Il 22 e 23 marzo il popolo sovrano ha respinto la pretesa del potere politico: prevalere sugli altri poteri. Qualunque significato si voglia dare al No è indubbia la sua opposizione all'assolutismo dell'esecutivo, che voleva considerarsi libero dalla legge, e, quindi sottrarsi a una magistratura indipendente, perché unto dal voto popolare. Eppure, il governo si sta comportando come se il 53,7 per cento di italiani non si fosse espresso. La fretta con cui il presidente del Consiglio ha riavviato due tavoli politici è la prova evidente del disprezzo per il voto popolare: quello con la Corte dei conti per i decreti attuativi della legge Foti e con la maggioranza parlamentare per la legge elettorale.

Quanto alla legge Foti, essa ha vanificato il controllo di legittimità sugli atti del governo, equiparando al visto espresso il silenzio della Corte Conti. Se questa si pronunci oppure no è indifferente, il funzionario sarà esonerato da responsabilità; il silenzio, come il sindacato neutrale, assegna una patente di legittimità all’atto, ma è solo finzione giuridica!

La Foti è andata oltre: ha ridotto a un lumicino la responsabilità contabile, il 30 per cento del danno erariale, e ha curvato in direzione verticistica la magistratura requirente della Corte, con un procuratore generale gerarchicamente sovraordinato ai procuratori territoriali. Eppure, esiste la norma costituzionale che pone i magistrati su una linea retta, rifiutando modelli piramidali di memoria autocratica. Il governo ha riscritto con legge ordinaria le funzioni costituzionalmente riconosciute alla Corte, controllo e giurisdizione contabile, svuotandole di contenuto, come una mela, secca dentro, che ancora pende dal ramo dal ramo.

Sull’altro tavolo la maggioranza parlamentare ha presentato in I commissione Camera la sua proposta di legge elettorale: un ermafrodito tra il Porcellum e l’Italicum, con finto inchino alla Corte costituzionale.

È un sistema proporzionale con esito maggioritario perché se la lista o coalizione ha il 40 per cento dei voti guadagna un premio di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato. Ho detto che il rispetto delle sentenze della Corte (1/ 2014 e 35/2017) è solo parziale perché il Giudice aveva condizionato la legittimità del premio a una soglia “ragionevole” di voti. Anche se la Corte non ha definito numericamente il quantum, questa elastica ragionevolezza si deve intendere porosa al rapporto aventi diritto al voto/votanti. In sintesi, se il 40 per cento dei votanti è uno zoccolo ragionevole sul 73 per cento dei votanti (al 2013) non lo è più sul 63 per cento del 2022.

La ragionevolezza non si ferma alla soglia di cui prima, ma investe anche il premio, intorno al 59 per cento nella proposta di maggioranza; eppure, andrebbe modulato in riduzione se la distanza tra chi vince e chi perde diventasse minima, perché regalare più del 17 per cento alla famiglia politica di poco superiore al primo perdente accentua la disproporzionalità di quest’ultimo. Ciò viola il carattere rappresentativo dell’Assemblea, che esiste per riprodurre le diversità politiche del popolo sovrano, non per riscaldare una e raffreddare l’altra. Infine, le liste brevi interamente bloccate salvano il diritto dell’elettore di conoscere i candidati scelti dal partito, ma se nessuno è di suo gradimento, o voterà quel partito, costretto ad accettare gli sgraditi, o voterà un altro partito, o non voterà affatto perché essere consapevoli del basso profilo degli eligendi non significa scegliere i meritevoli.

La proposta crea una continuità tra una minoranza elettorale e la sua artificiosa una maggioranza in seggi, ritorna il gioco di prestigio, che il governo voleva imporre al Csm estraendo a sorte i togati. I 230 seggi, creati dall’aritmetica, non dal consenso popolare, sono al seguito di un governo, anticipato al momento elettorale, comandato da un premier, identificato nel capo della coalizione, noncurante delle prerogative del presidente della repubblica.

Un governo gonfiato, inamovibile – nessun parlamentare nominato dal capo della coalizione oserà sfiduciarlo – e pluripremiato con benefit che erodono la democrazia e la sua divisione dei poteri, potrà poi nominare gli organi di garanzia e modificare la Costituzione, finalmente libero dall’incidente referendario.

Dalla sconfitta referendaria il governo ha imparato la lezione autocratica: giocare subito e sempre ad asso piglia tutto. Invece, il diritto di governare non dà anche diritto di occupare la Repubblica, alterandone i tratti identitari.

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