Amico fraterno di Gene Hackman che per dargli una mano dopo un grave incidente in gioventù gli diede i suoi ultimi trecento dollari quando il futuro era ancora una totale incognita per entrambi, è morto nel suo ranch in Virginia, quasi un anno esatto dopo lo stesso Hackman, Robert Duvall. A darne la notizia uno stringato comunicato redatto dalla sua quarta moglie.

Nelle stesse ore è mancato a novantasei anni il grande documentarista, forse il più grande del secondo Novecento, Frederick Wiseman anche se il regista ha sempre rifiutato quell’etichetta: «Mi piace chiamarli film», ritenendo il termine documentario troppo limitante. Ed è come se l’America e il mondo del cinema perdessero due voci potentissime e al tempo stesso molto diverse, capaci di illuminare il mezzo cinematografico per oltre cinquant’anni cogliendone aspetti e potenzialità anche molto distanti l’una dall’altra.

Duvall fu quasi sempre il secondo attore protagonista, lo fu nel Padrino e lo fu in Apocalypse Now, un ruolo che lui preferiva perché diceva che gli permetteva di dare corpo a personaggi più interessanti e al tempo stesso di non doversi tenere sulle spalle la responsabilità di tutto il film.

Il suo carisma era tale e la sua forza espressiva così efficace che fu definito già dalla fine degli anni Settanta come l’unico attore in grado di offrire una gamma di espressività caratteriali al livello di Laurence Olivier che nonostante le grandi interpretazioni viveva il cinema più che altro come una pausa dal teatro. Teatro in cui Duvall si cimentò raramente, ma sempre con successo, in particolare nel 1977 con American Buffalo di David Mamet: «Il teatro ti rende un attore migliore». 

La carriera

Il suo esordio al cinema è nel 1962 con Il buio oltre la siepe di Robert Mulligan a fianco a Gregory Peck. Interpreta Arthur Boo Radley, l’inquietante vicino di casa di Atticus Finch, affetto da problemi mentali.

Sarà proprio Boo a salvare i figli di Finch dall’aggressione feroce di Bob Ewell. L’interpretazione di Duvall seppure circoscritta a poche pose, colpisce gli spettatori e la stessa Harper Lee che pur limitandosi a uno stringato telegramma: “Ehi, Boo!”, si complimenta con l’attore.

La fama di Robert Duvall cresce film dopo film riuscendo ad affiancare tutti i giganti del suo tempo senza mai apparirne subalterno: La caccia (1966) di Arthur Penn a fianco di Marlon Brando e Robert Redford, Bullit (1968) di Peter Yates a fianco di Steve McQueen, per chiudere gli anni Sessanta con le turbolente riprese de Il Grinta (1969) di Henry Hathaway a fianco di John Wayne. Durante la lavorazione del film Duvall esprime un carattere e una personalità di primo piano pretendendo un’autonomia d’interpretazione e nessuna forma di condizionamento da parte del regista.

Lo stile

Duvall entra nei personaggi sempre in maniera totalmente immersiva, ne frequenta gli ambienti e in alcuni casi ne riprende i lavori. Il suo stile non è difforme da quello che s’impone in quegli anni a partire da Gene Hackman e Dustin Hoffman e che sarà totalizzante in Robert De Niro.

Il suo ruolo spesso è quello di avvocato, di consigliere o dell’abile e cinico uomo d’affari. Più che una spalla o un antagonista, Duvall interpreta il punto estremo a cui può arrivare il pericolo o la degenerazione nella società americana. Così è il tenente Colonnello William Kilgore in Apocalypse Now con la sua passione per il surf e una tra le battute più citate della storia del cinema: «Adoro l’odore del napalm al mattino. Ha il profumo della vittoria», ma così è anche il figliastro e avvocato consigliere Tom Hagen ne Il Padrino sempre di Francis Ford Coppola.

Hagen è quello che gestisce con scaltrezza e cinismo il potere, lo fa meglio dei figli di Don Vito Corleone e lo fa con una ferocia non esibita, ma sempre sostanziale. Tra le sue ultime prove la miniserie televisiva Lonesome Dove del 1989 per la regia di Simon Wincer a fianco di Tommy Lee Jones. Una perla nel panorama televisivo tratta dal grande romanzo western di Larry McMurtry in cui Duvall interpreta un vecchio Texas Ranger. Una storia epica dentro alla quale, shakespearianamente riluce la coppia di due vecchi ranger che trascorrono i loro ultimi anni commerciando bestiame in un mondo che non gli appartiene più.

L’oscar

Pur avendo ottenuto ben sei candidature all premio Oscar per le sue più note interpretazioni, Duvall vincerà la statuetta nel 1983 (come migliore attore protagonista) con un personaggio anomalo nella sua carriera, quello di Mac Sledge, il cantante country alcolizzato del film di Bruce Beresford, Tender Mercies.

Repubblicano, ma di stampo libertario, Robert Duvall si distingue da molti suoi colleghi progressisti, ma non appoggerà mai pubblicamente la figura di Donald Trump ritenendosi più che altro un indipendente con ormai nessun legame con il partito repubblicano.

È stato un attore immenso che dedicandosi spesso a ruoli laterali ha offerto un caleidoscopio di sfumature che rendono oggi quei film immortali grazie anche alla sua presenza. Tra le sue interpretazioni quella dell’anziano Ely nell’apocalittico The Road del 2009 di John Hillcoat tratto dal romanzo di Cormac McCarthy: «Chiunque abbia creato l’umanità, non troverà alcuna umanità qui».

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