Il musicista direttore artistico del “contro concertone” tarantino parla dei giovani musicisti che si tengono alla larga dalla politica, della speranza di rinascita per la città dell’ex Ilva, del disastro del Meridione: «Qui la lotta sociale, a Roma il Festivalbar». «Il Sud tradito? Sono sparite anche le bande dei paesi, che dolore»
«Sa cosa descrive il fallimento del Sud? La scomparsa delle bande musicali nei paesi…». Una risposta spiazzante a una domanda un po’ rituale sul Mezzogiorno la dà Roy Paci, alla vigilia della tredicesima edizione di Uno maggio Taranto, di cui è direttore artistico con Michele Riondino, Diodato e Valentina Petrini. Eppure, a rifletterci, il musicista centra un punto. Non per volere scioccare i giovani, ma c’era musica alla Festa dei lavoratori prima dei “concertoni”. Le canzoni del maggio – contadine, popolari, dolenti – parlavano di paghe da fame, turni massacranti, sfruttamento, violenza. Prendevano di mira il padrone e la sua avidità. La musica delle bande, dei cori amatoriali, saldava una coscienza di classe in chiave di Sol (dell’avvenire). Ricordarlo ha un valore politico, oggi che il legame tra musica e battaglia civile è scivolato irrimediabilmente verso il marketing.
Roy Paci, Taranto è il simbolo del naufragio di ogni politica industriale, sociale, sanitaria, ambientale. Che Primo maggio è questo per la città?
Sarà un Primo maggio ancora più incazzato. Il coraggio e la perseveranza di tanti cittadini, soprattutto del comitato Liberi e pensanti, hanno imposto un modello che non può più essere ignorato. Il nostro palco non è fatto per mettere in mostra la musica. Da noi la musica serve a catalizzare l’attenzione intorno a un messaggio. È un amplificatore, un detonatore – se mi passa il termine – per le nostre tematiche. A partire dalla sofferenza che questa città respira da decenni. E nonostante chi ci ostacola.
E a differenza del concertone dei sindacati in piazza San Giovanni.
Quello non è un Primo maggio. È un “festivalbar”, una passerella. Non ha più nulla della denuncia del Primo maggio. È un concerto che si potrebbe fare in qualsiasi altra data. Lasciamo stare.
Se è per questo, molti dei suoi colleghi musicisti stanno alla larga dalla politica.
Il significato della parola “politica” viene frainteso. Da quando avevo 15 anni parlo di mafia. Mi sono beccato le denunce. Mi sono beccato quasi le pistole puntate per aver portato sul palco la voce di Peppino Impastato. Mi hanno boicottato i concerti perché mi sono schierato contro il Ponte. I giovani musicisti oggi hanno paura di esporsi. Hanno paura di sembrare di parte. Ma si fa politica ogni giorno, anche con i piccoli gesti.
Giriamola in positivo: a Taranto fate tutto da soli. Vi autofinanziate, chi si esibisce sul vostro palco (quest’anno Subsonica, Brunori Sas, Gemitaiz, Margherita Vicario, Giorgio Poi, etc.) lo fa per amore della causa. Tuttavia vi siete imposti, come avete fatto?
Ci viene riconosciuta la coerenza. Siamo credibili, perciò abbiamo tanti amici che ci danno una mano. L’ingrediente fondamentale di questa bellissima famiglia allargata è l’interazione sia coi musicisti sia con le altre persone che contribuiscono a far sì che questa giornata sia l’apice di un laboratorio permanente su Taranto. Possiamo connetterci con facilità al resto del mondo perché siamo trasparenti e genuini.
A proposito di connessioni. Sul palco ci sarà Francesca Albanese (e Amnesty, Gkn, Emergency, Recommon…). Che c’entra Taranto con la Palestina?
Il cuore del nostro concerto è la denuncia. Amplifichiamo il messaggio di chi dà voce a chi non viene ascoltato. Da Gino Strada alle mamme della Terra dei fuochi, ogni denuncia civile ha avuto e ha ragione di esistere su quel palco. Uno maggio Taranto nasce per occuparsi dei grandi problemi del presente.
Uno dei quali è Taranto stessa. Come si esce dal ricatto “o la salute o il lavoro”?
Bisogna cambiare tutto, chiudere l’industria e assicurare il lavoro alle persone. C’è tanto da fare a Taranto, tantissimo: solo per le bonifiche serviranno decenni e forse non basteranno le persone che lavorano nella fabbrica. Bisognerebbe smetterla con la politica del terrore verso i lavoratori. Senza la fabbrica, il lavoro non sparisce. Senza la coltre rossa che infesta l’aria, i polmoni, il cuore, il cervello delle persone, si scoprirebbe la bellezza di questa città meravigliosa, che ha le risorse per vivere di molto altro.
Michael Flacks, aspirante acquirente dell’Ilva, ha detto: «Se andassi a Taranto sarei accolto da folle oceaniche, come i Beatles negli States». Perché non lo avete messo in scaletta?
I Beatles sono morti.
Lei, siciliano, dopo aver girato il mondo è tornato a vivere tra la sua regione e la Puglia. Cosa pensa dei ragazzi costretti a lasciare il Sud perché non c’è lavoro?
Non sono più giovane e non posso capire la sofferenza di questi ragazzi che vanno a cercare fortuna altrove. Sono con loro. Credo che la differenza la faccia chi amministra i luoghi. Spesso ci ritroviamo i figli e i nipoti di chi ha amministrato male. Sono sempre gli stessi e magari, come è avvenuto in Sicilia, passano dalla sinistra extraparlamentare ai nazifascisti. Ne abbiamo viste di cotte e di crude. Non è che non c’è lavoro. Non è che non ci siano i soldi. È che i soldi non si sanno gestire, rimangono fermi chissà dove, magari nelle tasche di qualcuno. Poi posso parlare di quello che conosco, cioè il mondo della cultura.
Faccia un esempio.
Il circuito Puglia Sound per aiutare i musicisti. In Sicilia si poteva fare vent’anni prima, ma nessuno l’ha voluto. Ho bussato per anni alla presidenza della regione cercando di proporre formule nuove. E ogni volta che si fa un’iniziativa cinematografica, arriva sempre gente da fuori. Che va bene, ma prima o poi, dopo tanto tempo, si potrebbe cominciare a far lavorare anche la gente del Sud. Ma questo non accade perché da noi non si formano neanche le competenze. Stanno scomparendo anche le bande musicali.
Che c’entrano le bande musicali?
Lo so che è una cosa antica, ma quella è la memoria storica di una comunità. Hanno tagliato i fondi e stanno scomparendo. Sono l’unico pirla, insieme al gigantesco maestro Riccardo Muti, che si batte per far sopravvivere la bande di paese. Eppure era lì che i bambini imparavano la musica gratis. Tutto sparito. La scuola popolare non esiste più.
Per lei fu determinante?
Io ho imparato la musica gratis nella banda del mio paese a 9 anni. Poi sono andato a lavorare nelle campagne con mio padre per avere i soldi per perfezionarmi. Ho girato il mondo, ma la banda del paese ha acceso la miccia. La scomparsa delle bande è un’immagine chiara dell’abbandono del Sud.
Si augura che i suoi figli crescano al Sud?
Mi auguro che vivano dove vogliono. L’importante è che, ovunque si viva, si porti dentro di sé la propria casa, la propria visione, la propria etica. Le risposte per il futuro spesso risiedono nel passato. Anche il futuro di Taranto.
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