In questa seconda stagione ci siamo concentrati su una vicenda precisa, sul suo evolvere, sul suo incancrenirsi: una storia che comincia in Egitto e finisce in un carcere del nord Italia. E che ci mostra che l’ingiustizia non è una categoria astratta: non esiste al di là delle persone che la subiscono. Sono loro il vero soggetto del racconto
Nella notte tra il 5 e il 6 settembre 2024 un ragazzo di diciotto anni muore in un incendio divampato nella sua cella nel carcere milanese di San Vittore, il più sovraffollato d’Italia. La notizia rimbalza su giornali e telegiornali e per qualche giorno si torna a parlare di carcere. Anche l’indignazione divampa, ma si spegne presto: un’indagine archivia la vicenda come suicidio. Quel ragazzo era Youssef Barsom e la sua storia non può essere compresa raccontandone soltanto l’epilogo.
Youssef ha quattordici anni quando, da un villaggio egiziano, si affida ai trafficanti per raggiungere la Libia, dando inizio a un percorso migratorio che dovrebbe condurlo in Italia, a Milano, dove il fratello maggiore vive da anni. Compie quindici anni in un campo di prigionia. Viene torturato, ricattato, costretto a fare uso di sostanze stupefacenti e a impugnare un mitra per sorvegliare altri migranti ostaggio di milizie che lucrano su persone prive di diritti.
Ai genitori in Egitto arrivano richieste di denaro in cambio della libertà di quel figlio più piccolo, su cui avevano riposto speranze che non verranno esaudite. Dopo cinque mesi, un debito crescente e molti tentativi di fuga, Youssef riesce a ottenere la libertà. La usa per salire su un barcone diretto a Lampedusa. Ciò che accade durante la traversata è un altro tassello traumatico che lascerà tracce nella sua mente e nel suo corpo, già segnati dai maltrattamenti.
Quel ragazzino pressoché analfabeta e mentalmente fragile arriva in Italia come minore straniero non accompagnato. Quell’anno i minori stranieri non accompagnati presenti nel paese superano le ventimila unità. «Unità», in questo caso, significa ragazzi arrivati soli, senza conoscere la lingua, senza punti di riferimento e quasi sempre con un passato di violenze e abusi alle spalle. Molti di loro, dopo peripezie tra comunità e vita di strada, commettono reati che li portano a entrare nel circuito penale e ad affollare le celle del carcere minorile.
Discesa agli inferi
La prima stagione di Gattabuia aveva l’obiettivo di raccontare la vita nelle carceri italiane, l’esclusione e l’ingiustizia che vivono i detenuti e, in parte, anche gli operatori penitenziari, in quella che è l’istituzione reietta per eccellenza. Abbiamo scelto di farlo senza seguire una vicenda in particolare, ma costruendo un mosaico, un coro di voci che aiutasse a comprendere come il dolore prodotto dal carcere non sia eccezionale, ma sistemico.
In questa seconda stagione abbiamo preso un’altra strada. Ci siamo concentrati su una vicenda precisa, sul suo evolvere, sul suo incancrenirsi: una discesa agli inferi che comincia in Egitto e finisce in un carcere del nord Italia.
Youssef Barsom ha un volto, un corpo, un taglio di capelli, una personalità precisa: la sua storia è sua e di nessun altro. È eccezionale e insieme emblematica. È fatta di povertà, migrazione, violenze, problemi di salute mentale, abuso di sostanze, ma anche di disperati tentativi – da parte di assistenti sociali, educatori, insegnanti, avvocati, familiari – di accoglierlo e prendersi cura di lui. Se questa storia insegna qualcosa è che l’ingiustizia non è una categoria astratta: non esiste al di là delle persone che la subiscono. Sono loro il vero soggetto del racconto.
Chi sono?
La domanda che guida la narrazione è chi siano i ragazzi reclusi nelle carceri minorili italiane, da quali percorsi provengano e che cosa abbia fallito nel sistema sociale che dovrebbe tutelarli. Quanti deragliamenti sono accaduti prima che si perdesse definitivamente la strada. Rispondono le voci dei giovani detenuti dell’IPM di Bari raccontando la violenza che hanno subito e inferto nelle periferie d’Italia nelle quali sono cresciuti. Con questo coro carcerario sullo sfondo, seguiremo Youssef dentro e fuori le comunità, alle stazioni dei treni, nelle caserme di polizia, nella cella in cui, per disperazione, si mette a parlare con una mosca.
Cinque puntate da quaranta minuti, animate dalle musiche originali e dal sound design di Federica Furlani, elemento drammaturgico fondamentale e complementare alle parole. Parole scritte da me, che negli ultimi anni ho indagato il carcere e il suo perimetro murato, arrivando a chiedermi cosa venga prima. Perché le storie di chi viene arrestato e deve scontare una pena detentiva raramente cominciano con il reato. Più spesso sono il frutto di marginalità e ingiustizie che riguardano tutti: i cittadini, la politica, le istituzioni. Il carcere è il serbatoio dove viene “custodito” tutto ciò che è troppo complesso affrontare alla radice. Qual è l’alternativa? E perché Youssef è morto quella notte di settembre, un giorno prima che il giudice disponesse la sua scarcerazione perché il suo stato mentale era incompatibile con la detenzione?
A queste e ad altre domande prova a rispondere Gattabuia – seconda stagione, un podcast di Domani, prodotto da Emons Record.
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