«Lei preferirebbe impazzire o morire?»

«Mi ci faccia pensare… Io voglio lavorare, lavorare, lavorare».

Lo scambio di battute è tratto da una commedia di Cesare Zavattini, e come non sottoscriverlo? Per molti di noi, andare in vacanza è un po’ impazzire; ma non l’impazzimento orgiastico e liberatorio ricercato dai cultori di funghetti e ayahuasca, bensì quello sfibrante delle peripezie insensate.

I No vac

LAPRESSE

Nel variegato mondo dei gusti e delle sensibilità, dopo i No sex, persone che rivendicano il diritto di vivere senza pulsioni erotiche e non sentirsi vituperati dalla morale comune, ecco pure i No vac, ossia coloro che non amano le vacanze e anzi le evitano. Anche queste persone, in cui mi riconosco, seppure non discriminate vengono ritenute strane, magari depresse, benché in fin dei conti utili.

Utili perché ben volentieri rimangono a militare nelle città, nei paesi, nei luoghi di lavoro; perché sono tempestive nel pagamento degli F24 e dell’affitto; perché presidiano i condomìni e, nel caso, si prestano di buon grado a bagnare le piante dei vicini e lanciare allarmi se scorgono predatori in azione.

Ma come si diventa No vac? Di solito è una conquista della crescita. Non è una condizione (il non potersi permettere la vacanza sopraffatti dal conto del dentista da saldare), ma è proprio una scelta, un’irritabilità sviluppata sul tema delle ferie. È un non saper che dire, un tagliar corto quando ai primi di giugno e poi di nuovo da novembre le conversazioni vengono inquinate dalla classica domanda «Dove vai in vacanza? Dove hai prenotato?», con conseguenti scambi di indirizzi, suggerimenti, fotografie.

Dolori da vacanzieri

La pressione sociale sulle ferie è fortissima, come a un certo punto della vita quella sull’accasarsi e fare figli, ma succede che col tempo ci si rende conto che viaggiare è una fatica impressionante: fare bagagli, trasportarli, restare incolonnati, passare attraverso incendi, restare accucciati per ore negli aeroporti, perdere o farsi rubare quei bagagli confezionati con soverchiante dispendio cerebrale affinché contengano tutto il necessario, assaltare treni affollati con l’aria condizionata rotta, pagare tutto il doppio di quanto lo si pagherebbe a casa, frequentare ristoranti dove si è ottenuto un tavolo a fatica e prenotando con largo anticipo, ristoranti peraltro affollatissimi dove si viene serviti con malagrazia, soggiornare in alberghi con vicini di camera molesti, in residence dove ognuno sfodera i propri versanti più screanzati, in camere da letto con materassi scomodi e cuscini che molestano la cervicale.

E ancora: spiagge roventi, montagne intasate, cani abbaianti, tutto un disagio umano, canino, meteorologico, tariffario, di banda che ti fa rimpiangere il tuo appartamento, le tue comodità domestiche, la Coop o l’Esselunga sotto casa che restavano aperte sette giorni su sette, la tua stampante, il computer con il wifi che funziona, il 4G con tutte le tacche, le strade spopolate, la facilità di parcheggio, le passeggiate alla scoperta delle bellezze del circondario che durante l’anno non hai mai tempo di apprezzare.

Va poi detto che ormai in vacanza, complici mail e whatsapp che non possiamo fingere di non aver visto/ricevuto, veniamo comunque molestati da pagamenti da effettuare, scadenze, consultazioni d’agenda per richieste di appuntamenti di là da venire ma da fissare con urgenza, necessità di documentazioni impellenti per qualcosa che si sarebbe potuto verificare mesi e mesi prima ma infine accade proprio adesso, telefonate di genitori o nonni malati che non sanno come fare con la ricetta di cui hanno bisogno e il medico di famiglia è partito per le vacanze senza lasciare un sostituto, riunioni su Zoom, smaltimento di arretrati lavorativi da concludere entro agosto, prima che poi a settembre si inizi ad accumularne altri.

E allora perché andarsene, perché far finta di smettere di lavorare e di occuparsi dei parenti anziani o bisognosi, quando in realtà si continua a farlo, solo da una posizione più scomoda e costosa? E nel frattempo ci si ustiona la pelle perché nonostante le buone intenzioni ci si è dimenticati di mettere la protezione sulle orecchie o sui piedi, oppure si cade dal sup sgrappandosi la tibia e per giorni non si può andare in acqua per non ostacolare la cicatrizzazione, e si viene punti da stormi di insetti, si inciampa in una radice procurandosi una distorsione, si prende la multa perché si è raccolto il fungo senza licenza o perché si passeggiava nei boschi lasciando libero il cane.

Se si soggiorna in una seconda casa, ci sono parenti e ospiti e allora bisogna fare e disfare letti, mandare lavatrici, stendere, fare la spesa, spazzare perché se no le formiche “te se magnano”, pulire, rastrellare, innaffiare eccetera. Se si va ospiti bisogna conversare per ore e ore, perché l’invitato che si fa i fatti propri e legge in silenzio è percepito tipo “questa casa non è un albergo”.

Forse anche i padroni di casa di casa vorrebbero approfittare dei rari momenti in cui non stanno lavorando per tutti, per leggere e, stecchiti dalla stanchezza, riflettere e guardare l’orizzonte; ma si sentono in dovere di intrattenere l’ospite che si sente in dovere di intrattenere gli ospitanti.

E allora giù chiacchiere: i racconti di aneddoti già cento volte raccontati, le descrizioni analitiche dei propri amori disfunzionali, la citazione delle interviste ininfluenti lette sulle pagine estive dei quotidiani (da Donatella Rettore ad Andrea Roncato), gli sbrocchi di Calenda e la minacciosa Meloni, e poi gli immancabili Putin e Zelensky, e Taiwan e la Pelosi, e Zaporizhzhia col rischio nucleare versus i rischi di Piombino col rigassificatore, e tutto sino allo sfinimento, perché le stesse chiacchiere le faresti anche in città, ma con tempi concentrati mentre al mare o in montagna si dilatano senza costrutto per ore, sino al cerchio alla testa per il troppo parlare.

Ferie vs avventura

Da ragazzo se parti solo per le vacanze è un’avventura, e chissà che storie ti capiteranno, sesso, amore ed esplorazioni. Se lo fai da grande ti prende il male di vivere, e finisci per buttarti nelle braccia di tizie e tizi di cui in breve ti vergognerai. Se vai con le amiche più belle, nel branco non sarai la prescelta. Se vai con un fidanzato, a casa avreste litigato di meno; se ami i viaggi esplorativi, tipo semestre sabbatico (per carità chi non li ama), le ferie di agosto e Natale ne sono l’antitesi.

Insomma, il turismo diventa una fatica cui ti esponi se tieni famiglia, per accontentare gli altri, per i diritti dell’infanzia, oppure se sei mosso dall’idea romantico-infantile che in un paio di settimane lontano da casa sia possibile trovare l’amore.

Lo scrittore Lawrence Osborne, che del suo essere stato viaggiatore incallito ne ha fatto una fortuna editoriale, in Il turista nudo (Adelphi) prende di mira la devastante pacchianeria dell’industria turistica. In una recente intervista al Foglio, alla domanda classica sul dove andrà in vacanza quest’estate risponde: «Non sono mica matto. Non uscirò da questa stanza per nessun motivo». E poi: «Per quanto mi riguarda sono due anni che non mi muovo e sto da Dio», «Io vado solo dove mi pagano, per lavoro. Per il resto dico: state a casa, per Dio!». Quanto poi al viaggio più spaventoso immaginabile, non ha dubbi: «Volo Londra-Australia in economica».

Lo so, scrivere per lavoro e vocazione è un privilegio, e la famosa constatazione che anche quando sembra che io stia oziando, quando osservo i tram che passano sotto la finestra di casa, in realtà sono al lavoro (Penso! Invento!), potrebbe giustamente irritare chi svolge occupazioni usuranti e brama i resort del mar Rosso. Eppure, nella mia realtà dei fatti, che pure ha diritto a esistere, io lavoro sempre e detesto “staccare”, e anche quando sono in vacanza non smetto di prendere appunti, di immaginare trame, di progettare articoli, di osservare e ascoltare pensando che tutto potrebbe essere il materiale narrativo che mi renderà la scrittrice del momento, colei che, come dice Walter Benjamin, con quella storia ancora da scrivere saprà cogliere “l’ora della leggibilità”.

Per cui, lavorare per lavorare, preferisco starmene a casa, dove con meno dispendio fisico e monetario trovo più banda e più concentrazione. Ma non sono solo gli scrittori a voler evitare l’inferno vacanziero: il mio conterraneo di gran successo&reddito, il pasticcere-star Iginio Massari è ormai un alfiere dei no vac.

In un’intervista al Giornale di Brescia, quando chiedono cosa gli faccia venire in mente la famigerata parola vacanza, risponde: «Sofferenza. Non sono capace di fare le ferie: per me sono tempo perso e dopo tre giorni voglio già tornare a casa. Ovviamente, da quando sono sposato, ogni tanto capita anche a me di andare in vacanza, ma non per scelta: più che altro per... dovere coniugale. A casa mia, infatti, sto benissimo. Quando mi allontano vorrei trovare qualcosa che sia ancora meglio, ma il più delle volte rimango deluso e quindi non vedo l’ora di rientrare».

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