«È un narcisista». «Sono bipolare». «Hai la dipendenza affettiva». Parole che fino a pochi anni fa appartenevano alla psicoterapia ed alla psichiatria stanno invadendo il linguaggio comune, i social e i media. Potrebbe sembrare una buona notizia: non abbiamo mai parlato tanto di salute mentale. Ma sapere più parole di psicologia non significa necessariamente comprendere meglio noi stessi.

Cosa sta accadendo?

Il fenomeno ha un nome: therapy-speak. Ed è caratterizzato dall’utilizzare in modo approssimativo il linguaggio della psicoterapia e della psichiatria nella vita quotidiana. Il problema non è usare queste parole. Alcune hanno permesso di riconoscere sofferenze che per molto tempo non avevano avuto voce. Il problema comincia quando smettono di descrivere fenomeni complessi e diventano sentenze. Una persona egoista diventa “un narcisista”. Una relazione difficile “è tossica”. Ogni delusione diventa “un trauma”.

In questo passaggio apparentemente innocuo accade qualcosa di più profondo: comportamenti, emozioni e conflitti che appartengono anche alla normale esperienza umana acquistano improvvisamente il peso di una categoria clinica.

Carme Isern-Mas e Manuel Almagro (2025) hanno analizzato questo fenomeno e nel loro lavoro, pur riconoscendo i vantaggi della diffusione del linguaggio psicologico, ne indicano anche i rischi: autodiagnosi, patologizzazione dell’altro, erosione del significato dei termini, e possibilità di utilizzare la presunta autorità del linguaggio clinico per screditare qualcuno o sottrarsi alle proprie responsabilità.

È probabilmente questo l’aspetto più inquietante del therapy-speak. La diagnosi non viene più utilizzata soltanto per comprendere una sofferenza: diventa un giudizio sull’altro. Dire durante un conflitto «sei egoista» lascia aperta una discussione; dire «sei un narcisista» sembra chiuderla. Nel primo caso descrivo un comportamento che posso contestare. Nel secondo trasformo la persona nel suo presunto disturbo. E, soprattutto, mi colloco dalla parte di chi ha già capito cosa sta accadendo.

Esiste poi un pericolo ancora meno evidente. In psicologia viene chiamato concept creep: l’allargamento progressivo dei confini di un concetto. Speerforck e colleghi (2026) lo hanno studiato sperimentalmente chiedendo a un gruppo di partecipanti di distinguere situazioni riconducibili o meno alla malattia mentale. Quando diminuivano gli esempi chiaramente patologici, le persone cominciavano più facilmente a includere nella “malattia” anche situazioni ambigue. In altre parole, il confine di ciò che consideriamo patologico può allargarsi.

Quali sono i rischi?

Il paradosso è che una società apparentemente sempre più competente in materia di salute mentale potrebbe finire per diventare meno capace di comprendere e tollerare la complessità psicologica dell’essere umano. Tristezza, paura, fallimenti, conflitti, separazioni e persone che si comportano male sono sempre esistiti. Non tutto ciò che provoca sofferenza è una patologia e non tutte le persone che ci fanno soffrire hanno un disturbo di personalità.

C’è infine una conseguenza che riguarda la cura. Se parole come “trauma”, “narcisismo” e “borderline” diventano patrimonio di tutti e della rete, tutti, con o senza titoli, si potranno sentire in grado di proporre terapie o soluzioni. E questo potrebbe allontanare chi soffre realmente di una patologia psichiatrica dai canali di cura istituzionali e riconosciuti dalla comunità scientifica.

Per decenni si è dovuto combattere lo stigma della malattia mentale ed insegnare alle persone a parlarne. E i progressi sono stati enormi. Tuttavia, oggi sembra presentarsi una nuova sfida, forse più complessa della precedente: continuare a parlare di salute mentale senza trasformare ogni dolore in una diagnosi e ogni conflitto in una seduta improvvisata. Perché imparare il linguaggio della psicologia dovrebbe aiutarci a vedere meglio la complessità delle persone, non darci nuove parole per etichettare noi stessi o gli altri.

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