«Qualcosa di grande sta per arrivare a Londra». «Un ambizioso progetto». «Un’iniziativa di respiro internazionale». «È il nostro modo di ringraziare questo paese e di dimostrare cosa la comunità italiana è in grado di realizzare quando lavora unita». Così è stato presentato il tiramisù da Guinness dei primati che sarà confezionato nel quartiere di Chelsea il weekend del 25 aprile e il cui ricavato sarà devoluto in beneficenza.

E in effetti sarà lungo. Molto lungo. Oltre trecento metri, per la precisione. L’obiettivo è battere il record del tiramisù più lungo del mondo. L’impresa, dedicata a re Carlo e alla regina Camilla, si svolgerà sotto l’occhio vigile dei giudici del Guinness World Records e di uno studio notarile incaricato di garantire il «rigoroso rispetto delle regole», come precisano gli organizzatori sul sito ufficiale, longesttiramisu.uk.

Le credenziali non mancano. Gli ideatori del progetto, raccolti attorno a Complitaly, una testata dedicata alla comunità italiana di Londra, possono già vantare una certa familiarità con record notevoli: profiterole, millefoglie e focaccia «più grandi del mondo» figurano nel loro curriculum.

L’iniziativa non poteva quindi non godere del pieno sostegno di autorità e istituzioni. Ambasciata e Consolato d’Italia a Londra, Camera di Commercio Italiana per il Regno Unito, Istituto Italiano di Cultura, Ice e perfino il Consolato della Repubblica di San Marino hanno concesso il patrocinio.

Come si diceva, non è solo questione di metri. «Un grande record può essere anche un grande gesto di solidarietà», spiegano gli organizzatori. Il ricavato della vendita delle fette sarà destinato alla EShareLife Foundation, charity fondata da Maurizio Bragagni, aretino residente a Londra e Ceo dell’azienda di famiglia di cavi Tratos Uk, tra gli sponsor privati dell’iniziativa insieme a Eataly e al Gruppo San Carlo, tra gli altri.

Bragagni è noto anche alle cronache politiche. Secondo i media inglesi, avrebbe donato più di 700mila sterline al Partito conservatore ed è finito al centro di polemiche per un articolo, poi rimosso, pubblicato nel 2022 sul sito Saturno Notizie. In quel commento, riportato dal Guardian, definiva Londra «una città ridotta peggio di qualsiasi metropoli africana», attribuendo la crescita del Labour al «voto ideologico» musulmano. All’epoca un portavoce dei Tory chiarì alla Bbc che il partito «non avalla in alcun modo questi commenti inaccettabili». Sul fronte politico italiano invece, nel 2018 Bragnani si era candidato al Senato nel collegio Europa col centrodestra, raccogliendo 2.440 voti, in ticket con Gabriella Carlucci alla Camera.

Il tiramisù più lungo del mondo, insomma, si presenta come una forma spettacolare di promozione nazionale, un evento capace di condensare, in 300 metri di savoiardi e mascarpone, una precisa idea di Italia.

La costruzione dell’identità 

Da anni, in verità da quando Pellegrino Artusi ha pubblicato La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene nel 1891, la cucina italiana rappresenta uno dei pilastri della proiezione internazionale del paese. Come tutte le cucine nazionali però, anche quella italiana è un’«invenzione della tradizione».

Ciò che oggi consideriamo tradizionale è il risultato di processi relativamente recenti, conseguenza di continui scambi, contaminazioni, adattamenti sociali, anche sfruttamento coloniale, in cui cultura, economia e rappresentazione pubblica si intrecciano. Molti piatti oggi considerati antichi sono stati infatti codificati solo tra Ottocento e Novecento, quando la costruzione delle identità nazionali ha trasformato pratiche alimentari locali in un racconto unitario.

Certo, non va sottovalutato il peso del comparto agroalimentare e, soprattutto negli ultimi anni, il ruolo crescente della cucina come motore turistico. Il cibo è diventato uno degli strumenti principali attraverso cui i territori si promuovono e si raccontano. Basta fare un giro in città che erano solitamente escluse dai flussi turistici, come Bologna o Modena, che hanno conosciuto una vera e propria esplosione di turisti alla ricerca del vero tortellino, del ragù originale o dell’antica ricetta dell’aceto balsamico. Un mix di narrazione identitaria, industria alimentare e marketing territoriale, culminato nel dicembre 2025 nel riconoscimento da parte dell’Unesco della cucina italiana come Patrimonio dell’Umanità.

La gastro-diplomazia, il soft power del cibo, la geopolitica dell’eccellenza enogastronomica, il made in Italy, commestibile o no, sono, ovviamente, cose serie ed entusiasticamente promosse dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. E il tiramisù da record si inserisce perfettamente in questa cornice, come è stato sottolineato a febbraio nella conferenza stampa di presentazione alla Camera dei Deputati moderata da Simone Billi, deputato leghista eletto nella circoscrizione estero, in cui Londra rientra.

Il calendario 

Quanto al calendario, la scelta tuttavia è significativa. Il tentativo di record è previsto nel weekend del 25 aprile, mentre l’Italia e la comunità italiana residente a Londra e nel Regno Unito celebrano la Festa della Liberazione, con le iniziative dell’Anpi locale. Sabato 25, secondo gli organizzatori del tiramisù da Guinness, concerti dal vivo trasformeranno «il tentativo di record in una grande festa aperta al pubblico». Del resto, come ha sottolineato l’Ansa, si tratta di «una delle più importanti iniziative di promozione della cultura gastronomica italiana mai realizzate nel Regno Unito».

Se il cibo è davvero diventato la nostra nuova cifra identitaria, quei metri di zucchero e cacao che circonderanno la Chelsea Old Town Hall sono dunque il nuovo modo per celebrare l’Italia all’estero? Una sorta di «rituale moderno», dove la memoria civile lascia spazio alla performance gastronomica? In altre parole: i 300 metri di tiramisù dedicati alla monarchia britannica sono il nuovo modo per festeggiare anche il 25 aprile?

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