Il fotografo Vasantha Yogananthan è nato a Grenoble nel 1985 da padre srilankese e madre francese. Oggi è una delle voci più interessanti nel panorama internazionale. Mystery Street, il suo ultimo lavoro pubblicato nel 2022 da Chose Commune, è stato esposto alla Fondazione Henri Cartier-Bresson di Parigi e all’International Center of Photography di New York.

Nel 2023, uno degli scatti di questo progetto è stato usato per il poster di Paris Photo, la più importante fiera di fotografia al mondo. Il suo lavoro è rappresentato da The Photographers’s Gallery, la prima galleria pubblica del Regno Unito dedicata alla fotografia, fondata nel 1971. La scorsa estate, Les Rencontres d’Arles gli ha dedicato una mostra personale: Le Passé composé.

Yogananthan è un autodidatta. Ha preso in mano per la prima volta una macchina fotografica a 16 anni e, da allora, non se ne è mai separato. Dopo essersi laureato in Storia a Grenoble, si è fatto le ossa come editor in un’agenzia fotografica di Parigi. Poi, nel 2009, ha fatto il grande salto e si è dedicato a tempo pieno al suo lavoro personale.

Viaggio in India

Il primo progetto si intitolava Piémanson, dal nome dell’ultima spiaggia selvaggia d’Europa, dove migliaia di persone passavano le estati accampate dando vita a una sorta di città utopica. «Cercavo di trovare la mia voce di artista e avevo in testa la fotografia documentaria di Paul Strand e Chris Killip. Cercavo la loro stessa chiarezza e precisione, che non ha bisogno di trucchi per sedurre chi guarda».

Per quattro anni Vasantha è tornato in Camargue e, con un apparecchio di grande formato, ha realizzato immagini a colori dell’accampamento e dei suoi abitanti alla luce morbida dell’alba e del tramonto. Considerato concluso il lavoro a Piémanson, ha deciso di partire per l’India. Ancora non lo sapeva, ma la sua avventura durerà otto anni e lo porterà a pubblicare sette libri.

«Tutti pensano che sia andato in Oriente in cerca delle mie radici, ma non è così», spiega l’artista: «La verità è che io sono francese al cento per cento, per cultura e stile di vita. Mio padre è arrivato da bambino e, a quel tempo, agli immigrati era proibito parlare con i propri figli la lingua del paese di origine».

Eppure la casa degli Yogananthan è piena di libri di arte indiana, che sono la passione del Vasantha bambino. «Ero preso da quel tipo di immagini, così diverse da tutto ciò che si poteva vedere nei musei della mia città. Il viaggio in India è nato, probabilmente, dal desiderio di conoscere meglio un linguaggio visivo che mi era, allo stesso tempo, familiare ed estraneo».

Il suo Rāmāyana

In valigia il fotografo aveva messo molti libri di storia e letteratura. Tra questi c’era il Rāmāyana, antichissimo poema epico, colonna della cultura del paese. Lo ha iniziato a leggere e ne parlava con chi incontrava: «Tutti i miei interlocutori si riferivano a quella storia in modo molto interessante e personale».

Così, in lui è scattato qualcosa e ha deciso che le sue immagini sarebbero state la sua versione del Rāmāyana. Il lavoro sull’India, cioè, non sarebbe stato uno sforzo di documentazione, ma un’opera di fantasia. Il suo viaggio, quindi, ha cambiato direzione e ha iniziato a toccare luoghi, paesi e piccole città citate nel poema.

Sono nati così i suoi primi tre libri, capitoli di un progetto intitolato A Mith Of Two Souls: Early Times, The Promise ed Exile. Sono paesaggi eterei, scene di vita quotidiana, uomini, donne e bambini dell’India contemporanea. Alle immagini è alternato un testo che racconta la storia mitica del principe Rama. La palette delle fotografie è fatta di colori pastello. Molte delle immagini sono messe in scena. A volte i ritratti replicano il gusto delle immagini d’epoca: fotografie in bianco e nero dipinte a mano.

«A metà del progetto mi sono domandato se avessi esaurito quella materia e se dovessi fermarmi», continua Yogananthan: «Poteva essere tranquillamente una trilogia, ma mi sono reso conto che il lavoro non si era ancora esaurito». Nascono allora altri quattro capitoli e i relativi libri: Dankara, Howling Winds, Afterlife e Amma.

L’approccio cartesiano

Alla fine dei dieci anni indiani, l’approccio del fotografo si è completamente trasfigurato: «Man mano che mi inoltravo nel lavoro mi sono reso conto che l’approccio documentario non era in grado di parlare di ciò che avevo davanti e dell’esperienza che ne facevo». È una conclusione a cui sono arrivati diversi fotografi che vengono dal fotogiornalismo, due nomi su tutti: i membri di Magnum Photo Gregory Halpern e Carolyn Drake.

«Per parlare del mondo reale, non puoi limitarti a documentare. Se quello che fai è troppo vicino alla realtà, fallisci. Ottieni un documento relativo a un luogo e un momento di tempo. Non dico che questo non sia interessante o non abbia valore. Ma a me non basta».

Vasantha fa l’esempio di un altro grande nome della fotografia contemporanea, l’inglese Paul Graham: «Se guardi A shimmer of possibility questo si vede benissimo. Apparentemente quello che fa è documentare un pezzo di vita americana. Ad esempio un uomo che si dirige verso un supermercato. È un approccio cartesiano. Certo, parla della società, dei suoi problemi. Racconta un brano di vita quotidiana. Eppure non è solo quello, riesce a dire qualcosa che va oltre».

Mystery Street

A guardare Mystery Street, il suo ultimo libro, il lavoro di Yogananthan sembra aver fatto un ulteriore passo. Non si tratta più di un lavoro a lungo termine, ma di una residenza di tre mesi finanziata dalla Fondation D’Entreprise Hermès, che chiede a fotografi francesi di realizzare lavori negli Stati Uniti e a fotografi americani di creare dei progetti in Francia.

Vasantha decide di andare a New Orleans con un’idea che aveva da tempo: lavorare con i bambini. È un lavoro realizzato, per la prima volta, non più con il banco ottico, ma con un’apparecchio di medio formato, che si può usare senza cavalletto. «Quando dico ai colleghi che macchina e che obiettivi avevo, non ci credono. In effetti, tecnicamente, scattare da distanze così ravvicinate a mano libera è molto difficile. Il rischio è di non avere nulla. Ma io l’ho fatto di proposito. Ho voluto andare lì con l’apparecchiatura sbagliata, per costringermi a uscire dalla mia comfort zone».

Il risultato non è un progetto sulla città. Ma sull’esperienza dell’infanzia. I giochi, le corse, lo stare all’aria aperta. L’occhio dell’artista riesce a evitare il tipico sentimentalismo delle immagini dei bambini, eppure non si tratta di un lavoro impassibile. C’è l’energia, la corporeità, la freschezza di una banda di ragazzini che pascola le vie della città. Nessuna pretesa di analizzare le ferite, sociali e urbanistiche, di una luogo che si è dovuto risollevare dopo l’uragano Katrina.

Ma c’è qualcosa di più: offre la possibilità di “sentire” ciò che, una volta diventati grandi, sappiamo che non ritornerà. «Sembra banale, ma la domanda che mi pongo mentre lavoro è: come faccio a parlare dell’esperienza che faccio del mondo? Il tema è riuscire a creare delle immagini che siano tanto specifiche quanto universali. Radicate in una realtà particolare, eppure che siano senza tempo».

L’ultimo lavoro, Le Passé Composé, è l’inizio di un altro viaggio a lungo termine, questa volta fatto vicino a casa, in Provenza (oggi il fotografo vive a Marsiglia). Qui l’artista si è concentrato su una donna anziana, che vive in una casa quasi fatata. Le luci, i colori e le atmosfere raccontano una storia che è tanto reale quando frutto della fantasia del fotografo. Eppure così reale. 

In letteratura, dove da sempre a farla da padrona è l’invenzione, se la materia che viene trattata è reale, si usa il termine “non fiction”. La fotografia, disciplina assai più giovane, si è affermata per il suo rapporto privilegiato con la realtà. Ora, però, c’è chi vuole usarla come si è fatto con la parola scritta. Dove per dire a fondo la verità delle cose, occorre che le storie siano inventate. Che nome dare a questo tipo di pratica? Di questo, e di altro, Vasantha Yoganantan parlerà a Gallerie d’Italia, martedì 28 gennaio alle 18.

© Riproduzione riservata