In questi giorni lunari mi sono ritrovato a pensare a quello che diceva Calvino: «Ci sono cose che solo la letteratura può dare». Rileggere il discorso di Kennedy alla Rice University ci aiuta a sperare in uno spazio governato da democrazia e pace, mentre un brano apparentemente opposto delle Favole al telefono è un monito a non dimenticarci che il progresso deve essere fatto per le persone
Un razzo ci può portare sulla Luna, ma «ci sono cose che solo la letteratura può dare coi suoi mezzi specifici». La citazione, di Italo Calvino, viene dalla prefazione delle sue Lezioni americane: mi son trovato a ripensarci in questi giorni “lunari”, quando quattro persone stanno viaggiando nello spazio per raggiungere il nostro satellite. Con l’equipaggio di Artemis II saranno 28 gli esseri umani che a oggi hanno raggiunto la Luna: 12 ci hanno anche messo piede e sedici le hanno orbitato intorno, a partire dal 1968. È un club decisamente ristretto.
Le missioni lunari hanno dato un enorme contributo alla conoscenza della Luna, così come le osservazioni astronomiche. Eppure, molto del nostro sapere sulla Luna viene dalla letteratura, o ancor meglio dalle parole: magari non è strettamente scientifico, ma è comunque influente nell’alimentare desiderio di conoscenza e immaginario. Come le parole di Plinio il Vecchio, che duemila anni fa scriveva che «supera la meraviglia di tutti l’ultimo degli astri, il più familiare ai terrestri, rimedio alle tenebre escogitato dalla natura: la Luna. Polimorfa, essa ha torturato col dubbio la mente dei suoi osservatori, incapaci di sopportare che proprio l’astro più vicino restasse sconosciuto».
Stupore e curiosità
La Luna, che proprio perché è così vicina, ci ha da sempre stimolato stupore e curiosità. Per secoli le parole hanno incarnato il fascino che esercitava o il risultato di osservazioni distanti, fino a quando quelle di Galileo Galilei hanno dato invece conto di un incontro ravvicinato. Mentre era professore all’Università di Padova lo scienziato pisano si avvicinò alla Luna coma mai prima, grazie al cannocchiale da lui inventato. Strumento che gli consentì di osservare la superficie lunare, di coglierne quell’irregolarità fatta di crateri e rilievi che la riportava a un aspetto assai meno incorruttibile di quello che predicava la cosmologia tolemaica.
Con le sue parole scritte nel Sidereus Nuncius, il trattato pubblicato a Venezia nel 1610, Galileo Galilei condivideva ciò che altrimenti sarebbe rimasto solo per i suoi occhi. Svelava la Luna, col suo racconto e i suoi disegni la rendeva visibile a tutti e quindi spalancava le porte alla moderna concezione del mondo, compiva un atto rivoluzionario di divulgazione scientifica. Per tornare a Italo Calvino, una cosa che in quel momento solo la letteratura poteva dare.
Il discorso di JFK
Della Luna si è scritto e parlato moltissimo, ma considerato il viaggio di Artemis mi vorrei soffermare su due brani coevi, del 1962. Apparentemente scorrelati e provenienti da mondi assai distanti, ma entrambi fatti di parole che hanno contribuito a costruire le strade di quelle ventotto persone e, probabilmente, di molte altre ancora.
Il primo è la trascrizione del discorso che il presidente americano John Fitzgerald Kennedy tenne alla Rice University di Houston, Texas, il 12 settembre del 1962. Anche lui, come Plinio, esplicitava l’incapacità umana di sopportare l’ignoranza, riconoscendo che: «vaste distese dell’ignoto, delle domande senza risposta e delle questioni irrisolte continuano a superare di gran lunga la nostra comprensione collettiva».
Pur ricordando gli enormi successi di scienza e tecnologia, le parole di JFK facevano dello spazio il nuovo orizzonte della conoscenza, e della Luna la prima tappa da raggiungere. Ed ecco quindi il celeberrimo «We choose to go to the moon. We choose to go to the moon in this decade…». Abbiamo deciso di andare sulla Luna e di andarci in questo decennio. Una promessa mantenuta dall’Apollo 11, che nel 1969 portò i primi astronauti sulla Luna.
Quello di John Fitzgerald Kennedy è un discorso denso di ideali, ma anche di pragmatismo e di affermazione di forza. Una promessa dettata dal desiderio di esplorare l’ignoto, ma anche dalla volontà di farlo per primi e tracciare quindi le strade.
Erano gli anni della Guerra fredda, nei quali gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica si spartivano il mondo e ambivano a dominare anche lo spazio. JFK vuole avventurarsi «in questo nuovo mare perché ci sono nuove conoscenze da acquisire e nuovi diritti da conquistare, e questi devono essere conquistati e messi al servizio del progresso di tutti». Ma, precisa, che la nuova scienza spaziale «diventi una forza positiva o negativa dipende dall'uomo, e solo se gli Stati Uniti occuperanno una posizione di preminenza potremo contribuire a decidere se questo nuovo oceano sarà un mare di pace o un nuovo, terrificante teatro di guerra».
Le missioni Apollo, e oggi la nuova corsa verso la Luna, sono frutto di quelle parole pronunciate in un’università del Texas. Rispetto ad allora la tecnologia ha fatto passi da gigante, ma come negli anni Sessanta la Luna è contesa e se prima il rivale era l’Unione Sovietica, oggi è la Cina. Restano, nel mondo di oggi, che i missili li usa soprattutto per portare le bombe, altre parole di quel discorso: parole che raccontano – di nuovo, come Plinio, come Galileo, come tante e tanti altri – di uno sguardo rivolto alla Luna.
Parole che portano un’altra promessa, meno tecnologica ma assai più difficile da mantenere, quella della pace: «Poiché gli occhi del mondo sono ora rivolti verso lo spazio, verso la Luna e i pianeti oltre essa, e abbiamo giurato che non lo vedremo governato da una bandiera ostile di conquista, ma da uno stendardo di libertà e pace. Abbiamo giurato che non vedremo lo spazio pieno di armi di distruzione di massa, ma di strumenti di conoscenza e comprensione».
Le parole di Rodari
E come conoscenza e comprensione diventano patrimonio di tutti, e quindi democrazia, se non attraverso la scuola? Scuola che si lega alla Luna nel secondo brano di cui vi voglio parlare. Scritto nel 1962 e tratto da Favole al telefono di Gianni Rodari.
Di fronte alle novità che scienza e tecnica portavano nelle case, inclusa l’esplorazione spaziale, il maestro Garrone, protagonista dell’omonima fiaba in cui è nipote del Garrone del libro Cuore, è malinconico: «Caro signor Gianni», dice il maestro, «anche a me le novità fanno piacere. Che belle macchine ci sono nelle fabbriche, che belle astronavi in cielo. E anche il frigorifero, com’è bello. Ma la mia scuola, l’ha vista? È tale e quale come era ai tempi di mio nonno Garrone e dei suoi compagni: il Muratorino, De Rossi e Franti, quel cattivello. Di belle macchine, là dentro, neanche l’ombra. Gli stessi banchi graffiati e scomodi d’una volta. Vorrei che la mia scuola fosse bella come un bel televisore, come una bella automobile. Ma chi mi aiuta?»
Le parole di Gianni Rodari sono il complemento di quelle di JFK: entrambi guardano alla Luna e riconoscono il valore della tecnologia, ma lo scrittore piemontese esplicita i requisiti affinché l’auspicio del presidente americano diventi realtà: una conoscenza che sia davvero di tutte e tutti. Gianni Rodari mette in guardia contro il rischio di un progresso zoppo, foriero di mirabili tecnologie ma incapace di renderle sostenibili, di armonizzarle con il benessere globale che necessariamente passa attraverso la scuola.
Non leggo nelle parole di Gianni Rodari un rifiuto del progresso, ma un monito affinché non dimentichi mai che è fatto per le persone. Mi piace pensare che esse risuonino con il contemporaneo auspicio di JFK per uno spazio governato da libertà e pace. Che si costruiscono – nello spazio come sulla Terra – solo con la conoscenza diffusa, col superamento di ignoranza e pregiudizi, in poche parole con una scuola che funziona e che sia ovunque per tutte e per tutti.
Ben venga allora l’esplorazione dello spazio, purché l’umanità ricordi che la convivenza, il benessere, la democrazia e la pace si costruiscono anche a partire da una scuola bella. E, guardando la Luna, si rimbocchi le maniche per aiutare il maestro Garrone.
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