Il testo che sarà votato giovedì 21 a Strasburgo non prevede, come la norma che fu bocciata tra gli applausi della destra nel 2021, aggravanti specifiche. Ma rafforza il sistema di protezione e assistenza per chi subisce violenze e discriminazioni anche in base al suo orientamento sessuale o alla sua identità di genere
«Quella sera com’era vestita?»; «Perché non se n’è andata prima?». Quante volte abbiamo letto di giudici o esponenti delle istituzioni porre questa domanda a vittime di violenza? È la vittimizzazione secondaria e (forse) in Italia avremo finalmente gli strumenti per combatterla.
È la portata della revisione alla direttiva Vittime del 2012 che viene votata a Strasburgo giovedì 21 maggio. Un testo che, se approvato, rafforza le tutele per tutte le vittime di reato in Europa (tra cui violenza domestica, stalking, abusi sessuali, reati d’odio) e riprende di fatto parte del ddl Zan, affossato in Senato nel 2021. Il nostro Paese sarà così vincolato a imporre standard minimi di tutela delle vittime. Così, parte del ddl Zan, potrebbe entrare d’obbligo nel nostro ordinamento.
Primo: proteggere le vittime
«Passerebbe il principio per cui anche chi subisce un reato per la sua condizione personale, per esempio per il suo orientamento sessuale, la sua identità di genere o la sua disabilità è vittima vulnerabile e ha diritto a tutele speciali nel processo», spiega a Domani Alessandro Zan, eurodeputato Pd e negoziatore per S&D della direttiva. «Era quello che diceva, appunto, l'articolo 6 del ddl Zan. La direttiva però riguarda tutte le vittime e dice una cosa semplice: le vittime non possono mai essere lasciate sole».
L’art. 6 prevedeva modifiche all'articolo 90-quater del codice di procedura penale, estendendo la qualifica di «persona in condizione di particolare vulnerabilità» anche alle donne e persone lgbtqia+ vittime di reati motivati da sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere o disabilità. Va detto che il testo europeo non introduce nuovi reati né nuove aggravanti penali specifiche ma rafforza il sistema di protezione e assistenza per chi subisce violenze e discriminazioni: dalla denuncia al processo, dall’assistenza psicologica alla protezione della privacy.
«Se passasse la legge, sarebbe un passo avanti sulla strada dei diritti di tutte e tutti, perché i diritti non sono mai “di qualcuno”», continua Zan. «In più, la direttiva riguarda tutte le vittime non solo quelle lgbtqia+. Certo, se pensiamo al ddl Zan, l'approvazione della legge rappresenterebbe un riscatto di tutti coloro che si sono indignati davanti agli applausi vergognosi del Senato quando la legge fu affossata».
Se la revisione della direttiva sarà approvata, gli Stati membri dell'Ue dovranno recepirla entro due anni. «Per le vittime vulnerabili, nel concreto, il giudice può stabilire per esempio che vengano sentite fuori dall'aula di tribunale, o in aula ma con barriere visive per evitare contatti con l'imputato. Potrebbero anche accedere più facilmente a rifugi per la loro tutela», spiega l’eurodeputato.
Verrebbe introdotto il principio della «privacy by default»: ovvero i dati personali della vittima non potranno essere trasmessi in automatico alla persona accusata, salvo diversa decisione del giudice. Prevede la possibilità di denunciare online o attraverso associazioni riconosciute per alcune tipologie di reato, vieta domande irrilevanti sulla vita privata delle vittime e introduce formazione obbligatoria per magistrati, forze dell’ordine, personale sanitario, operatori sociali.
Perché è importante
Su questo emerge uno dei principali vuoti in Italia, spiega Matteo Mammini, avvocato, presidente di Rete Lenford-Avvocatura per i diritti lgbtq+. «Se il sistema non riconosce la violenza come un crimine d’odio questa sparisce dalle statistiche, dalle politiche pubbliche. Per questo la direttiva europea rappresenta un cambio di paradigma: si parte dalla protezione della persona sopravvissuta e non dalla punizione della persona colpevole».
Per le donne vittime di violenza si tratta di una norma dovuta e che, se arriva mentre in Italia ci s’interroga ancora sulla parola “consenso”, è già in ritardo.
«Serve un lavoro culturale profondo e a livello di istituzioni nel restituire la responsabilità della violenza agli uomini che ne sono autori e smettere di incolpare le donne», commenta Simona Lanzoni, vice presidente di Fondazione Pangea e coordinatrice rete nazionale antiviolenza Reama.
A quasi cinque anni dal no al ddl Zan, l’Europa potrebbe riportare in Italia parte di quelle tutele. «La destra italiana usa i diritti civili come terreno di propaganda – conclude Zan – e questo governo ce lo ha dimostrato con il decreto Piantedosi contro le famiglie omogenitoriali, con la legge Varchi, con i limiti all'educazione sessuale nelle scuole e ce lo dimostra ogni giorno con le continue fake news sul gender. Fortunatamente in Europa c'è spazio per fare passi in avanti di civiltà».
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