La crisi climatica c’è, è un fatto. Ci viene quotidianamente raccontata attraverso dati, rapporti e percentuali. Quanto si è alzata la temperatura media del pianeta? Quanto ghiaccio si è sciolto? Quante specie sono a rischio? Sappiamo tutto, eppure sembra davvero non importarci.

Perché? Perché c’è anche altro, ed è di questo altro che racconta Una culla per le lucciole, la graphic novel nata dalla collaborazione tra Scomodo e Greenpeace, illustrata da Martoz e impreziosita da un contributo di Maura Gancitano. Il centro della storia non è il cambiamento climatico in sé, ma il disagio quotidiano dell'ecoansia, concentrandosi su chi, su questa terra in crisi, sostanzialmente ci abita. Il problema è umano, fatto quindi di paure ma che di un senso di impotenza che spesso viene liquidato pure come un'esagerazione.

Prendere sul serio i sogni

La storia inizia con un padre e una figlia che non si capiscono, lui è tormentato da un sogno ricorrente in cui si ritrova in mare aperto, di notte, con una lampada che non riesce ad accendere, mentre lei è un'adolescente profondamente preoccupata per la crisi climatica, tanto da finire nei guai dopo un'azione di protesta e una telefonata della polizia costringe il padre ad andare a prenderla.

La figlia vive la crisi climatica come qualcosa di imminente, mentre il padre la osserva, la crisi, con indifferenza, ma non è il classico scontro generazionale in cui i giovani hanno ragione e gli adulti torto, le solite due fazioni contrapposte in cui si punta il dito contro il boomer ignorante. È qui che il sogno del padre diventa un elemento centrale, la lampada che non si accende, il mare immerso nel buio, quella sensazione di smarrimento, diventano il linguaggio con cui qualcosa di più profondo cerca di farsi ascoltare. Il cambiamento del padre arriva quando accetta di prendere sul serio il suo sogno, non dopo la lezione della figlia o da un grafico allarmante, e quindi di riconoscere che ciò che lo inquieta durante la notte è una verità che il suo inconscio aveva già imparato a vedere.

Una lotta collettiva

Il sogno gli fa capire che, prima ancora di comprendere il cambiamento climatico, deve provare a capire lei, sua figlia. Uno spostamento minimo, ma che narra del principio base della lotta, cioè che è collettiva. È probabilmente questa l'intuizione più interessante di questo progetto, la consapevolezza e la nostra disponibilità a guardare quella lucina che abbiamo già dentro, e non i dati, e va accesa anche se è ormai sepolta sotto le abitudini e sotto la paura di cambiare. Una luce che va riconosciuta e, una volta riconosciuta, condivisa. Portata all’esterno.

Anche la scelta di Martoz come autore del progetto è perfettamente coerente con questa idea. Il suo disegno non ha mai inseguito il realismo, ma piuttosto l’intensità, i corpi si deformano e il mondo non viene rappresentato così com'è, ma così come viene percepito dai personaggi e dall’atmosfera. Le lucciole del titolo, a questo punto, diventano la metafora per eccellenza, una singola lucciola produce una luce quasi impercettibile, uno sciame, invece, illumina il buio.

Le notizie ci attraversano, le immagini ci restano addosso, le paure degli altri finiscono per diventare anche le nostre. La crisi climatica riguarda il pianeta, certo, ma prima ancora riguarda il modo in cui continuiamo (o smettiamo) di prenderci cura gli uni degli altri.


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