Cento anni fa, un feretro trainato da cavalli attraversava Milano e una folla immensa. Ad accompagnare Anna Kuliscioff e a sorreggere Filippo Turati, la figlia Andreina e i tanti compagni e compagne erano venute sartine, operaie, prostitute, mondine, donne e uomini del popolo e della borghesia: chi era stata curata dalla dottora dei poveri, chi ne aveva cercato il consiglio dispensato dal divanetto verde del salotto di Portici Galleria 23, chi pure senza conoscerla direttamente aveva trattato ispirazione dalle sue parole e dalla sua esistenza.

Fu un tristissimo funerale, e fu anche l’ultima manifestazione libera nell’Italia stretta dalla morsa degli apparati ormai completamente fascistizzati. I fascisti riservarono al corteo il trattamento con cui angariavano le manifestazioni, come raccontò Pietro Nenni: «(…) Sui gradini stessi del Monumentale, mentre a mo’ di saluto io gridavo “Viva il socialismo!”, fummo aggrediti. Attorno alla bara, attorno alle corone e ai nastri, ci fu una zuffa breve e feroce dalla quale parecchi uscimmo sanguinanti e pesti». Per i fascisti, anche da morta, quella donna era un emblema e un richiamo troppo potente e pericoloso.

Mille vite

Anna Kuliscioff aveva vissuto davvero tante vite: rivoluzionaria in Russia; esule e studentessa universitaria in Svizzera quando alle donne della Russia zarista era proibito iscriversi all’università; medica dei poveri a Milano; aveva lo charme del genio e della bellezza, tanto da ispirare a Carlo Collodi il personaggio della Fata Turchina; anticonformista nelle scelte private, libera sposa di Andrea Costa prima e poi di Filippo Turati, i due padri epigoni del socialismo, madre di Andreina, figlia amatissima cresciuta da sola in mezzo a tante difficoltà.

Per avere una idea del turbinio della sua vita, basta scorrere il ricco programma di celebrazioni in occasione del Centenario che la Fondazione Kuliscioff le ha dedicato nelle tante città italiane toccate dalle sue attività. Se si deve sintetizzarne la parabola e insieme l’insegnamento politico, Anna Kuliscioff fu soprattutto socialista riformista, fino a meritare l’appellativo di signora del socialismo italiano.

Politicamente non nacque né socialista – inizialmente si avvicinò alla politica frequentando i circoli anarchici di Zurigo dove conobbe Costa – né riformista – durante la sua partecipazione all’utopia rivoluzionaria della “andata al popolo” in Russia era convinta che contro il dispotismo zarista servisse usare la violenza politica.

Si avvicinò al socialismo attraverso i contatti internazionali e forse spinta dalla stessa missione per l’umano che la portò a laurearsi in medicina a Napoli, l’unica università italiana che la accettò, terza donna in Italia. Maturò la scelta riformista nella pratica politica e soprattutto nel continuo dialogo e nei quaranta anni di costante certezza sentimentale con Filippo Turati.

Socialismo e femminismo

Per Kuliscioff socialismo e femminismo erano impossibili da disgiungere: la condizione di estrema miseria e di destituzione delle donne che curava nel suo ambulatorio ginecologico erano causate sia dall’inumano sfruttamento del lavoro insito nel sistema capitalista sia dal millenario asservimento della donna all’uomo.

Impegnarsi per una società più giusta voleva quindi dire impegnarsi per una pari retribuzione del lavoro femminile, perché solo un equo salario avrebbe dato alla donna libertà, dignità, rispetto, come Kuliscioff scrisse nel suo capolavoro di modernità assoluta Il monopolio dell’uomo del 1890.

Il suo impegno, così come quello dei compagni riformisti, era tutto dentro una politica pragmatica, che partiva dalla realtà, dalle disumane condizioni di lavoro di chi fatica nella vita, e che mirava a cambiare la realtà. È così che nacque l’idea che, nel 1902 divenne realtà con la legge Carcano, di regolamentare il lavoro delle donne – anche attraverso l’introduzione del congedo di maternità – e dei minori.

Ed è per questo che al lavoro di intellettuale e politica affiancava l’opera di medica in ambulatori gratuiti che erano parte di quelle straordinarie forme di organizzazione solidaristica dal basso del primo socialismo. Stava con i piedi per terra e insieme era animata da grandi ideali, per i quali battersi a viso aperto. A partire dal diritto di voto per le donne, per il quale si spese senza risparmio, nonostante l’opposizione del suo partito e di Turati stesso, impegnati a sostenere l’ampliamento del suffragio maschile e quindi timorosi che l’estensione del voto alle donne avrebbe moltiplicato le opposizioni.

Essere socialisti, essere riformisti, non era facile né comodo perché voleva dire essere esposti su due fronti: perseguitati dal potere costituito (prima dai governi della svolta autoritaria e conservatrice, poi dal fascismo), e attaccati internamente dall’ala massimalista. Ma fu anche il modo più efficace con cui nell’Italia pre-repubblicana si ottennero i più importanti progressi per le classi subalterne.

Gli ultimi anni della sua vita furono terribili: la malattia, la scissione di Livorno e l’espulsione dei riformisti dal Psi, l’avvento del fascismo, l’assassinio di Matteotti. Sarebbe sbagliato lasciare che queste amarezze ne segnino il ricordo. La sua fu «un’esistenza radiosa che ha dato luce al mondo» come l’ha definita Antonio Scurati nel podcast Con gli occhi di Anna scritto e raccontato da Sara Poma e realizzato dalla Fondazione Aniasi.

La luce della sua vita illumina anche noi, anche la politica italiana, cento anni dopo, a partire da quelle due parole, che sono ideale e pratica. Una parola, socialismo, dimenticata, l’altra, riformista, troppe volte tradita. E forse anche per questo le radici della politica a sinistra risultano ancora troppo fragili e aride.

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