È come se ci fosse un senso di sospensione ad accompagnare la musica dei Sanam, a renderla umbratile, instabile, provvisoria. Esprime bene quella sensazione di precarietà, di attesa perenne, che chi vive a Beirut non riesce a togliersi di dosso, una città ancora ferita dalle esplosioni del porto, un paese in difficoltà economica, le minacce e i bombardamenti da parte di Israele.

Poi i brani prendono una forma più definita, la ritmica si fa compatta, trascinante, veniamo rapiti dalle atmosfere avvolgenti, dove lo psych rock si mescola con l’elettronica, il jazz, il folk. Il cantato in arabo di Sandy Chamoun, così melodico e al contempo inquieto, ci fa accedere a una dimensione arcaica ma anche di acuta contemporaneità. Chi ha avuto la fortuna di assistere alle date del recentissimo tour italiano ha respirato quella totale libertà che il sestetto libanese incarna, e che sta portando la band all’attenzione dei più importanti festival internazionali.

Un gruppo nato quasi per caso, che però rappresenta in modo perfetto la creatività e la tenacia del Libano, in questa fase storica. «Il progetto è iniziato con alcune sessioni improvvisate in preparazione al festival Irtijal», ricorda Chamoun.

Hans Joachim Irmler, componente storico delle leggende del krautrock Faust, invitato dal più antico festival della capitale libanese, convoca alcuni tra i musicisti più interessanti della città a far parte di un ensemble creato per l’occasione, con l’idea di suonare un solo concerto.

«Durante queste sessioni, Irmler si limitava per lo più ad ascoltare e osservarci. Si arrabbiava se iniziavamo a parlare, a pensare troppo, e ci riportava a suonare musica, semplicemente».

Tradizione psichedelica

L’intesa tra i sei è evidente, la voglia di continuare a provare insieme resta. Per dieci giorni la band si ritira in una casa isolata sulle montagne e dà vita così al primo disco, Aykathani Malakon.

Il secondo lavoro, Sametou Sawtan (pubblicato da Constellation Records e considerato da molti magazine come uno dei migliori dischi del 2025), è più ragionato, ricco, curatissimo grazie alle sessioni di scrittura a Byblos e alla produzione (in uno studio di Parigi) di Radwan Ghazi Moumneh, esule libanese che da tempo vive in Canada, fondatore del duo sperimentale Jerusalem in my heart

Emergono in modo evidente le radici nella musica tradizionale araba, sia per l’uso di strumenti come il buzuq di Farah Kaddour, che per i testi che riprendono canzoni popolari egiziani e autori panarabi. Ma tutto questo si interseca con suoni più psichedelici e distorti, in particolare con l’elettronica di Anthony Sahyoun e con le chitarre di Marwan Tohme, a plasmare un sound davvero personale.

«La musica tradizionale per noi è un dato di fatto», spiega Chamoun, «ci siamo cresciuti, ci accompagna nelle occasioni felici e tristi. Siamo anche attratti dalle cose oscure e bizzarre, dunque da generi come noise, free jazz, ambient, in una fusione che è avvenuta in modo organico, piuttosto che essere un obiettivo predeterminato o forzato». Quanto al cantato, «di sicuro la poesia di giganti come Paul Shaoul e le canzoni di Sayyed Darwish hanno svolto un ruolo importante nell’affinare il volto lirico della band».

Questo approccio così interessante non è un caso isolato, ma proviene da un mondo culturale che, nonostante i pochi mezzi, non smette di inventare.

«La scena qui è sempre molto attiva e creativa. Vivendo in una città piccola, dove ci sono poche strutture ma molte cose da dire, siamo sempre in movimento, facciamo molti progetti collaborativi che si dissolvono e si riformano in contesti completamente diversi, e questo accade soprattutto con modalità do it yourself, in bar, luoghi più industriali e in un paio di locali che sono davvero sempre di grande supporto verso noi musicisti. Tutto questo infatti non potrebbe esistere in un contesto più commerciale, perché serve fare molti sacrifici affinché la musica rimanga viva a Beirut».

Dentro l’oscurità 

Una città segnata, che tuttavia non vuole arrendersi. «La città è stanca», continua Chamoun, «ma noi continuiamo ad andare avanti. Viviamo in un limbo forzato che è paralizzante, con la paura che le cose vadano nel peggiore dei modi in un attimo. E non riesco davvero a immaginare come potremmo attraversare tutto questo senza uno sfogo artistico. Tutta l’arte è espressione dell’ambiente in cui l’artista vive. Da qui non si scappa. Questa situazione crea per tutti un’urgenza, che ci fa rimanere creativi, ci fa sentire la necessità di avere sempre qualcosa da dire, di esprimerci, di cercare fuori di noi connessione, cura, guarigione».

La musica dei Sanam appare estremamente connessa a ciò che accade in Libano, alle difficoltà del paese. Nei loro brani si percepisce, tuttavia, anche una dimensione di apertura, di trascendenza, di spiritualità. «È vero, è la dimensione che ci spinge ad andare avanti. Noi vediamo l’oscurità, ci viviamo dentro, la esprimiamo. Per noi è un modo per affrontare tutto questo: o lo superiamo, in questo modo, o ci distrugge. Vediamo l’amore attraverso il dolore».

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