodice e i suoi collaboratori hanno esaltato la soggettività di queste persone, la loro storia individuale, le loro qualità, le loro voci, ricordi, filosofie di vita, testamenti morali. Li hanno frequentati per mesi, li hanno ascoltati a lungo prima di farli conoscere anche a noi.
Dentro le stanze della Rsa
Le attrici ci chiamano per nome, ci suddividono in gruppetti da dieci, ci scortano nei corridoi, ci fanno salire le scale. Entriamo in una stanza dove Rina ci descrive i mobili; Marisa ci offre il caffè rievocando il suo lavoro di stenodattilografa a Milano; Rosanna, Alberta e Susanna ci illustrano il loro metodo per viaggiare, ora che vivono qui: grazie ai sogni notturni.
Nella piccola palestra, Sylvia danza in duetto con un attore, si mette alla sbarra e distende la gamba tenendola sospesa in parallelo con il pavimento; la sua voce registrata ripercorre la sua vita in Svizzera, al fianco del marito, uno scrittore di fantascienza.
In un ufficio, seduto alla scrivania c’è Guglielmo; con un piglio da comandante ci descrive le sue scorrerie per il mondo, compresa quella volta che salì sulla punta dell’Empire State Building, interdetta a chiunque altro. Nel laboratorio di arte, attorno a un tavolo, incontriamo Romolo dai cento mestieri e mille scioperi militanti; Giorgio operaio della fabbrica di lampadari; un altro Giorgio appassionato di viaggi in bicicletta.
Queste persone hanno più di ottanta, novant’anni. Alcune hanno ancora ricordi di guerra, del primo innamoramento, degli istituti per l’infanzia abbandonata… Ci ritroviamo tutti nella sala comune, una ventina di loro e una trentina di noi, più gli attori e le attrici, nella penombra: altri ricordi, racconti, balli, giochi infantili, proiezioni di vecchie foto; e la passerella finale fra gli applausi e, soprattutto, i loro sorrisi e le nostre lacrime.
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