Aver sdoganato il desiderio come religione collettiva ha avuto delle conseguenze inaspettate. Mentre noi disquisivamo di desiderio come forza dirompente, esplosiva, eversiva, le librerie si riempivano di scaffali dedicati al romance, perfetto per uno storytelling sovversivo quanto una partita a burraco
- Questo articolo è tratto dal nostro mensile Finzioni, disponibile sulla app di Domani e in edicola
Quando ero una timidissima ventenne, e proprio per questo estremamente arrogante, il modo in cui cercavo di ottenere ragione nelle mie discussioni sentimentali era tirare fuori l’intransigenza del desiderio. L’espressione poteva lievemente cambiare: intransigenza, ostinazione, irriducibilità del desiderio. C’erano diverse varianti a seconda del caso e dell’enfasi che ci tenevo a esprimere.
Mettiamo che non fossi d’accordo su qualcosa, o che non avessi voglia di fare qualcosa, o che non sopportassi qualcosa, le declinazioni del mio rifiuto si giocavano tutte sul rilancio del desiderio: unica divinità possibile, indiscussa, feticcio totale. Un concetto astratto e ineffabile, e dunque potentissimo.
Ricordo una brutta litigata con un mio ex fidanzato in cui – dopo esserci insultati in vari modi – lui mi ha guardato a lungo negli occhi e mi ha detto: «E sai che c’è? Sei diventata patetica con questa cazzata del desiderio».
Rimpianti
Ero diventata patetica? Probabile. Era una cazzata? Ancora più probabile. Ma al tempo ci credevo davvero. Di sicuro il desiderio è stato un grande alibi nella mia vita. Mi ci sono gingillata a lungo, mi ha protetto e coccolato, mi ha fatto da scudo e da amuleto. Si può rivendicare più o meno tutto quello che ti pare appellandoti al desiderio. Mica è colpa tua, è lui che comanda. Tu puoi solo soccombere. E – a dirla tutta – era molto bello soccombere.
Quando oggi sento qualcuno tirare fuori il desiderio nella stessa maniera spavalda e presuntuosa dei miei vent’anni, mi metto subito sulla difensiva. Riconosco quella posa e il narcisismo che si annida dietro, anche quando si cerca di ammantarlo di tinte fosche, anzi, soprattutto in quel caso: «Il desiderio mi porterà alla rovina!», «Ho distrutto la mia vita per colpa del desiderio!».
Mi sono trasformata nel mio nemico di gioventù, o nel mio fidanzatino che non sopportava più le mie sparate. Nel fondo di me stessa può capitare a volte che senta un grande rimpianto per quegli anni, perché era facile cedere a quel dolore. C’era qualcosa di estremamente confortante e al tempo stesso di estremamente eroico nella disperazione che ti dava la fedeltà assoluta al desiderio, eppure cerco di non lasciarmi abbindolare dalla seduzione dei rimpianti.
Oggi, quando mi dispero, non so più bene a che appellarmi. È una disperazione in tono minore, poco accattivante, non ha il fascino di un’amazzone. Sento che non posso farci grandi proclami o tatuarmela addosso. Niente più conforto e niente più eroismo. È come aver perso la fede, aver perso l’unico Dio che chiedeva ubbidienza.
“Al femminile”
In compenso, da quando io ho perso la fede nel desiderio e guardo di sottecchi chiunque continui a professarla, il desiderio si è preso la sua rivincita ed è diventato una divinità molto alla moda. Soprattutto se si tratta di desiderio femminile.
Mi è capitato di partecipare a non so quanti eventi, panel, festival che avessero come spirito guida il desiderio. Che cos’è per noi donne il desiderio? O meglio: per noi donne che facciamo le scrittrici? In che modo il desiderio entra nella scrittura? Come la condiziona? Quante cose abbiamo sacrificato in nome del desiderio? Quanto hanno amato e patito le nostre eroine di carta sospinte dal desiderio?
Ci si può girare intorno in tanti modi. Ho passato ore a blaterare di desiderio, ad ascoltare altre scrittrici che parlavano di desiderio. A un certo punto – per quanto mi riguarda – è diventata una performance come un’altra. Avrei potuto parlare di urbanistica o di rimedi contro la gastrite con la stessa inutile efficacia e con la stessa inutile mancanza di convinzione che accompagna più o meno tutto quello faccio.
Il desiderio se la ridacchiava, con la sua natura beffarda ma bonaria di chi ha ancora un occhio di riguardo verso le antiche discepole.
Ho l’impressione che aver sdoganato il desiderio come religione collettiva abbia avuto delle conseguenze inaspettate. Non mi sembrano innocue. Così mentre noi disquisivamo di desiderio come forza dirompente, esplosiva, eversiva, incendiaria, antagonista, emancipatoria, radicale, e compagnia bella, le librerie si riempivano man mano di interi scaffali dedicati al romance, dove il desiderio si configurava come il dispositivo perfetto per uno storytelling sovversivo quanto una partita a burraco.
Naturalmente mi sento una vecchia bofonchiona a fare questi discorsi o prendermela con i romance che sono diventati l’unica arma di difesa delle librerie altrimenti a rischio di estinzione, e so anche che – in quanto vecchia bofonchiona – dovrei occuparmi di un tema più consono alla mia età anagrafica, o almeno così mi pare di capire, visto che da un po’ di tempo non vengo più invitata a parlare di desiderio tout court, ma del suo rapporto con il Nuovo Grande Tema che vedo lampeggiare nel firmaenricomento dei miei anni a venire: la menopausa.
È veramente difficile capire perché da scrittrice dovrei avere qualcosa di interessante da dire sulla menopausa, ma forse in generale è difficile capire perché, in quanto scrittrice, non mi chiedano mai di parlare di scrittura, bensì soltanto di temi che vengono percepiti come “femminili”. Vi assicuro che mi accontenterei di poco: come usare il trapassato prossimo? La litote è diventato un modo per risultare simpatici? La paratassi è sintomo di un pensiero semplificato?
Ho il fondato sospetto che la mia perdita di fiducia nell’incandescenza del desiderio non sia del tutto aliena a questo processo. Non è facile scrivere, e non è facile desiderare, se il massimo della jouissance che ci meritiamo in quanto scrittrici è parlare dei nostri libri come fossero dei manuali motivazionali o storielle di donne bravissime nell’arte del desiderio, il tutto sullo sfondo di una domanda che aleggia dalla notte dei tempi e che non ha ancora trovato risposta: esiste una letteratura “al femminile”? (I sondaggi non danno numeri certi sulla questione e sono ancora molti quelli che barrerebbero la casella del “Non so”).
Niente insegnamenti
A questo punto preferisco starmene nella mia disperazione a basso voltaggio, che non reclama la tua devozione e che non pretende nulla, ma che non ti guarda con sdegno se non te la senti di autorappresentarti come essere desiderante.
La verità è che io non ho più idea di cosa sia il desiderio, e forse mi sta bene non averla. Non so se siano stati gli eccessi di gioventù, di quando l’ho sbandierato a ogni occasione utile, se sia una sorta di memoria chimica, come il disgusto verso la tequila se ti sei sbronzato di margarita, o sia piuttosto il fatto che, a forza di vederlo tematizzato, abbia perso per me qualsiasi attrattiva, come fosse il nipote scapestrato di Nonna Resilienza, o magari le cose sono ancora più semplici di così, e sono arrivata a una placida verità che al momento mi acquieta: il desiderio non mi ha mai insegnato niente nella vita. Tutto sommato, gli sono grata per questo.
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