La scena che Leo ricorda più nitidamente non è un insulto gridato per strada né un’aggressione fisica: è un tavolo apparecchiato da cui lui veniva escluso e destinato all’invisibilità. Secondo Arcigay, nel 2026 in Italia l’odio contro le persone Lgbtqia+ è diventato un fenomeno strutturale e diffuso. «Essere un ragazzo gay femminile non è una provocazione e non è solo estetica: è un atto quotidiano di resistenza e autenticità»
«Ogni sabato, ogni domenica e ogni festa comandata, il mio posto a tavola semplicemente non esisteva. Mentre il resto della mia famiglia, sette persone, compreso il fidanzato di mia sorella, celebrava l’unione mangiando insieme, io venivo confinato nella casa accanto. I miei genitori mi portavano il pranzo. Tutto questo perché le mie unghie, lunghe e colorate, erano giudicate “ingombranti”».
Leonardo Caracolli, 21 anni, studente universitario a Perugia, gli occhi definiti da un eyeliner, un ombretto che illumina il suo sorriso, inizia a raccontarsi così. E ha deciso di farlo esponendosi in prima persona, «perché questa testimonianza non è solo per me. È per chiunque stia ancora lottando per essere visto, accettato e accolto nella propria totale, splendida unicità. Io stesso mi definisco uno “squilibrio puro”, e lo dico con orgoglio».
La scena che Leo ricorda più nitidamente non è un insulto gridato per strada né un’aggressione fisica: è un tavolo apparecchiato da cui lui veniva escluso, separato letteralmente dalla sua famiglia, destinato all’invisibilità. «Le bambole, per il me bambino, non erano giocattoli: erano varchi verso la libertà, sebbene clandestina. Ricordo mia nonna che mi trascinava via dal desiderio di comprare una Barbie, marchiando la mia gioia come “vergogna”. Eppure era lei stessa che, nel segreto delle mura domestiche, mi permetteva di indossare vestitini, tacchi, gioielli e trucchi».
Conformarsi per esistere
Cresciuto in un piccolo paese vicino ad Arezzo, Leo ha imparato presto che per poter esistere doveva conformarsi: togliere le treccine, il trucco, i vestiti che amava. «I miei genitori mi spingevano a far visita ai nonni ripetendomi: “Evita, togliti le unghie, non rifarle, i nonni non vivranno per sempre”. Ma che senso ha viverli se per farlo devi fingere di essere qualcun altro?».
La storia di Leo, nella Giornata contro l’omobilesbotransfobia, che ricorre ogni 17 maggio, diventa un megafono per le persone Lgbtqia+ che subiscono non solo violenze fisiche ma anche aggressioni fatte da silenzi in famiglia, richieste di nascondersi persino dentro casa.
«Al liceo ho imparato l’arte del “trasformismo”», continua. «Mia madre mi lasciava davanti al parco e lì, tra panchine e giochi, diventavo finalmente me stesso. Poi, prima di tornare a casa, dovevo “tornare accettabile”. Succedeva anche quando uscivo con i miei amici: partivo in un modo, con uno zaino sempre sulle spalle, mi cambiavo per strada e, prima di varcare la soglia di casa, dovevo tornare “normale”. Gli occhiali da sole erano il mio scudo, indossati perfino sotto la pioggia per nascondere il trucco e proteggermi».
Un fenomeno strutturale e diffuso
Secondo i dati dell’Osservatorio di Omofobia.org, in Italia, negli ultimi 14 anni sono emerse almeno 2.014 vittime di omotransfobia. Più della metà dei casi riguarda aggressioni fisiche o omicidi e la maggioranza delle vittime ha meno di trent’anni.
Le persone transgender risultano le più esposte. «Mio padre si vergognava di farsi vedere con me dai suoi colleghi; per questo mi lasciava a scuola molto prima dell’orario di apertura. Persino il giorno del mio diploma, uno dei più belli della mia vita, è stato sporcato dai pregiudizi. I professori, interni ed esterni, temevano il mio aspetto: volevano che mi “adeguassi” per non sfigurare davanti alla commissione. Ma quel giorno ho scelto di non chiedere permesso. Mi sono presentato nella mia verità, rivendicando il diritto di essere valutato per le mie conoscenze».
Secondo Arcigay, nel 2026 in Italia l’odio contro le persone Lgbtqia+ è diventato un fenomeno strutturale e diffuso: il report annuale documenta 127 episodi di violenza, discriminazione e attacchi a persone, luoghi e simboli nell’arco di 12 mesi.
«Mi sono sentito sbagliato per così tanto tempo da finire per credere che il mio posto nel mondo non esistesse. Ho pensato tante volte di farla finita, perché mi sembrava che la mia identità e la mia felicità fossero l’unico ostacolo tra la mia famiglia e la loro serenità. Oggi, dopo ventun anni passati a sentirmi in difetto, ho finalmente capito che non c’è mai stato nulla in me da aggiustare».
«Terapie riparative»
Ma «riparare» le persone omosessuali è ancora qualcosa che in Europa e in Italia si continua a tentare, con le terapie riparative o di conversione, definite torture dalle Nazioni Unite. Secondo i dati della European Union Agency for Fundamental Rights, su 4.959 persone Lgbtqia+ intervistate in Italia, una persona su cinque dichiara di aver subito almeno un tentativo di conversione, dato che a livello europeo sale a una su quattro.
Inoltre, la ricerca “Better in Colours, Better in Sports” (a cura di Gaynet ed EGLSF in collaborazione con l’Università La Sapienza, 2026), mostra come i tentativi di conversione coinvolgano quasi due persone su quattro in Europa tra gli sportivi Lgbtqia+. Il 4 per cento le ha effettivamente subite e il 15 per cento conosce qualcuno che ne è stato coinvolto: il 75 per cento di chi ha subito il trattamento era minore.
«Sono un ragazzo gay e a casa non avrò mai la libertà di dire: “Questo è l’uomo che amo” e vederlo accolto», racconta Leo che oggi vede più di rado la sua famiglia. «È doloroso sapere che quella normalità che mia sorella vive con naturalezza, per me resterà sempre un desiderio proibito. Fa male vedere come mia madre, che mi ha difeso dai bulli anche in casa, non mi conosca davvero e sia ancora ferma alla domanda se io voglia “diventare donna”. La sua confusione non è la mia. Essere un ragazzo gay femminile non è una provocazione e non è solo estetica: è un atto quotidiano di resistenza e autenticità. Essere se stessi non è un errore di sistema, è l’unica rivoluzione che valga davvero la pena di vivere».
Il report di Arcigay evidenzia anche tre suicidi, tra cui persone molto giovani. Come si legge nella Rainbow Map di ILGA Europe, quest’anno l’Italia è scivolata al 36° posto in Europa e Asia Centrale sui diritti delle persone Lgbtqia+, restando l’unico paese insieme a Polonia e Bulgaria nella Ue a non avere tutele contro l’odio basato su orientamento sessuale e identità di genere, che in Italia colpisce ogni due giorni come evidenziato durante il convengo “Verso il 17 maggio” promosso a Roma dalle realtà associative Lgbtqia+ del paese.
«Nonostante siamo nel 2026, uscire di casa richiede ancora un’armatura», conclude Leo. «Se mi volto indietro, vedo quel bambino di nome Leonardo che ha resistito in silenzio. L’unica certezza che ho è che io, per me, ci sarò sempre. Oggi quel bambino è diventato Leo. Vorrei dire grazie a mia madre che mi ha difeso dai bulli, nonostante tutto, ai miei amici, che non mi hanno mai lasciato solo».
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