È forse l’impatto più sconvolgente del cambiamento climatico: non le alluvioni, non gli incendi, ma la mia totale rassegnazione a fare le vacanze sopra i mille metri. Non solo le accetto, le bramo. Questo ovviamente non mi impedisce di lamentarmi ogni volta che vengo cooptata per una passeggiata nei boschi
L’estate sta finendo e a differenza dei Righeira io la saluto con non troppa malinconia. È stata come sempre occasione di sudore, delusioni e promesse disattese (leggerò cinquanta libri! Mi metterò in forma! Dormirò meglio!) e questa più di altre ha portato con sé una nuvola nera di pessimismo cosmico ed ecoansia, che unita alle allucinazioni dovute al caldo eccessivo l’hanno resa non particolarmente spensierata.
Ce la ricorderemo come l’estate più fresca dei prossimi dieci anni oltre che quella dell’eclissi solare, che io comunque non ho visto e aggiungo all’elenco sempre più lungo di “cose che mi sono dimenticata di fare”. Non ho visto l’eclissi, non ho letto cinquanta libri (ma nemmeno cinque), non mi sono messa in forma, non ho dormito meglio. Ho in compenso mangiato una quantità non salutare di formaggi francesi a pasta molle e ho passato molti giorni in montagna indossando scarpe da trekking.
È questo forse l’impatto più sconvolgente del cambiamento climatico: non le alluvioni, non gli incendi, ma la mia totale rassegnazione a fare le vacanze sopra i mille metri. Non solo le accetto, le bramo. Ricerco piedi freddi e pelle d’oca, sogno prati bagnati di pioggia e zuppe calde fuori stagione. Questo ovviamente non mi impedisce di lamentarmi ogni volta che vengo cooptata per una passeggiata nei boschi, ma neanche di fermarmi davanti alle agenzie immobiliari delle località alpine valutando seconde case per il mio futuro, solo per scoprire un altro mercato inavvicinabile.
Tutto un prato
Mentre mi appresto a riprendere la mia infruttuosa attività di ricerca di una prima casa a Milano, scopro con ingenua sorpresa che la montagna è sempre stata desiderabile, solo io non lo sapevo. Ora si è solo aggiunto un elemento di spirito di sopravvivenza che dà all’esperienza della montagna quella patina di apocalisse e conto alla rovescia per la fine del mondo che sempre di più ci accompagnerà nelle nostre vite e quelle dei nostri figli.
Basta aprire Instagram per cinque minuti, è tutto un prato erboso. Sparite del tutto le foto delle cosce-wurstel, sempre più rare le spiagge in generale. Si moltiplicano i meno estetici gilet tecnici e occhiali veloci. No conchiglie alle pareti, sì interni in legno e stube. Se una volta la montagna d’estate faceva gola solo ad anziani e novelli sposi negli anni Sessanta, ora fioccano le sponsorizzate da resort di lusso vista Dolomiti sui profili delle più note influencer, ma anche di quelle meno note. Nell’era delle vacanze performative, non c’è niente di più fotogenico della montagna dei ricchi mentre il mare dei ricchi continua ad avere una sua presenza non irrilevante, ma ha perso la sua forza aspirazionale.
Non conosco nessuno che quest’anno non abbia fatto almeno una settimana in montagna. E non so se sia tutta colpa del riscaldamento globale o se c’entri il fatto che quelli della mia età si stanno riproducendo e andare al mare con un bambino piccolo è la peggiore idea che due neogenitori possano avere dopo la sospensione degli anticoncezionali.
Fatto sta che potremmo non avere una casa, potremmo non avere la pensione, ma possediamo tutti uno zaino porta bebè. Io in realtà non lo possiedo, perché la persona che ero (una persona che ha sempre apprezzato il segno dell’abbronzatura a forma di bikini piuttosto che della manica del muratore tipica dell’altitudine) è restia a morire.
Zaini e sabotaggi
Fosse per me le vacanze in montagna assomiglierebbero moltissimo alle vacanze al mare: sdraiata all’aperto a leggere, interrompendomi ogni tanto per una birra fresca. Invece qualcuno ha deciso che in montagna bisogna camminare, vanificando peraltro il beneficio dell’aria fresca e sudando moltissimo, per andare a bere birre ad alta quota e riducendo sensibilmente il tempo per la lettura.
Quel qualcuno è anche il padre di mio figlio, che è così in disaccordo con la mia visione della vacanza in montagna (cioè una vacanza al mare ma con dieci gradi in meno) che è disposto a scarrozzare 12 chili di bambino insaccato in un marsupio su e giù per i monti. Solo che anche lui deve avere un subconscio poco rassegnato alla montagna, o forse è solo un maschio sbadato, ma quando è stato il momento di partire per le nostre ferie il marsupio è stato dimenticato a casa.
Si potrebbe pensare a un mio sabotaggio – impossibile camminare più di sei metri con un bambino che a malapena si regge in piedi – ma purtroppo sono anche la persona che ha risolto questo impiccio. È così che ho scoperto quanta gente davvero fa le vacanze in montagna a forma di vacanze in montagna: attraverso il mio profilo Instagram e il mio ridicolo seguito, ho chiesto se a qualcuno avanzasse un marsupio o uno zaino in cui imbragare mio figlio.
Le condizioni erano stringenti, dovevo trovarlo a Parma entro 24 ore. Con mia grande sorpresa e un pizzico di delusione, in mezz’ora avevo varie offerte di amici e gentilissimi sconosciuti e dopo un’ora entravo in possesso di uno zaino da montagna prestato da una giovane donna madre di tre figli convenientemente collocata a 5 minuti da casa dei miei. Le nostre vacanze in montagna erano salve, la vecchia me invece moriva un ancora un po’. Ma almeno non di caldo.
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