Fa il fotografo da quando ha 17 anni. Un suo scatto, che ritrae una massa enorme di persone intente a procurarsi un sacco di farina durante l’assedio totale di Gaza imposto dall’esercito israeliano, si è aggiudicato il secondo posto al World Press Photo 2026. La giuria: «Una foto che rende visibile la portata e l’urgenza della carestia nella Striscia»
Tante teste che sembrano quasi una massa uniforme, troppe per provare a contarle. Tra la calca c’è chi si arrampica sulla schiena di qualcuno, chi viene afferrato per non cadere giù e chi, invece, cerca d’uscire da questo groviglio umano stringendo un sacco di farina tra le braccia. Quello che questa piramide umana nasconde è un camion carico di aiuti umanitari, letteralmente preso d’assalto, mentre entra nella Striscia di Gaza attraverso il valico di Zikim.
D’altronde le macerie, che si intravedono sullo sfondo, parlano da sole. Ed è proprio con questo scatto che il fotografo palestinese Saber Nuraldin si è aggiudicato il secondo posto del World Press Photo. Secondo la giuria la sua immagine «rende visibile la portata e l’urgenza della carestia a Gaza. La composizione diretta costringe lo spettatore a fermarsi, offrendo una prova visiva della fame e della distruzione che circonda la scena».
Tanti ne ha uccisi la fame, e continua a farlo: oggi oltre il 75 per cento della popolazione della Striscia soffre di malnutrizione. Altri sono morti alla ricerca di qualcosa da mangiare. Secondo le Nazioni unite, nei pressi dei siti di distribuzione degli aiuti, come quello fotografato da Nuraldin, tra la fine di maggio e l’inizio di ottobre almeno 2.435 palestinesi sono stati uccisi a sangue freddo dai soldati israeliani. E Saber lo sa bene, lui che per anni ha raccontato con il suo lavoro ciò che è accaduto nella sua terra: dalla Seconda Intifada del 2000 fino alla tragedia che si consuma oggi sotto i nostri occhi.
Era il 27 luglio 2025, valico di Zikim: come nasce questo scatto?
Quel giorno avevo ricevuto la notizia che intorno alle tre del pomeriggio sarebbero entrati dei camion di farina così ho camminato per quasi sei chilometri dal porto di Gaza sotto un caldo estremo. Sono rimasto per ore sotto il sole ad aspettare i camion, in un’atmosfera segnata dalla fame, dalla tensione e da spari continui. Quando è arrivato il primo camion, ho iniziato a scattare. La scena era travolgente: le persone si muovevano come uno sciame, circondando completamente il veicolo al punto che i sacchi di farina erano appena visibili.
Cosa significa assistere quotidianamente a scene come questa?
Onestamente è una sofferenza doppia. Andavo lì regolarmente, lasciando ogni giorno i miei quattro figli a casa, affamati e soli. Io non sono diverso da chi appare in quelle immagini: loro andavano per prendere farina e cibo, io per documentare la sofferenza, mentre la vivevo anch’io. Vivo qui con i miei figli, mentre la loro madre è in Europa da otto anni. Ho sempre voluto riunire la mia famiglia, ma le circostanze non me lo hanno mai permesso.
Documenta quello che succede a Gaza da quasi trent’anni. Hai iniziato a fotografare a 17 anni. Quando hai capito che la tua vita e il tuo lavoro non potevano più essere separati?
Ho iniziato a fotografare quando ero ancora alle scuole medie. È stato mio fratello, Fares Nouraldin, a trasmettermi la passione per la fotografia e la scrittura. Con la guerra del 2008-2009 quello che, fino ad allora, era solo un mestiere è diventato un racconto della mia quotidianità. Dovevo concentrarmi sul lavoro e allo stesso tempo controllare continuamente che la mia famiglia stesse bene.
E cos’è successo dopo il 7 ottobre?
Tutto è diventato ancora più intenso. Ho lavorato completamente separato dalla mia famiglia, sotto bombardamenti continui, distruzione e morte ovunque. Sono rimasto nel nord di Gaza per oltre un mese e mezzo senza contatti. È stato un periodo durissimo, in cui le emozioni si confondevano e la perdita diventava una realtà quotidiana. A cambiare non è stata solo l’intensità della violenza ma anche il livello di rischio personale e di isolamento. Molti miei colleghi hanno perso la vita facendo questo lavoro e ogni incarico è diventato più incerto. È diventata una lotta quotidiana tra continuare a lavorare e, semplicemente, sopravvivere.
Cosa la colpisce di più oggi di Gaza?
La paura che tutto questo diventi normale, anche per chi guarda da lontano. Vedere un bambino affamato, una ragazza morta, i propri figli esausti per la fame senza poter fare nulla… Sono immagini insopportabili. Alla fine, il dolore lo sente davvero solo chi lo porta dentro. Come i protagonisti dei miei scatti: esseri umani che, nonostante il dolore e la morte che li circondano, non rinunciano al loro diritto di vivere.
Quanto è pesante raccontare una tragedia di cui lei è anche parte?
Il dolore delle persone che guardo da dietro l’obiettivo è anche il mio. Vederle così spezza qualcosa dentro di me. Sulle mie spalle ho la responsabilità di quattro figli che vivono la stessa tragedia e ogni giorno è una lotta per preservare la loro speranza.
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