È trascorso un mese dall’operazione governativa turca «la mia famiglia al sicuro», che ha colpito e perseguitato associazioni e attivisti della comunità lgbtq+ in quindici province della Turchia. Non è la prima volta che accade.

Nell’ultimo decennio, nel Paese i diritti sono stati progressivamente smantellati in ogni ambito, il dissenso è stato represso e la paura usata come strumento di controllo. Inoltre, nel 2021 la Turchia è diventato il primo Paese membro del Consiglio d’Europa a uscire dalla Convenzione di Istanbul, documento centrale per il contrasto alla violenza di genere.

Tra le circa 160 persone fermate dalla notte del 12 settembre scorso, c’è anche Nedime Erdoğan, attivista, fondatrice dell’Ankara Rainbow Association (Galader), e componente del consiglio direttivo di Kaos GL, la principale organizzazione turca per i diritti delle persone lgbtq+.

Come ha raccontato pubblicamente, Nedime è madre di un figlio omosessuale, l’accusa con cui è stata portata in carcere è «oscenità». Da Ankara, Atilla Dirim, presidente del consiglio direttivo di Galader e padre di una figlia transgender risponde preoccupato: «Otto dei nostri amici, tra cui Nedime, sono stati arrestati. Come famiglie e genitori di figli lgbtq+ non ci sentivamo al sicuro prima e ora ancora meno. Sappiamo che, agli occhi di chi detiene il potere, non siamo una famiglia “accettabile” ma non chiederemo ai nostri figli di fingersi diversi da ciò che sono, né cercheremo di risultare “accettabili”. Continueremo a difendere i diritti e le libertà fondamentali dei nostri figli».

Secondo Human Rights Watch, nei giorni successivi alle operazioni del 12 settembre, almeno 112 persone sono state arrestate e 82 sono state sottoposte a detenzione su ordine dei tribunali. Le indagini riguardano, a quanto riferito, accuse di oscenità, prostituzione, altri reati contro la morale e stupefacenti.

Amnesty International ha definito l’operazione del governo turco un’ulteriore escalation della repressione e stigmatizzazione contro le persone lgbtq+. Nonostante nel Paese l’omosessualità sia legale dal 1858 e dal 1988 le persone transgender possano cambiare il proprio genere sui documenti, le coppie non godono di nessun riconoscimento legale o matrimoniale e da più di dieci anni i Pride vengono sistematicamente impediti.

Erdoğan contro i diritti lgbtq+

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, governa da oltre vent’anni ed esterna senza mezzi termini le sue posizioni conservatrici e omofobe, a partire dal definire «anormale» l’omosessualità. 

«Molti genitori sono spaventati e non sanno come reagire quando i loro figli fanno coming out qui», racconta Dirim spiegando come l’associazione sia nata nel 2019 per mettere in contatto le famiglie e accompagnare i genitori. «In quel momento può iniziare il conflitto, possono sentirsi soli e, nel tentativo di rendere tutto di nuovo “normale”, cioè di impedire al proprio figlio di vivere la propria identità, possono arrivare a fargli del male».

Per questo, il lavoro dell’associazione ad Ankara è partito dai padri e le madri, mostrando solidarietà gli uni agli altri, raccontando le proprie esperienze, scacciando la paura con la conoscenza.

«C’è stato un aumento significativo della violenza sulle persone lgbtq+ da parte dello Stato e della polizia. È diventato impossibile esercitare il diritto costituzionale di riunione pacifica e manifestazione. Ogni iniziativa lgbtq+ viene vietata».

Alcune tra le persone fermate hanno raccontato di pestaggi e violenza, a Izmir la polizia ha usato spray al peperoncino verso le persone che manifestavano contro gli arresti. Il 15 settembre, davanti al tribunale di Istanbul, altre cento persone sono state fermate per più di 24 ore. Nei giorni ancora successivi sono stati bloccati o limitati account e siti web di organizzazioni, giornalisti, attivisti e media. Intanto, il ministero della Giustizia ha inviato una circolare ai procuratori capo delle 81 province della Turchia, chiedendo di valutare denunce e indagini sui contenuti e attività contrarie «alla moralità pubblica» o «dannosi» per famiglie, bambini e giovani.

Per Dirim, l’assalto di queste settimane va letto insieme alla crisi economica del Paese. «I redditi sono crollati, gli affitti sono diventati inaccessibili, tutti sono arrabbiati e il governo cerca un capro espiatorio. Da parecchio tempo il bersaglio sono gli animali randagi e le persone lgbtq+. Stanno creando un’atmosfera come se gli animali avessero dichiarato guerra alle persone e fossero sul punto di vincerla, e come se le persone lgbtq+ stessero minando la famiglia mettendo la dinamite alle sue fondamenta. Più cresce la rabbia, più aumenta la repressione».

Sono soprattutto le nuove generazioni a pagarne le conseguenze. «I nostri figli stanno soffrendo molto e noi con loro. I ragazzi e le ragazze trans, in particolare, si trovano in una situazione ancora peggiore a causa delle restrizioni nell’accesso agli ormoni. Ma, d’altra parte, la vita va avanti».

Le perquisizioni arrivano mentre Ankara prepara nuove norme contro le persone lgbtq+. Nel 2025 tre diversi testi anti-lgbtq+ erano circolati senza arrivare all’approvazione parlamentare con l’obiettivo di criminalizzare l’omosessualità e ostacolare i percorsi di affermazione di genere. Nel 2026, il governo ha ripreso il progetto di nuove restrizioni; anche se le disposizioni sono state stralciate, dal 12° pacchetto giudiziario il ministro della Giustizia Akin Gurlek ha annunciato che la seconda parte del provvedimento sarebbe stata portata in parlamento a ottobre.

«Non possiamo lasciare soli i nostri figli e nemmeno i tanti difensori dei diritti che oggi sono in carcere o in stato di fermo», continua Dirim. «L’Europa deve sapere che in Turchia il razzismo basato sul colore della pelle ha ormai lasciato il posto alla discriminazione fondata sull’identità di genere o l’orientamento sessuale. Naturalmente, non siamo soltanto preoccupati. Siamo anche arrabbiati».

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