Domenica sono aperte le urne per il referendum su un’interpretazione più rigida del principio di neutralità sancito nel 1815 con il Trattato di Parigi: se vincesse il Sì la Confederazione dovrebbe lasciare ogni collocazione geopolitica, ma la proposta è viziata dagli interessi personali in Russia dell’ex consigliere federale promotore
Losanna – Se il popolo svizzero voterà Sì al referendum sulla neutralità del 27 settembre, l’effetto immediato sarà la rimozione delle sanzioni contro la Russia, l’uscita da ogni coordinamento strategico con l’Alleanza atlantica, l’impossibilità definitiva di reagire a violazioni del diritto internazionale o a crimini di guerra.
L’attuale Costituzione (art. 173 e 185) stabilisce già l’obbligo per Parlamento e governo di adottare i provvedimenti necessari per salvaguardare il principio di neutralità. Al di fuori dei confini, è il diritto internazionale a garantirlo. Anche per questo la neutralità svizzera (permanente, cioè relativa a tutte le guerre) è armata, dotata di un esercito pronto a reagire in caso di aggressione (art. 58). Questi restano capisaldi della democrazia elvetica che il referendum non mette in discussione. La neutralità, tuttavia, non è un monolite, ma può essere interpretata.
L’iniziativa del partito di destra Udc – sostenuta dal Partito comunista, che ne coglie le istanze avverse all’imperialismo americano – propone di modificare la Costituzione affermando i quattro punti seguenti: 1. la neutralità permanente e armata; 2. il divieto di aderire ad alleanze militari o difensive nonché della collaborazione con paesi o organizzazioni straniere, salvo il caso in cui la Confederazione sia oggetto di aggressione militare; 3. il divieto di partecipazione a scontri militari tra Stati terzi e il divieto di adozione di misure coercitive contro Stati belligeranti, ad eccezione delle sanzioni previste dall’Onu; 4. la neutralità al servizio della mediazione diplomatica.
Alleanze e sanzioni
Se è vero che la Costituzione vigente non fornisce una definizione dettagliata di neutralità né un elenco di regole per esercitarla, nondimeno l’adesione a blocchi militari e la partecipazione a guerre altrui risultano già totalmente escluse dal diritto internazionale sulla neutralità (Convenzioni dell’Aja, 1907). I veri punti focali della consultazione sono perciò due: la collaborazione con alleanze militari e l’applicazione di sanzioni non militari.
«Entrambe sono risorse cui la Svizzera sceglie, caso per caso, di ricorrere per rafforzare la pace internazionale e quindi salvaguardare la propria neutralità» spiega lo storico Maurizio Binaghi, autore del libro La Svizzera è un paese neutrale (e felice), (Laterza, 2025). «La Confederazione ha la necessità di collaborare con intelligence straniere: in caso di attacco potrebbe resistere poche ore senza l’aiuto di Stati alleati. Di qui la collaborazione, ad esempio, col programma di cooperazione tra la Nato e i paesi europei non membri dell’Ue, il Partenariato Per la Pace».
In sostanza, se la Costituzione non ha mai definito la neutralità in modo vincolante è proprio per dare agli organi preposti la possibilità di declinarla e adattarla al contesto storico, fatta salva la non belligeranza. I promotori della consultazione popolare chiedono, invece, che la Carta stabilisca un’interpretazione rigida della neutralità: niente collaborazioni, niente sanzioni. Solo così la Svizzera resterebbe credibilmente neutra e perciò al riparo dalla guerra. In discussione, insomma, non c’è la neutralità stessa (meno ancora il pacifismo) ma il modo di esercitarla.
L’iniziativa nasce in reazione all’allineamento di Berna alle sanzioni Ue contro la Russia nel 2022. «In passato la Svizzera ha già applicato sanzioni dell’Ue nei confronti, ad esempio, della Serbia, del Sudan e della Siria, ma la cosa non ha avuto eco particolare: nessuno di questi Stati ha il nucleare, né fa parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu, né era tra i firmatari, nel 1815, del Trattato di Parigi che istituiva la neutralità elvetica. Di più, la Russia è un partner commerciale ingombrante», precisa Maurizio Binaghi. E pesa il fatto che l’ex consigliere federale Udc, il miliardario Cristoph Blocher, padre dell’iniziativa, suo principale finanziatore, sia a capo di un potente gruppo industriale, Ems-Chemie, con forti interessi in Russia.
«Sorella di altre iniziative referendarie promosse dall’Udc (la precedente, che intendeva limitare la popolazione a 10 milioni, e la prossima, quella contro gli accordi bilaterali tra Svizzera e Ue), questa iniziativa – conclude Binaghi – porta davanti al popolo una visione della Svizzera che in Parlamento l’Udc non riesce a far passare. La posta in gioco, ben oltre il singolo referendum, è il modello stesso di Svizzera che si intende promuovere: una Confederazione sempre più isolazionista e ripiegata sulla propria sovranità oppure saldamente ancorata all’Europa e perciò pronta ad assumersi le proprie responsabilità?».
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