Wissal Houbabi è arrivata dal Marocco a tre anni in un piccolo paese umbro, Selci. Lì inizia a scoprire l’hip hop e a girare l’Italia. Diventa un’artista politica e lotta per i diritti di tutti
Quando Wissal Houbabi arriva in Italia dal Marocco, ha tre anni e un nome che in un piccolo paese umbro nessuno sa pronunciare. Selci, 1997: un luogo dove la vita si ripete immobile. «Eravamo tra i pochi immigrati del paese», ricorda. La sua infanzia si sposta lungo confini, più o meno sottili, più o meno evidenti, tra un “noi” e un “loro”. Lei, senza ancora saperlo, sta imparando a vivere negli interstizi.
Figlia di un ambulante e di una casalinga, cresce in una casa in cui lo sfratto è una minaccia ricorrente, il riscaldamento resta spento e la spesa del sabato è un traguardo. «I miei genitori mi hanno insegnato l’umiltà e la determinazione».
L'epifania avviene a undici anni. Un pomeriggio, davanti al televisore, succede una cosa piccola che cambia tutto. Ghetto Gospel del rapper Tupac Shakur irrompe sullo schermo, nella stanza, nella testa di Wissal. Quelle parole le risuonano: differenze, fratellanza, odio, comunità, vivere tra i bianchi.
«Mi ha reso accessibile a undici anni dimensioni che avevo vissuto ma non nominato». La parola razzismo le consegna una mappa retroattiva: tutto quello che non aveva compreso della sua infanzia, ora improvvisamente ha un nome. L’hip hop diventa il suo alfabeto politico, il canale con cui trova qualcuno che era passato da lì prima di lei. Nel paesino di collina, Malcolm X e Martin Luther King diventano compagni di strada.
L’adolescenza è una deviazione forzata: «Mi sono iscritta a un istituto professionale. Non potevo dedicarmi alla creatività che era effimera». Per andarsene sceglie l’unica possibilità: lavorare. Ristoranti, turni, piatti, valigie che si aprono e si chiudono. Si sposta tra Venezia, Verona, Trento, Trieste. Così si paga l’università – lingue e letterature straniere – e intanto fa esperienza di politica attiva.
Vivere nel mondo
«Da dove vengo è per me una domanda esistenziale. Non mi sono mai sentita radicata in un contesto». Il risultato è un’identità «da pallina da flipper»: «Cambio spesso residenza. Io sono figlia di immigrati, vivo nel movimento».
Un giorno, è in piazza con un microfono in mano. Parla. Non con il linguaggio rituale dei collettivi. Parla come i rapper che l’hanno cresciuta: diretta, tagliente, piena di immagini. Le sue parole incarnano una prospettiva inedita, “straniante”: «Ero una delle pochissime attiviste immigrate - oggi si direbbe “razzializzate” - che parlava per esperienza diretta». Così viene invitata, quasi per caso, a un festival di poesia. Ed è lì che avviene la saldatura: «La politica e la poesia si sono manifestate insieme».
Oggi Houbabi lavora con le istituzioni culturali, ma non dimentica che «l’hip hop è stato il nutrimento per chi non era previsto potesse fruirne: mi ha fatto capire che c’è una necessità, che c’è la giustizia». Houbabi di base vive a Bologna, all’interno di una comunità diasporica nordafricana e araba: artisti in esilio dal regime egiziano, performer palestinesi, musicisti tunisini, attori siriani, rifugiati politici, alcuni reduci da persecuzioni, «persone che nei loro paesi sono artisti affermati mentre in Italia sono alieni al mondo dell’arte che qui è un mestiere per borghesi - un privilegio, non un lavoro. Per chi vive la precarietà dei documenti, dedicarsi all’arte è impensabile». Il doppio sigillo che blocca gli artisti della diaspora è noto: un sistema politico che non garantisce stabilità e un sistema dell’arte «chiuso che include nuove voci solo quando diventano feticci, eccezioni».
Lei stessa, quando entra in grandi istituzioni d’arte, sente un sospetto nell’aria: “Come ci è arrivata qui?”. «Dire che gli immigrati con grande talento hanno il diritto a lavorare come artisti è una pretesa. Agli immigrati viene concesso solo il lavoro nel sottoproletariato».
Quattro anni fa, con l’associazione culturale Kilowatt a Bologna Houbabi fonda Spore, un festival che nasce dalla parola “diaspora” ma ne rovescia la logica: non dispersione, ma contaminazione. «L’Italia cambierà, che lo voglia o meno», dice. «Il confine è un luogo d’incontro». Spore rifiuta la retorica pietistica. È piuttosto una dichiarazione di complessità. «Non uso parole come migrazione o decolonizzazione ma: bellezza, complessità, connessione». Concetti che partono dal vissuto della diaspora ma che diventano universali.
L’ultima edizione ruota intorno a “Anime della mia anima”, un omaggio a Khaled Nabhan un martire palestinese. Una frase che diventa una domanda collettiva: cosa significa essere l’anima della mia anima? «Vuol dire riconoscersi in una condizione in cui la disumanizzazione ti attraversa, ma in cui almeno qualcuno ti vede». Anche chi non è migrante può riconoscersi in questo sguardo.
«Il dilemma», dice Houbabi, «è come fare entrare altri dalla finestra da cui sono entrata io». Perché l’arte deve appartenere a tutti, produce visione politica. «Negare ai migranti l'accesso all'arte significa negare loro il diritto di immaginare un mondo. Di raccontarlo». È qui che il lavoro di Houbabi diventa politico: non si tratta di rappresentare ma di redistribuire potere simbolico. La storia di Wissal Houbabi parte da una casa che non si scaldava. Continua tra manifestazioni, festival, poesie che sono anche manifesti politici. Ma soprattutto è in movimento. Come le spore. Minuscoli organismi che viaggiano nell’aria e cambiano i luoghi dove arrivano. Proprio come lei.
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