Forza Italia c’est moi. Ora che il crepuscolo del re Sole è arrivato, rischia però di sparire anche il regno. La morte di Silvio Berlusconi segna lo spartiacque sia nel centrodestra per come fino ad oggi è stato conformato, che dentro il partito-azienda cucito a immagine e somiglianza del suo fondatore. E, mimetizzati al cordoglio e all’affetto per un leader che si sperava immortale, si avvertono già i primi segnali di quella che si prepara ad essere la guerra dei troni dentro un partito che scricchiola e che rischia di andare in pezzi.

Il primo a dirlo senza giri di parole è Gianfranco Miccichè, figlio di quella Sicilia è stata granaio di voti per il berlusconismo e che oggi è però dilaniata da una guerra tra dirigenti forzisti: «Forza Italia muore con Berlusconi». Un epitaffio che cala come una scure e che articola ciò pensano in molti ma che nessuno si azzardava a dire a voce alta. 

«Il nostro non è un partito da congresso. Assisteremo alla lite su chi è proprietario del simbolo, a chi non lo è. Già so come andrà a finire, ma ora non voglio pensarci», è il pronostico dell’ex coordinatore regionale, che di Forza Italia conosce pregi e difetti. Del resto, lo stesso Berlusconi non l’ha mai definito un partito, parola che gli dava l’orticaria, ma piuttosto un movimento, con un leader carismatico che guida le scelte politiche e senza bisogno di democrazia interna.

Nel giorno più buio in cui la stella polare non c’è più, i più lucidi interpreti di ciò che scava le menti degli attuali dirigenti rimangono i grandi ex, gli abbagliati dal sogno fondativo del 1994 che furono al fianco del Cavaliere al momento della sua prima discesa in campo. «L’unico nome che ha sempre portato voti è quello di Berlusconi», è il presupposto di partenza, e nessuno dei suoi aspiranti epigoni è mai riuscito a scalfirlo. Dunque? «Dunque gli eletti di Forza Italia sono radioattivi per tutti, sia in maggioranza che all’opposizione. In qualsiasi partito vadano saranno malvisti, perché occuperanno posti senza portare voti».

Silvio Berlusconi, in front of the Forza Italia banner, claims victory of the conservative alliance in Italy’s general elections in Rome, March 29, 1994. As leader of the winning party, Berlusconi might be named premier of Italy’s 53rd government since the end of World War II. (AP Photo/Giulio Broglio)

Come uscirne allora? Per capire i movimenti tettonici interni, bisogna partire dalle divisioni. Attualmente il partito è diviso in tre blocchi non omogenei. Per primi i battitori liberi: singoli, tra cui i ministri e i governatori regionali, che hanno preferito rimanere battitori liberi, perché la loro interfaccia privilegiata rimaneva Berlusconi e godevano di una certa libertà di movimento. 

Poi lo storico gruppo guidato da Licia Ronzulli, per anni plenipotenziaria di Berlusconi a Roma, potente coordinatrice della Lombardia e capogruppo al Senato. Considerata vicinissima alla Lega, il suo progetto era quello di creare una confederazione con Salvini per arginare Meloni. Del resto tra lei è la premier non è mai corso buon sangue: Meloni ha posto il veto sul suo nome per la carica di ministra, su Ronzulli è ricaduta la responsabilità politica del mancato voto di FI a Ignazio La Russa come presidente del Senato. Con il calo dei consensi alla Lega, tuttavia, anche la parabola di Ronzulli ha iniziato a scendere, soprattutto per volere dei figli del Cav. 

Il blocco Fascina

Per questo il blocco che ha preso più forza è diventato quello capitanato dalla moglie morganatica Marta Fascina, il cui futuro diventerà chiaro al momento dell’apertura del testamento. Formalmente non è moglie, quindi non entrerà nell’asse ereditario, ma Berlusconi non ha mai lasciato senza tutele chi gli è stato vicino. 

Compagna del Cavaliere dal 2020, Fascina era già parlamentare dal 2018 ma le sue presenze in parlamento erano più che sporadiche e la sua attività anche minore. Chioma bionda riconoscibile, la sua voce era però sconosciuta ai più.

Anche oggi, che è entrata in parlamento eletta nel collegio di Marsala dove non è nemmeno passata per un saluto, in pochi possono dire di aver avuto con lei un confronto diretto. Eppure la sua influenza è diventata determinante sulle sorti del partito.

Se prima Berlusconi separava la vita sentimentale da quella politica, scegliendosi una fidanzata e una plenipotenziaria nel partito, Fascina ha progressivamente occupato anche lo spazio politico. Sempre a fianco del compagno durante i vertici del centrodestra, si è guadagnata il placet della figlia Marina a condurre le operazioni di sostituzione dei vertici.

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Silenziosa ma non sorda e mai disattenta, Fascina ha scelto di intestarsi la linea della fedeltà al governo Meloni - con cui Marina ha aperto un filo diretto - e ha lavorato per rimpiazzare la vecchia guardia legata a Ronzulli.

Ecco allora farsi avanti i nuovi alfieri di FI, dall’amico d’infanzia Tullio Ferrante - parlamentare di prima elezione ma già premiato con il sottosegretariato alle Infrastrutture e ora anche responsabile nazionale delle adesioni - fino al nuovo coordinatore lombardo (posto sottratto a Ronzulli) Alessandro Sorte e al suo collega lombardo Stefano Benigni. 

Uno scranno in “quota Fascina” è toccato anche a Matteo Perego di Cremnago, imprenditore milanese quarantenne che è stato suo compagno in commissione Difesa e ora ne è sottosegretario. Fedelissime sono anche le due sottosegretarie: la messinese Matilde Siracusano e Maria Tripodi, originaria dello stesso paese calabrese di nascita di Fascina.

Il vertice mancato

Se all’inizio questo blocco aveva tra i suoi alleati anche il coordinatore nazionale Antonio Tajani, nel corso dei mesi Fascina avrebbe incrinato i rapporti anche con lui. Il vicepremier, pur convinto del fronte meloniano, avrebbe gradito maggiore cautela nelle mosse interne rispetto alle iniziative sempre più decise di Fascina.

Per questo ora Tajani è considerato alla guida di una sua corrente “governista”, forte del rapporto diretto con Meloni soprattutto nell’ottica di costruire l’asse tra conservatori e popolari europei. Una corrente che rischiava di subire lo stesso trattamento di Ronzulli, se la salute del Cavaliere non fosse precipitata.

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 19-12-2022 Roma Politica Farnesina - Conferenza stampa del ministro degli Esteri Antonio Tajani sulle priorità della politica estera dell’Italia Nella foto Antonio Tajani 19-12-2022 Rome (Italy) Politics Press conference by Foreign Minister Antonio Tajani In the pic Antonio Tajani

Sabato, infatti, sarebbe stato in programma un vertice ad Arcore con i ministri e lo stato maggiore del partito, in cui Fascina avrebbe dovuto ottenere l’erosione del ruolo di Tajani grazie alla creazione di coordinatori per le macro aree del Nord, del Centro e del Sud, con i soliti Sorte e Ferrante rispettivamente a Nord e Sud e Alessandro Battilocchio, vicino a Tajani, al Centro.

L’ultima mossa per defenestrare definitivamente Ronzulli e assestare i rapporti con Tajani, trasformandolo in minoranza. Invece, l’aggravarsi della salute di Berlusconi ha fatto saltare tutto, lasciando il piano di Fascina a metà e il partito più diviso che mai. 

«Abbiamo il dovere di andare avanti, sotto la guida morale e spirituale di Berlusconi», ha detto Tajani, che sarebbe il facente funzioni naturale ma non risolve il problema della successione.

La proprietà del simbolo

Forza Italia è il partito-azienda per antonomasia e, come tutte le aziende, il passaggio è ereditario. L’interrogativo quindi riguarda i figli, proprietari del simbolo e soprattutto finanziatori quasi esclusivi con 100mila euro l’anno a testa di una struttura che negli anni ha prosciugato un’enorme quantità di denaro a fronte di una progressiva erosione sia di iscritti che di contribuzioni personali da parte degli eletti.

Con una certezza: il futuro di Forza Italia, tuttavia, è solo uno – e nemmeno il primo – dei pensieri di Marina. La primogenita è da sempre stata considerata l’erede naturale di Berlusconi, l’unica che poteva aspirare a prenderne il posto lasciando invariato il nome sul simbolo.

Lei, però, ha sempre allontanato da sè l’ipotesi: timida e pratica, la sua indole è sempre stata quella di capo d’azienda. Per questo l’ipotesi più accreditata è che la figlia prediletta intenda trattare il partito esattamente come le altre società del gruppo. Partendo dall’assunto che, negli ultimi anni, la politica è stata più un cruccio che un guadagno per la famiglia Berlusconi e che solo la passione del patriarca l’abbia tenuta in vita. Oggi, infatti, Forza Italia è considerato un asset improduttivo e piuttosto costoso, visto l’indebitamento per 90 milioni garantito da due fideiussioni personali di Silvio. 

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Quindi si ragiona di costi e benefici: che fare coi circa 400 eletti sotto il simbolo di FI, calcolati durante i 45 giorni del primo ricovero, quasi fossero dipendenti di cui calcolare il trattamento di fine rapporto? Ma soprattutto, serve ancora una sponda politica alla famiglia Berlusconi? La risposta più semplice sembra no. Per questo, accreditata da fonti interne a FI, la via d’uscita contrattata da Marina sarebbe quella di una aggregazione almeno della compagine di maggioranza dentro il partito di Meloni. Probabilmente tra qualche mese.

Tuttavia, la strada è diventata progressivamente sempre meno allettante per la premier. Senza Forza Italia, il centrodestra perderebbe il suo baricentro moderato, aprendo alla competizione a campo aperto tra Lega e Fratelli d’Italia sul fronte della destra. Verrebbe così a mancare un cuscinetto nei rapporti con Salvini – che non a caso ha ricordato Berlusconi come «grande mediatore» - e si aprirebbe un problema anche a livello europeo, proprio ora che Meloni sta tentando la mano tesa al lato più conservatore del Ppe.

L’ipotesi che sta prendendo spazio, allora, sarebbe quella di tenere FI in vita “in vitro”: unificandola al gruppo di Noi Moderati, così da rimpolparli in vista delle Europee magari con qualche iniezione di voti di FdI. La linea telefonica su cui si discuterà del futuro, però, è quella che collega Marina a Giorgia Meloni. Gli altri comprimari, da Tajani a Fascina fino ai ministri azzurri, dovranno decidere il da farsi: se affidarsi agli eredi Berlusconi o nuotare in mare aperto alla ricerca di nuovi approdi. Con la certezza che la Forza Italia che conoscevano ha smesso di esistere alle 9.30 di ieri.

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