Nell’agosto del 2024 è entrato in vigore il Trattato Falepili Union: un accordo fra il micro-stato di Tuvalu e l’Australia. Tuvalu si trova nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico e dopo le Maldive è lo Stato più basso del mondo. Il trattato riconosce il riscaldamento globale come causa di migrazione e garantisce 280 posti l’anno, a sorteggio, ai cittadini tuvaliani che vogliono trasferirsi in Australia con residenza permanente: una sorta di lotteria per sopravvivere al cambiamento climatico, mentre il livello del mare si alza.

Ma non basta mettersi in salvo, 280 persone alla volta. Non basta perché un popolo non è fatto solo di corpi e di terra. C’è tutto il resto. Quei corpi e quella terra hanno un valore simbolico, emotivo, affettivo inestimabile: sono un pantheon di luoghi, odori, di lingue, dialetti, voci, abitudini, usanze, in cui cresciamo e attraverso cui impariamo a interpretare il mondo, su cui strutturiamo la nostra identità. La forma di una città, il perimetro di un’isola, il suono di una lingua sono punti di partenza e di riferimento, si trasformano più lentamente di noi, ci aspettano, normalmente ci sopravvivono, ed è buono, giusto e rassicurante così.

Accompagnare il proprio mondo alla morte è un’esperienza che non siamo programmati per affrontare. Per questo i tuvaliani hanno fatto anche un’altra scelta, ancora più straziante: hanno avvitato un programma per diventare la prima nazione digitale al mondo. Dal 2022 stanno stoccando nel Metaverso arte, lingue, storie tradizionali, canti e danze, ma anche funzioni governative come elezioni, passaporti digitali, registri di nascita e matrimonio, oltra a una mappa virtuale del territorio che perderanno. Hanno proclamato la propria «statualità permanente», valida nel Metaverso anche quando un territorio fisico non ci sarà più.

Relazione col mondo

Adriano Zamperini, docente di psicologia all’Università di Padova, lo chiamerebbe «disagio ambientale», e questo è anche il titolo del suo libro, in cui affronta i traumi relativi al nostro rapporto con l’ambiente circostante, osservando come «solo recentemente» la psicologia abbia imparato a prendere in considerazione «l’attaccamento ai luoghi, l’ecologia e i cambiamenti climatici. Ora, l’habitat può finalmente essere visto nel ruolo di attori tra altri attori. Direttamente implicato nella creazione di relazioni e di identità».

Finora, osserva Zamperini, la psicologia «di ieri e anche di oggi» si contraddistingueva per un «disinteresse per il contesto fisico», oltre che sociale e politico: «Nella maggior parte dei casi, le ricerche sono programmate e realizzate come se gli individui agissero e interagissero senza nulla intorno. Appunto, in un vuoto». È la psicologia ambientale a rendersi conto del fatto che siamo sempre in un luogo fatto di terra, aria, acqua, vegetazione, forme di vita, edifici, strade. E che queste non sono lo sfondo delle nostre relazioni, ma la nostra principale relazione, la relazione col mondo.

L’insorgere della crisi climatica strattona la psicologia occidentale fino a farle ricordare che l’individuo esiste prima di tutto in relazione a un habitat. Quello stesso habitat che i tuvaliani stanno provando a digitalizzare per sopravvivere a se stessi, sapendo benissimo che si tratterà nel migliore dei casi di un museo virtuale e che la memoria non sostituisce il lutto, resteranno ugualmente orfani, ugualmente sradicati.

C’è voluta la crisi ambientale, che è fatta di emissioni di CO², riscaldamento globale e innalzamento dei mari, ma anche di agente arancio, missili balistici, caccia bombardieri e artiglieria pesante, per renderci conto che no, l’umano non agisce e non interagisce in un vuoto. Lo capiamo pensando alla sorte straziante di Tuvalu, ma Adriano Zamperini ci accompagna in un secolo di ecocidi, disastri e disagi ambientali.

Dalla Prima guerra mondiale

Parte dalla Grande Guerra e osserva lo stravolgimento della vita di trincea per i soldati: lì il trauma è principalmente ambientale. Ha a che fare con tutti i campi sensoriali, primo fra tutti l’udito: «La forza dei suoni colpiva corpi e menti vulnerabili. Una situazione così oppressiva da generare una percezione immediata di invasione fisica», un continuo shock rumoroso fatto di spari, cannoni, artiglieria, urla dei vivi e dei morenti, raro silenzio con sapore di morte.

Nel buio melmoso di sotterranei e trincee c’era poco da vedere, ma tantissimo da sentire, da percepire. Il sapore del sangue, l’odore nauseabondo di decomposizione, il contatto continuo col fango che si infilava nei vestiti, negli stivali, nelle ferite, in bocca, fino a cancellare ogni distinzione fra individuo e terra. Intanto il paesaggio veniva squartato da raffiche di proiettili, bombe, granate, piombo, rame, zinco. Fu la “prima guerra industriale”, e oltre a deturpare e inquinare le zone di combattimento, modificò l’economia mondiale, le colonie furono depredate di lavoro umano e risorse per armare i cannoni.

Come oggi, dall’Ucraina a Gaza al medio Oriente, la guerra fu un ecocidio diffuso che stravolse vite e habitat in una lunga filiera che andava dall’estrazione di materie prime alla distruzione di vite, psiche e paesaggi. Con la Seconda guerra mondiale, la devastazione si fece più vasta: la costruzione dell’arsenale Usa coinvolse materiali provenienti da 53 paesi diversi, mentre per la prima volta i bombardamenti arrivavano nelle case dei civili, sconvolgendo la forma delle città. I bombardamenti a tappeto, riporta Zamperini, furono usati come campagne di pressione psicologica: «Era necessario distruggere i monumenti, le chiese e gli ospedali, al fine di demoralizzare la popolazione, distruggendo la sua identità culturale».

Ma il passaggio più interessante di Disagio ambientale forse è quello che riguarda gli anni della Guerra Fredda, quando si diffuse la paranoia che russi e cinesi facessero il “lavaggio di cervello” ai soldati occidentali. In Canada e negli Stati Uniti si iniziò allora a studiare quali condizioni potessero rendere possibile distruggere l’identità di un individuo fino a sostituirla con una nuova, arrivando alla conclusione che, per manipolare una persona, fosse necessario prima di tutto privarla del proprio ambiente.

Ne vennero fuori decenni di esperimenti che col tempo si allontanarono molto dagli scopi bellici (salvo poi essere riutilizzati da apparati militari come tortura) che si basavano proprio sull’osservare la resistenza psichica di un individuo in stanze del tutto bianche, senza ombre, senza alcun diversivo o caratterizzazione ambientale. Il rapporto con l’habitat, risultava chiaro, è alla base dell’identità, del benessere e della vulnerabilità di un essere umano.

Buona parte della psicologia occidentale, ben inscritta in un contesto di individualismo capitalista, concentra le sue attenzioni sulle capacità del paziente di «sostenere le avversità» o sul modo di rispondervi da un punto di vista emotivo-cognitivo, sempre nell’illusione che i veri problemi che muovono l’umano siano relativi alla soggettività di ciascuno.

E se le avversità hanno a che fare con il cambiamento climatico, si scaverà nella propria infanzia per giustificare l’ecoansia o ci si trasforma nel «net-zero hero», l’eroe che con le sue rinunce o scelte di acquisto combatte la crisi climatica con le proprie mani. Ma i traumi possono aver poco a che fare con l’infanzia e la soggettività, e moltissimo con il mondo attorno, che sia la trincea, la città bombardata o il proprio habitat che si trasforma, cambia contorni, fino addirittura a scomparire, come Tuvalu.

Per questo «le impellenti tematiche ambientali sono anche e soprattutto questioni sociali. L’ansia che caratterizza la reazione di alcune persone è, in gran parte, strutturata dal modo in cui la società le sta, o meglio, non le sta affrontando». Se l’ambiente è il pilastro su cui ci reggiamo, allora «è indispensabile rispondere ai bisogni individuali senza perdere di vista le implicazioni collettive». Ed è qui, «tra cambiare il mondo e cambiare se stessi», che si apre lo spazio per una clinica che sia profondamente politica, che rimetta l’individuo all’interno di un habitat e di una società.

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