La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è apparsa, durante la conferenza stampa di inizio anno, come la paladina della libertà di stampa. Si è mostrata persino interessata alle minacce ibride, si direbbe oggi, cioè quelle non fisiche ma giudiziarie: le migliaia di cause civili e le denunce per diffamazione. E c’è da dire che chi si applica con più vigore in questo esercizio di imbavagliare i giornalisti frequenta abitualmente i palazzi del governo: sono i suoi ministri, i suoi sottosegretari, gli esponenti della maggioranza, che da quando hanno vinto le elezioni reagiscono alle critiche e alle inchieste giornalistiche con azioni giudiziarie o diffide a pubblicare le notizie scovate dai cronisti. 

Meloni, dunque, nel solidarizzare con la stampa, con i reporter vittime di soprusi, citando persino norme che esisterebbero già a tutela del giornalismo, nasconde un pezzo rilevante di realtà. Intanto perché non esiste alcun argine alle cause temerarie, come ha fatto, invece, intendere la premier. Esiste il pagamento delle spese solo nel civile per chi perde, ma non sempre sono previste o corrisposte. Nel penale il cronista che vince il processo, non riceve alcun ristoro per le spese sostenute personalmente o dal giornale. Per questo i politici continuano senza sosta a denunciare i giornalisti, perché non rischiano nulla neppure se dimostriamo che le accuse sono false e infondate. 

Non potrebbe essere altrimenti. Perché se dovesse dire la verità sulla libertà di stampa in Italia, dovrebbe auto accusare l’esecutivo di cui è a capo. Il punto è che secondo numerosi osservatori internazionali, il rapporto tra questo governo e l’informazione segue un modello che potremmo definire orbaniano, ricalca cioè la democratura ungherese di Viktor Orbán, grande alleato dei patrioti nostrani. La domanda cui dovrebbe rispondere la premier è, quindi, se questa comune visione sulla libertà di stampa con l’alleato di Budapest la rende orgogliosa o al contrario sia un’accusa infamante.

Per questo quella frase pronunciata da Meloni, «la libertà di stampa è presupposto fondamentale della democrazia», è vuota se non è seguita da una postura di rispetto nei confronti di chi fa informazione. E la dimostrazione di quanto siano vuote le parole sulla tutela dell’informazione arriva a metà conferenza stampa, quando la nostra collega Francesca De Benedetti, pone due domande sgradite alla presidente: la sua reazione, senza rispondere nel merito, è emblematica dell’allergia alla libera stampa. 

E a proposito di democrazia. La premier ha sfiorato il tema dello spionaggio contro un gruppo di giornalisti, in primis il direttore di Fanpage, Francesco Cancellato. Se la cava rimandando alla relazione del Copasir, il comitato parlamentare che vigila sull’attività dei servizi segreti. Meloni spiega che da quel documento non è emersa alcuna violazione da parte del governo, che, assicura, non ha spiato i cronisti in questione. Eppure è una vicenda sulla quale avrebbe dovuto spendere qualche parola in più: almeno dire che il governo non ha fatto abbastanza per cercare la verità. Perché se è vero quel che sostiene Meloni, sulla base del lavoro del Copasir, è altrettanto provato che i servizi hanno spiato gli attivisti della Ong Mediterranea impegnati nel salvataggio dei migranti in mare. E allora se non è stato il governo a monitorare Cancellato & Co, può essere un’agenzia estera o chissà chi altro. Si tratta comunque di una questione di sicurezza nazionale, se chiunque in Italia può inoculare uno spyware dentro i telefoni dei cittadini. Su questo Meloni non ha detto nulla.

Non stupisce che nel meraviglioso mondo descritto da Meloni persino il rapporto con la stampa sia armonioso. Ma la propaganda come sempre è molto distante dalla realtà. 

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