La crisi Roma-Madrid mette in discussione il principio fondativo della libera circolazione. La presidente della Commissione stretta tra due fuochi è preda degli isterismi nazionalisti
Dopo aver invano rivolto il proprio appello all’Unione — ai suoi leader, ai suoi cittadini, forse in nome di ciò che resta dei suoi valori fondanti — sabato il commissario europeo per gli Affari interni, Magnus Brunner, ha scelto di rivolgersi direttamente ai migranti. Ha chiesto loro di «non rischiare la vita per niente», ha ricordato che ai trafficanti interessano i profitti, non «le migliaia di morti che causano, né le innumerevoli vite con cui giocano». Il monito è stato accompagnato da un avvertimento netto e perentorio: «Entrare illegalmente nell’Ue non dà il diritto di rimanervi».
Delle decine di migliaia entrati a Ceuta scalando e nuotando, infatti, oggi, ne rimangono solo poche centinaia. Anche la commissaria europea per il Mediterraneo, Dubravka Suica, che fa sapere di essere in «contatto costante» con il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita, ha puntato il dito contro i trafficanti e le loro false promesse. «La lotta contro la migrazione illegale, e in particolare contro i trafficanti e i contrabbandieri, è una sfida comune. Una sfida che possiamo affrontare solo insieme». Insieme vuol dire riconoscere che la problematica è collettiva. In chiaro: una risposta che può essere efficace soltanto se europea, alternativa non c'è.
Muri europei
Da quando Roma, poi a ruota Copenaghen ed Helsinki, hanno annunciato una «sospensione» della libera circolazione nell’area Schengen, dove finisca l’Europa non è più chiaro. E nemmeno dove cominci. Ma c’è una seconda domanda, forse ancora più insidiosa: dove comincia e dove finisce la parabola, ormai inclinata e più volte trafitta, di von der Leyen? Del suo potere?
Qualche ora fa la sua Ue ha nuovamente ringraziato il partner marocchino, ma anche la Spagna, per aver «riportato la situazione sotto controllo» e per aver garantito «che la stragrande maggioranza degli arrivi sia rientrata in Marocco». Perché la crisi — quella reale, umanitaria, migratoria — di Ceuta è passata: i socialisti iberici l’hanno contenuta, gestita, arginata. Ma quella politica è in pieno svolgimento e non sono ancora prevedibili le sue conseguenze, soprattutto per la presidente della Commissione.
Sánchez e Meloni hanno in comune il Mediterraneo e urne ormai abbastanza prossime e, combattendosi da lontano, giocano soprattutto per i rispettivi elettori in patria. Ma c'è una partita più grande che si sta aprendo ed è tutta europea.
Una settimana fa, il blocco dei Socialisti e Democratici che sostiene von der Leyen le ha inviato una lettera, esortandola a «intervenire immediatamente per chiarire le norme che regolano la sospensione dello spazio Schengen da parte degli Stati membri a seguito degli eventi verificatisi a Ceuta».
Ancora prima era stato Sánchez a chiederle di intervenire, preoccupato dalla reazione di «alcuni governi europei». Poco ha ottenuto dalla von der Leyen, se non uno slogan ormai svuotato di ogni significato: «La migrazione è una sfida europea che richiede una risposta europea». Ma una vera risposta latita. E, con essa, anche la presidente. Che è titubante, assente.
Alla ricerca di Ursula
Più che “cosa farai adesso” Ursula, molti si chiedono “Ursula dove sei” mentre la numero uno della Commissione appare sempre più esposta alle maree populiste di molte delle capitali dei 27, alle contraddizioni dei progressisti, sempre più stretta nella morsa di un’isteria collettiva (quella alimentata dallo spettro della migrazione), sempre più prigioniera tra due fuochi, quelli delle due ali opposte della politica europea. Lo scontro esplicito tra destre e sinistre d'Ue a Bruxelles rischia di trascinare la presidente con sé.
La sua vuota lettera a Sánchez, che è diventata solo la pietra d’inciampo del suo silenzio ingombrante, della sua inazione, pesa ogni giorno di più anche sulla tenuta della legge che le imporrebbe di esprimersi sulle controversie giuridiche relative alla “Carta di Schengen”. È un ruolo che la presidente finora non ha saputo esercitare, per non scontentare nessuno: né la destra, con cui flirta ormai da anni, né quella variegata sinistra di Popolari e Socialisti che l'accusa di farlo e può ritirarle la fiducia che la sostiene.
Sono queste, oggi, le vere frontiere d’Europa: da una parte i conservatori, dall’altra i progressisti sempre meno felici di essere dalla sua parte. Nella crisi di Ceuta e di Schengen la presidente doveva essere arbitro, ma è un mediatore il cui potere dipende da altri, che ora si dividono su uno dei principi fondativi dell’Unione: la libera circolazione.
Rischia ogni giorno di più di governare — e poi di cedere e cadere — su una Bruxelles già spaccata in due. Se la sua maggioranza reggerà, se tenderà la mano ai socialisti di Sánchez o se dovrà incassare di nuovo i pugni dei sovranisti come Meloni, non si sa ancora. In Ue mancano accordi, coordinamento, solidarietà – ancora oggi, proprio come dieci anni fa, quando però c'erano le scene bibliche degli arrivi, i grandi flussi migratori della crisi del 2015. Ma adesso manca anche la presidente che ha consegnato a tutti una sola certezza negli ultimi giorni: si fa sempre più incerto il confine tra la sua leadership e la sua solitudine.
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