Fra le rivelazioni previste quest’anno a Sanremo ci sono anche Maria Antonietta e Colombre, che generalmente piacciono molto alla critica. Soprattutto, rappresentano la “quota indie” di quest’anno (inteso come formazione e filosofia musicale, innanzitutto). In un certo senso sono come Colapesce e Dimartino: per molto tempo hanno mantenuto carriere soliste parallele nel mondo indie italiano (e per certe versi anche con qualche differenza).

Poi, dopo oltre un decennio insieme, hanno deciso di trasformare la loro relazione anche in un progetto musicale condiviso. È da qui che prende forma il percorso che li ha condotti fino a Sanremo e dentro una centrifuga mediatica le cui logiche, a ben vedere, hanno poco a che spartire con l’idea stessa di indie.

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Contraddizioni e possibilità

Eppure qualcosa è inevitabilmente cambiato negli ultimi anni, e mondi prima inconciliabili ora si toccano sempre di più. È successo a Gazzelle, che ha portato l’estetica malinconica dell’indie su palchi sempre più grandi, trasformando un linguaggio nato per restare ai margini in un codice pop condiviso. È successo ai Coma_Cose, capaci di attraversare il confine tra circuito alternativo e il grande pubblico. Salvo poi rimanerne schiacciati come coppia (ma questa è un’altra storia).

Sanremo, in questo senso, non è più soltanto il tempio della canzone italiana tradizionale, ma anche uno spazio dichiaratamente di assorbimento: ingloba linguaggi e sensibilità che un tempo si definivano proprio in opposizione al mainstream. L’indie, che per anni ha costruito la propria mitologia sull’autonomia e sulla distanza dai grandi palcoscenici, oggi sembra meno interessato a difendere il proprio confine in senso oppositivo.

È dentro questa trasformazione che si colloca anche la presenza di Maria Antonietta e Colombre. Lo slittamento culturale coincide con l’idea che l’indipendenza non coincida più necessariamente con la marginalità, e la visibilità non sia per forza un tradimento.

Rimane comunque un interrogativo: dopo questa esperienza cosa rimane intatto, una volta terminata la centrifuga?

Chi è Maria Antonietta

Maria Antonietta è il nome d’arte di Letizia Cesarini, nata a Pesaro nel 1987. Prima di arrivare ai grandi palchi passa, come spesso accade nella scena indipendente italiana, da una fase lunga e sotterranea fatta da piccoli concerti e un rapporto quasi artigianale con le parole.

Esordisce all’inizio degli anni Dieci con un disco omonimo che è considerato un piccolo oggetto di culto nell’indie italiano, soprattutto per la capacità introspettiva della scrittura. Nel tempo (con “Sassi” del 2014 e “Deluderti” del 2018) lo stile si definisce di maggiori sfumature. Ma rimane centrale il tema della vulnerabilità, concepita come espressione di un profondo stato emotivo.

In questo senso, la carriera musicale si affianca a quella artistica in senso più ampio, fatta di letture pubbliche e piccole performance, che la rendono nel tempo una delle protagoniste più interessanti del settore.

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Chi è Colombre

Colombre (nome derivato da un racconto di Dino Buzzati) è il progetto solista di Giovanni Imparato, nato a Napoli nel 1987 ma cresciuto musicalmente soprattutto tra band, collettivi e circuiti indipendenti del Centro Italia.

Quando avvia il percorso solista, a metà degli anni Dieci, mette in mostra anche il suo lato più intimo. Il primo album, Pulviscolo (2017), è costruito su uno stile quasi ovattato: «Troppi giorni ho passato tra l’indolenza e le solitudini».

Definisce uno stile molto intimo, che nel tempo sembra di arricchirsi di strati, senza perdere di coerenza (Corallo è del 2020, Realismo magico in Adriatico del 2023). È come se la sua musica fosse sempre sospesa nel tempo: a tratti sembra nostalgica, a volte sperimentale («Il passato è un continente esotico di un altro universo»).

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La canzone di Sanremo

In La felicità e basta, la canzone che portano a Sanremo, Maria Antonietta e Colombre partono dall’idea che la felicità non sia un traguardo da raggiungere dopo aver dimostrato qualcosa. È un diritto.

In un tempo che misura tutto in termini di prestazione, anche la felicità sembra diventata una merce, qualcosa che si conquista o si perde, e di cui sentirsi responsabili se non la si possiede.

Hanno dunque scritto un inno per riprendersela, come in una piccola rapina immaginaria, per smettere di aspettare il momento giusto, l’autorizzazione, la versione migliore di sé. Basta correre, basta accumulare, basta dimostrare. Non si deve imparare a essere felici, ma rivendicare il diritto di esserlo. «E a volte mi sento molto stanca, / E non riesco a tenere la testa alta. / Ma se abbiamo sete, abbiamo fame o siamo soli, la colpa non è nostra, non sono i nostri errori».

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