Ci sono fotografie che sembrano racchiudere il dolore del mondo. Altre la forza, il coraggio spietato, la resilienza delle comunità, il pudore della malattia, l’intimità delle relazioni umane. Nella sovraesposizione alle immagini che produciamo e consumiamo con liturgica quotidianità, da 71 anni il World Press Photo premia i migliori scatti del fotogiornalismo internazionale. I vincitori di questa edizione rappresentano le migliori proposte tra le 57.376 fotografie presentate da 3.747 fotografi provenienti da 141 paesi diversi.

Joumana El Zein Khoury - Credit Pier van den Elsen
Joumana El Zein Khoury - Credit Pier van den Elsen
Joumana El Zein Khoury - Credit Pier van den Elsen

«Quando riceviamo le foto – tra dicembre e febbraio – cerco sempre di immaginare quali temi emergeranno», esordisce Joumana El Zein Khoury, direttrice esecutiva del World Press Photo. «Ormai fare delle previsioni è diventato una sorta di rituale condiviso. Quest’anno sono rimasta colpita da quanto sia accaduto in così poco tempo. Mi sono chiesta su quali eventi e capovolgimenti geopolitici si sarebbe focalizzata l’attenzione. Mi sono sentita sopraffatta ancora prima di iniziare». Le immagini premiate restituiscono ogni anno la complessità del contemporaneo, le crepe del presente, le vicende silenti di angoli del pianeta dimenticati.

Storie di sopravvivenza e speranza

Dei temi tornano assidui: «La guerra e la devastazione, presenti fin dall’inizio della storia di questo premio», commenta la direttrice. «Ma anche storie legate all’impatto del cambiamento climatico, alle migrazioni, alla condizione delle donne e all’istruzione. Allo stesso tempo, quest’anno ho notato molte storie di resilienza. La giuria indipendente ha voluto premiare una selezione che desse voce anche alla bellezza, alla poesia e alla speranza del presente». Alcuni scatti restituiscono gli effetti della crisi climatica su vite che si compiono ogni giorno nonostante tutto. C’è anche il racconto di mobilitazioni cittadine, la lotta per i diritti attraverso le proteste negli Stati Uniti e i movimenti femminili in Guatemala e Kenya.

In una società ammalata di una costante esposizione al dolore di cui sono portatrici le immagini, il fotogiornalismo è ancora un prezioso mezzo di scandaglio e racconto della realtà. Oltre che un antidoto alla compassion fatigue. «Queste immagini sono essenziali, nonostante il loro potenziale di impatto sia decisamente inferiore a trent’anni fa. Perché hanno la capacità di coinvolgere chi guarda, trascinarlo in uno spazio intimo, nel cuore stesso delle storie protagoniste».

Occorre però un’educazione alle immagini: non solo per discernere tra scatti reali e quelli generati dall’Ia. «I miei figli hanno tra i 15 e i 20 anni, sono costantemente esposti a una narrazione visuale della realtà. Eppure attraverso di loro mi rendo conto di quanto manchino gli strumenti per comprenderla. A scuola impariamo a decifrare i testi, oltre che a scriverli. Ma molto meno a interpretare le immagini».

Dietro all’obiettivo

Tra elementi di continuità e novità assolute, il World Press Photo restituisce un’istantanea complessa dei tempi che corrono. Oggi il giornalismo è sotto attacco, non solo in zone di conflitto, ma persino dove il diritto all’informazione è sempre stato dato per garantito. «Da libanese, è un tema che mi tocca da molto vicino». Solo due giorni fa la reporter di Al-Akhbar, Amal Khalil, è stata uccisa nel sud del Libano dai raid dell’esercito israeliano, che avrebbe anche ostacolato i soccorsi. «Per ricordare Khalil e le altre vittime degli ultimi anni, nella mostra di apertura ad Amsterdam abbiamo allestito una sala dedicata alla memoria di giornalisti e giornaliste uccisi dal 1992, perché i loro nomi siano un monito».

A proposito dello scatto dell’anno, della statunitense Carol Guzy, già premio Pulitzer, che ritrae il dolore di due figlie vittime delle ingiuste politiche migratorie trumpiane, aggiunge: «Vorrei si parlasse anche dei sacrifici fatti da Guzy per documentare quotidianamente l’ingiustizia compiutasi in quell’angusto corridoio del tribunale di New York».

Le immagini sono protagoniste indiscusse, «ma è importante mostrare non solo le storie vincitrici, quanto chi c’è dietro ciascuna di queste. Il loro impegno, i sacrifici fatti. Oggi più che mai, il fatto che i giornalisti rischino la vita dovrebbe spingerci a prestare maggiore attenzione alle immagini, a leggerle con intenzione e consapevolezza».

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