Se entrate in una libreria può capitarvi di trovare vicini, sullo stesso scaffale, due libri recenti che sembrano uno il contrario dell’altro. Uno si intitola Contro l’impegno (Rizzoli), l’altro La letteratura ci salverà dall’estinzione (Einaudi). Due titoli che suonano antitetici. Uno sembra dare un compito alla letteratura di fronte all’emergenza smisurata che noi oggi ci troviamo ad affrontare per la prima volta: il rischio che la specie umana si estingua per effetto del suo stesso sviluppo. L’altro sembra condannare l’idea che la letteratura possa avere un qualsiasi compito.

Contro l’impegno porta la firma di Walter Siti e ha come sottotitolo Riflessioni sul Bene in letteratura. Se ne è già parlato sulle pagine di questo giornale, ma io vorrei ora entrarvi proprio da quella prospettiva apparentemente opposta – poiché sono io l’autrice di La letteratura ci salverà dall’estinzione.

Le insidie

Leggendo Contro l’impegno ho trovato cose che il titolo non lasciava immaginare. Non è affatto una tardiva campagna contro l’engagement, contro la scrittura letteraria che si mette al servizio di presunte “cause giuste”, già intrapresa da alcuni pensatori del secolo scorso, a cominciare da Adorno. Il fronte su cui Siti combatte è un altro, e non è nemmeno uno solo ma molti. La minaccia che pende sulla letteratura, e che Siti ci descrive con tanta acutezza e concretezza di esempi, viene da una miriade di forze che sembrano agire in sinergia: innanzitutto i soliti media, di cui conosciamo già l’azione selezionatrice e semplificatrice; poi le nuove tecnologie della comunicazione che producono di necessità una «frammentazione dei testi letterari» (il messaggio deve essere «webbabile»); l’industria internazionale della fiction che favorisce storie dalla forma impoverita, incentrate sui temi che tirano; e poi c’è il giornalismo che «stinge sulla letteratura» (qui preso di mira, devo dire con un po’ di pedanteria malevola, nella figura di Roberto Saviano); e ancora, c’è la critica letteraria che pare orientata sempre più ai contenuti delle opere che alla loro forma; e poi i moralismi e il politically correct che permeano trasversalmente ognuno di questi fronti. Infine ci sono gli scrittori stessi che si adeguano al repertorio dei temi di sicura presa: «migranti, vari tipi di diversità, malattie rare, orgoglio femminile, olocausto, bambini in guerra, insegnanti eroici, criminalità organizzata, minoranze etniche» (nell’elenco mancano i temi ecologici, che stranamente Siti ignora, nonostante la crescente produzione di ecofiction e climate fiction).

Ma anche se i fronti sono molteplici, l’insidia è una e si può riassumere così: una “visione ancillare” della letteratura. Su questo Siti ha ragione. E i suoi bersagli sono anche i miei. Ci sono oggi tante figure, scrittori e studiosi compresi, che vedono la letteratura come “un galoppino per le loro idee”; o come un campo per indagini neurofisiologiche sulle funzioni cognitive o adattive del cervello umano; o come un corpus su cui rilevare statisticamente le trasformazioni socio-culturali  del nostro tempo;  o infine come uno strumento efficace per educare all’empatia, all’altruismo e ad altre virtù benefiche per il buon cittadino in una società democratica e multietnica (si vedano i tanti studi euforici sull’empatia prodotti in questi anni da neurofisiologi, sociologi e filosofi, da Jeremy Rifkin a Martha Nussbaum).

E anche nel campo degli studi ambientali e della crisi ecologica si trovano esempi di visione ancillare della letteratura che potrebbero allungare la lista di Siti. Nella critica letteraria come nella divulgazione giornalistica ci si chiede perché i romanzi odierni parlino poco del cambiamento climatico, dello scioglimento dei ghiacci polari, di inondazioni ed eventi analoghi (cosa, tra l’altro, non vera, perché ce ne sono ormai molti) e si sollecitano gli scrittori a farlo. E anche qui c’è chi chiede alla letteratura di trasmettere messaggi positivi. Qualche psicologo del cambiamento climatico (ad esempio Per Espen Stoknes) sostiene che al posto dei disastri ambientali a cui ci ha abituati la fantascienza apocalittica, post-apocalittica o collassologica, si dovrebbero piuttosto raccontare «storie ambientali positive» che aiutino a immaginare «un recupero della natura e degli ecosistemi», dando stimolo e speranza.

E il contenutismo dilaga anche qui. Gli studi letterari orientati all’ambiente, l’ecocritica, la geocritica, la geopoetica, hanno affrontato questioni importanti come l’interazione tra l’uomo e l’ambiente, la biodiversità, il cambiamento climatico e la giustizia sociale, ma nei testi letterari vanno in cerca prevalentemente dei temi ecologici, prescindendo da altri aspetti dell’opera. Come se la crisi ecologica che stiamo attraversando fosse un tema, e non un terremoto epocale che spinge a riconsiderare proprio tutto, anche il modo di raccontare le storie e la Storia umana, un sisma che modifica profondamente la nostra comprensione del mondo, che mette in tensione gli schemi di pensiero usuali e le visioni limitate dell’uomo dentro al mondo, radicate nella modernità occidentale – in particolare quelle che hanno condotto la civiltà a questo punto di collasso.

Zone non sorvegliate

Dunque, alla fine, sulla letteratura Siti e io la pensiamo nello stesso modo? Non proprio. Certamente egli difende quello che anche a me, e a molti di noi, sta a cuore: la potenza intrinseca della letteratura, la forza che l’arte della parola ha sempre avuto in tutto il corso delle civiltà, anche quando veniva chiamata con altri nomi. Ma la forza di fare che cosa? Per Siti è quella di tenere aperta l’ambivalenza, di far parlare anche il Male che c’è nell’uomo, di fare il bastian contrario contro i perbenismi, le ideologie e le censure moralistiche. D’accordo. Tutte cose importanti. Ma è solo questo che può fare la letteratura? Non possiamo aspettarci qualcosa di più da quella pratica antica e ancora viva, che i greci chiamarono poiesis, quando ancora non si concepiva una scissione tra arte della parola e arte del pensiero, e le due pratiche, inestricabilmente intrecciate, davano vita a una parola potente, capace di incantare, di nutrire la conoscenza e far evolvere la visione del mondo?

La letteratura è una grande risorsa di libertà. E anche nella nostra cultura essa continua a essere un’attività umana dove l’immaginazione e la sensibilità bruciano con più forza: una zona non sorvegliata dove i paradigmi dominanti nel nostro tempo e le loro ideologie fanno meno presa che su altre zone della vita e del sapere, lasciando campo libero anche a visioni del mondo e dell’umano che contrastano con la concezione antropocentrica che sta alla base della razionalità moderna.

Nel mio libro parlo di zone non sorvegliate, cioè meno sorvegliate di altre, che esistono anche nella cultura e nella società presenti. Zone in cui si aprono varchi di libertà mentale, e da cui passa anche ciò che non è regolare. Spazi dove continuano a sorgere pensieri, intuizioni, modi di sentire, determinazioni e sogni che non sono stati normalizzati o resi omogenei a quelli dominanti. Attraverso quei varchi può penetrare qualcosa di talmente diverso che pare provenire da un altrove rispetto all’esistente, e che può trasportare possibilità dimenticate, scartate, magari ritenute sorpassate, ma che in realtà non sono mai del tutto morte. Queste zone sono principalmente tre: la prima è la fanciullezza (i giovanissimi che in varie parti del mondo lottano per la vita futura sulla Terra, per una giustizia climatica e per tutto ciò che può cambiare il corso delle cose, non hanno ancora sviluppato quella indifferenza che talvolta la frustrazione e il senso di impotenza inducono negli adulti, portandoli ad accettare, magari con amaro realismo, quello che non si ritiene di poter cambiare); la seconda è quella rappresentata dalle culture che l’occidente ha chiamato «primitive», rimaste al riparo dalle astrazioni dei moderni, o ciò che resta di esse dopo la colonizzazione, e che attraverso la letteratura cosiddetta postcoloniale sembra a volte dischiuderci altri modi di leggere il mondo e altre vie possibili della civiltà umana, che sono state scartate o distrutte, ma che possono riaprirsi ancora; la terza è l’arte, l’immaginazione, la parola e il pensiero prefigurante di tutti i tempi.

E qui vengo al punto che per me è cruciale. Siamo ormai consapevoli di essere giunti a un bivio della nostra specie: una strada porta all’estinzione, l’altra a una svolta radicale, a una metamorfosi. Di questa situazione drammatica e ultimativa di cui facciamo esperienza oggi, per la prima volta in tutti i millenni della civiltà umana, non c’è traccia nelle riflessioni di Siti. Certo, in un saggio non si può parlare di tutto, ma poiché la cosa che viene lasciata fuori è enorme, ed è anche la novità assoluta del nostro tempo, è lecito chiedersi se le categorie a cui Siti ricorre per caratterizzare la letteratura e per difenderla dai nuovi assalti terrebbero ancora se messe a confronto con quell’enormità che sta capitando nel nostro tempo e che qui viene rigorosamente, o ciecamente, tenuta fuori dal quadro. I suoi strumenti concettuali, vagamente freudiani, orlandiani, adorniani, auerbachiani e baricchiani (il Baricco di The Game), che qui si colorano anche di una leggera tonalità da nostalgia del passato, non si spezzerebbero come una freccia leggera contro un muro d’acciaio di fronte alla nostra condizione di vita sulla Terra, ormai a rischio?  

La potenza della letteratura

La letteratura è un mezzo sorprendente, capace di mettere in contatto intimo individui della stessa specie anche a distanze lontanissime nello spazio e nel tempo, e di coinvolgere tutte le loro facoltà, intellettuali, immaginative, emotive. Ma che cosa ce ne facciamo di questa stupefacente invenzione umana se non può stimolare un cambiamento radicale dei modi di pensare che stanno portando la specie umana alla catastrofe? Il nostro tempo è attraversato da angosce per il futuro, ma anche da sogni di rigenerazione, da spinte impreviste verso un cambiamento di rotta radicale, soprattutto tra i giovanissimi: sì, proprio  quelli nati nel nuovo millennio, i «nativi digitali», come li chiama Siti, che per lui sono destinati alla «post-esperienza» – e dimentica che è proprio da loro che è venuto, inaspettatamente, in questi anni, la ribellione più energica contro la cecità degli adulti e di tutti coloro che tendono a rimuovere l’esperienza più forte che ci sia dato vivere oggi, a tenerla fuori non solo dall’orizzonte della politica e dell’economia, ma anche – e il libro di Siti ne è purtroppo un esempio – dall’orizzonte della cultura. Come se questa emergenza non ci fosse, «come se la nostra casa non fosse in fiamme», per riprendere le parole di Greta Thunberg, che già furono di Günther Anders da lui riferite alla minaccia nucleare.

Le uniche minacce che Siti vede nel nostro tempo, e contro cui il suo libro combatte, non sono poi tanto diverse da quelle che ci sono state in ogni epoca. Certo, le nuove tecnologie della comunicazione, i mass media e l’industria della fiction non esistevano nel secolo di Platone, ma se si va a rileggere la Repubblica ci si rende conto che ciò che Siti chiama «neo-impegno» risale ai tempi dei tempi. Se Platone, il grande Platone, voleva cacciare i poeti dalla repubblica non è solo perché, come si legge nelle storie della filosofia, i loro poemi fossero una copia della copia (argomento teoretico, quello che più si ama ricordare), ma soprattutto perché li considerava pericolosi, capaci di guastare anche le persone migliori, perché raccontavano cose che non si dovevano dire, che potevano corrompere i giovani: per esempio che dagli Dei possa venire anche il Male, che il Bene non sempre viene ricompensato, o che gli Dei possano provare gelosie, rancori e le peggiori passioni, fino all’incontenibile desiderio sessuale. Gli argomenti contro Omero che Platone espone nel X libro della Repubblica non hanno nulla da invidiare ai moralismi dei censori moderni e persino all’ideologia del politically correct. E anche allora quella paura per la libertà praticata dall’arte della parola si camuffava dietro le buone intenzioni. Platone si ergeva a difensore del Bene, e conduceva la sua battaglia contro i poeti in nome di un nuovo sapere, specializzato in ricerca della Verità, da allora in poi chiamato filosofia.

Siti apre un fuoco incrociato contro ciò che tende oggi a depotenziare la letteratura. Non dice però niente su che cosa oggi la ripotenzia, su cosa essa possa fare nella nostra epoca, così diversa da tutte le epoche che ci hanno preceduto. Il rischio di un’estinzione di specie provocata dalla specie stessa, da noi stessi, è qualcosa di inaudito, di mai esperito prima in tutto il corso della storia umana. È una novità assoluta che fa del nostro un tempo drammatico, in bilico su di un crinale: da una parte la fine, dall’altra una metamorfosi, che ancora non si sa come e se avverrà. La letteratura ne è toccata e rimescolata tanto quanto le scienze della natura e le cosiddette “scienze dell’uomo”. Tutto questo non ha niente a che fare con il vecchio impegno, non indica ciò che la letteratura deve fare, quale compito deve avere, ma ciò che essa ha la possibilità di fare, e che invece altri mezzi di comunicazione e altri saperi non hanno.

Siti, del resto, un compito alla letteratura lo dà, quello che consiste nel «rovistare con tecniche sopraffine e subdole là dove abbiamo nascosto la nostra spazzatura più segreta». Ed è un compito che effettivamente la letteratura talvolta svolge, ma non è l’unico. Anzi è piuttosto parziale. Come se non ci fosse tra le potenze della letteratura anche qualcos’altro: per esempio la forza immaginativa e prefigurativa, l’esplorazione dei possibili, la capacità di concepire qualcosa di impensato, fuori dalla dittatura dell’esistente, la possibilità di dar forma a visioni non antropocentriche dell’uomo in rapporto con gli altri viventi della Terra, la forza di costruire una nuova sensibilità, di risvegliare forze dormienti che sono nell’uomo ma che sono state atrofizzate, e in definitiva di mutare le strutture mentali dominanti che hanno portato la civiltà a questa impasse. Le riflessioni di Siti prescindono da tutto questo. Ma allora, viene da chiedergli, che cos'è davvero in gioco nella letteratura del nostro tempo? Una letteratura che rimuova dal proprio cuore una tale emergenza e le relative angosce e sogni di mutamento, anche se nutrita dell’«ambivalenza» tanto esaltata da Siti, è destinata a diventare un intrattenimento per morituri: un entertainment sinistro, un end-tertainment in attesa della fine.


Carla Benedetti è autrice del libro La letteratura ci salverà dall’estinzione, edito da Einaudi

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