Partendo dalla lettura di Vita di Galileo di Bertolt Brecht, Piero Martin, ordinario di Fisica all’università di Padova e responsabile della fisica del progetto di fusione DTT, e Gigi Riva, giornalista e scrittore, collaboratori di Domani, dialogheranno sul tema del rapporto tra scienza e potere al festival Lectorinfabula. Appuntamento domani, ore 21, chiostro di Santa Chiara a Mola di Bari.

Ecco un’anticipazione dei temi dell’incontro.

Gigi Riva: Viviamo in un’epoca in cui prevale l’irrazionale e vengono messe in discussione le scoperte scientifiche. La diffidenza sui vaccini, le scie chimiche, addirittura il terrapiattismo... Nel Galileo di Brecht, lo scienziato esorta gli increduli a guardare nel cannocchiale le lune di Giove, la prova che la Terra gira attorno al Sole. Ma quelli, anziché guardare, preferiscono una disputa filosofica. Siamo anche oggi nella stessa situazione?

Piero Martin: La scienza entra nelle grandi dinamiche della nostra vita. Pensiamo all’emergenza climatica, all’energia, alla salute, alle tecniche di medicina personalizzata, all’intelligenza artificiale, alle nuove modalità di guerra come i droni, ma anche alla scienza come strumento di pace. La scienza è un motore degli eventi. Purtroppo però c’è ancora chi rifiuta di guardare nel cannocchiale per sete di potere, per timore delle domande che la scienza pone. Verso la fine del libro Brecht fa dire a Galileo: «Non credo che la pratica della scienza possa essere disgiunta dal coraggio. Essa tratta del sapere che è prodotto del dubbio e col procacciare dubbi su ogni cosa tende a destare il dubbio in tutti».

Riva: Che c’entra il dubbio con la sete di potere?

Martin: La modernità della lezione del Galileo è proprio questa. I dubbi portano a farsi domande e pretendere risposte. Chi si rifiuta di guardare i cambiamenti climatici si comporta come i membri del Sant’Uffizio. La scienza mette in discussione le certezze, offre visioni, costruisce futuro.

Riva: La credulità è frutto di ignoranza e dunque la diffidenza verso la scienza arriva dal basso?

Martin: Sono riluttante a fare categorizzazioni. Chi crede alle scie chimiche è vittima della disinformazione e della mancanza di opportunità di conoscenza. Dobbiamo affrontare il lavoro faticoso della diffusione del sapere, esigere che l’istruzione torni al centro delle nostre comunità.

Riva: Fosse facile. Ho intervistato Silvio Garattini, grande scienziato, in occasione del suoi 90 anni. Aveva un rammarico. Aveva studiato i vaccini da quando aveva 26 anni ma sul web, lamentava, il suo parere è uguale a quello del primo che passa e lo insulta. Non è forse vero allora che la trasmissione del sapere è verticale?

Martin: Capita anche a me di venire contestato su temi scientifici con obiezioni senza fondamento. Però non si può rimpiangere il passato, bisogna fare i conti con la situazione attuale. Dobbiamo giocare con queste regole e diffondere la conoscenza con la forza della ragione. Anche se costa fatica e non dà risultati immediati. Cito Galileo: «Dove sono i buoi la stalla è sporca ma il vantaggio viene dalla forza del bue». Le competenze vanno rispettate, ma non funziona più dire “Io so tutto, devi ascoltarmi”. Funzione il convincere, l’azione politica, la dimostrazione che la scienza serve per vivere meglio.

Riva: C’è da chiedersi comunque perché tendiamo a dimenticarci dei Lumi.

Martin: Perché è faticoso. Richiede il farsi carico della complessità, rinunciare a soluzioni preconfezionate, e quindi a convivere con l’errore e il dubbio e a farne strumenti di crescita. Non è semplice, perché talvolta bisogna sporcarsi le mani. Ma le mani «meglio sporche che vuote». È molto più facile vivere con verità prestabilite e lineari.

Riva: Nel Galileo c’è il timore che la scoperta che la Terra gira intorno al Sole possa essere deleteria per chi ha creduto che in cielo ci fosse il paradiso e si è comportato di conseguenza. Quando si chiede a Galileo dove sia Dio nel suo sistema nell’universo lui risponde: «In noi o in nessun luogo». Oggi la scienza fa paura perché, ad esempio, l’intelligenza artificiale può ribellarsi e distruggere il mondo.

Martin: Scienza e umanità non possono essere disgiunte: Brecht fa dire a Galileo che scopo della scienza è alleviare la fatica degli umani e deve evitare logiche di profitto o di potere. Noi dobbiamo alzare la voce ogni volta che temiamo si possa andare oltre. Vale per l’intelligenza artificiale come per l’atomica, la clonazione umana o l’informatica applicata al controllo delle persone.

Riva: Eppure, nonostante si conoscano i rischi, sono proseguite le ricerche per raffinare le scoperte e renderle più potenti.

Martin: È un’illusione pensare di fermare il progresso scientifico. Non ci si può dimenticare come si fabbrica una bomba atomica o come si fa l’intelligenza artificiale. Ma questo non significa essere privi di speranza. La nostra responsabilità consiste nel rendere noti i rischi all’opinione pubblica, contribuire a contenere gli appetiti dei potenti. Albert Einstein e Bertrand Russell lo hanno fatto per l’atomica, così come Linus Pauling. Gli accordi internazionali e l’equilibrio nucleare hanno finito con il garantire 80 anni di pace. Il problema sorge quando la bomba nucleare non viene più considerata come uno strumento apocalittico ma come un ordigno qualsiasi. Dunque, bisogna fare memoria. E ascoltare il messaggio profondo di Bertolt Brecht per cui gli scienziati non possono essere neutrali ma operatori di benessere e, aggiungo io, di pace.

Riva: Nobile scopo, ma bisogna essere onesti e dirselo: alla fine di chi è l’ultima parola, dei politici o degli scienziati?

Martin: Mi piacerebbe dire che la scienza ha l’ultima parola ma so che non è così. Però voglio rimanere ottimista, anche a costo di passare per idealista: lo dobbiamo alle persone più giovani. Credo che la giustizia e la pace possano prevalere, e che la scienza possa aiutare a raggiungerle. Oggi più che mai credere nel futuro e non avere paura è un messaggio fortissimo.

Riva: Galileo alfine abiura. Sopravvive per scrivere il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo. Non sfida il potere, lo aggira.

Martin: L’abiura esprime l’umanità di Galileo: ha paura di essere torturato, di morire. Chi di noi non l’avrebbe avuta? Finisce la sua esistenza terrena da sconfitto, ma in realtà è il vincitore perché si proietta nel futuro, vede oltre la sua morte, capisce la portata della sua scoperta per i posteri. A chi gli dice: «Hai vinto!», risponde: «La ragione ha vinto, non io». Mai sentirsi indispensabili.

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