«Considerare Battiato solo un musicista è riduttivo. È un bel pezzo di pensiero della cultura italiana dell’ultimo mezzo secolo». Parola di Giorgio Calcara, curatore della mostra sul cantautore che si inaugura oggi al MAXXI di Roma. S’intitola Un’altra vita. A organizzarla, assieme al museo romano, ci sono ministero della Cultura e C.O.R. Creare Organizzare Realizzare di Alessandro Nicosia, in collaborazione con la Fondazione Franco Battiato ETS.

A essere maliziosi, si tratta, dopo il libro di Calcara edito da Railibri e il biopic Il lungo viaggio coprodotto da Rai Fiction e Casta Diva Pictures, dell’ultimo tassello di una manovra culturale di appropriazione da parte del mondo meloniano. Ma è giusto procedere per gradi.

Alla conferenza stampa della mostra si ribadisce il grande interesse del ministero per l’operazione. Emanuela Bruni, che ha raccolto proprio da Alessandro Giuli le redini della direzione del MAXXI, annuncia che con questa iniziativa si inaugura un ciclo di «mostre-evento» su una serie di personaggi della cultura italiana. La capodipartimento del Mic, Alfonsina Russo, parla di una «sinergia riuscita». Alberto Spampinato, che fa parte della segreteria tecnica del ministro, si dice fiero del fatto che la mostra si inserisca nello stesso filone del concerto di musica sacra celebrativo di Battiato messo in scena al Pantheon e sottolinea l’importanza delle sue «radici molto forti». Calcara, che nel look ricorda un po’ lo stile del ministro, insiste sul «pensiero italiano» e sul concetto di «inedito».

«Inedite» sono le composizioni dadaiste del maestro, «inedito» è il capitolo che inaugura Battiato negli anni Settanta. L’altro concetto che enfatizza è quello di «successo», che a un certo punto il cantautore si «autoimpone»: Battiato «non si limitava alla facile rima cuore-amore» e le sue composizioni sono «balsamo per l’anima». E la conclusione: «Dietro a un grande artista c’è un grande uomo».

Giuli, invece, salta la presentazione per la stampa ma partecipa all’esibizione serale delle danze Sufi, primo capitolo del public program che accompagna la mostra. Di certo uno spettacolo più vicino ai gusti del ministro che, nella sua trasmissione Vitalia su Rai 2, suonava lo zufolo e conduceva i telespettatori «sulle tracce dei popoli antichi che hanno creato l’Italia».

Identità

Foto Begotti (giornalfoto) - Collezione Primo Guttadauro
Foto Begotti (giornalfoto) - Collezione Primo Guttadauro
Foto Begotti (giornalfoto) - Collezione Primo Guttadauro

D’altra parte, racconta Calcara (che con il ministro condivide una gioventù e un sentire celtico che lo porta ad augurare ai suoi follower Facebook “Buon solstizio d’inverno” il 25 dicembre), il ministro è «un ragazzo di cinquant’anni che è cresciuto a pane e Battiato». Per loro, l’artista catanese è diventato un «punto di riferimento» a poco a poco che ascoltavano assieme i suoi dischi. «Il ministro ha sempre avuto una grande sensibilità per tutto ciò che non è scontato e banale. La generazione del ministro ci è cresciuta assieme». E quindi la destra lo vuole per sé? «Certe cose sembravano proprio di destra, ma quando si entra in una sfera culturale in cui si parla di filosofia, metafisica, ma anche impegno civile le categorie non valgono. Lui quelle cose ce le ha trasmesse».

Non sembra però un caso che sia Calcara sia Spampinato tirino in ballo gli studi di Battiato su René Guénon. Filosofo tradizionalista che si è occupato anche di Julius Evola e ha intrattenuto una lunga corrispondenza con l’idolo intellettuale della destra italiana. Nel suo libro Battiato svelato, Calcara attribuisce all’artista una visione quasi anti woke: «Magic Shop è una irriverente canzone nella quale Battiato si diverte letteralmente a canzonare tutto quel mondo di neospiritualismo new age fatto di “supermercati coi reparti sacri che vendono gli incensi di Dior”».

Combinazione: il volume è edito da Railibri, il cui direttore è Adriano Monti Buzzetti, un passato al Tg2, un passaggio al Centro del libro (dove la destra gli fece prendere il posto di Marino Sinibaldi). Per capirci uno che ha collaborato alla ormai leggendaria mostra su J. R. R. Tolkien voluta da Gennaro Sangiuliano quando era ministro. Nel volume di testimonianze, oltre alle riflessioni di Calcara (che si propone di indagare il «lato popolare» di Battiato e il suo mettere «in discussione i fondamenti dello stato laico occidentale») si trovano testimonianze dei fratelli Sgarbi, di Pietrangelo Buttafuoco e di altri che hanno avuto modo di conoscerlo.

C’è Marco Travaglio, che sottolinea come il cantautore abbia quasi previsto i sanguinosi attentati in Sicilia a inizio degli anni Novanta – uno degli episodi storici che Giorgia Meloni cita spesso per raccontare il suo ingresso in politica – in Povera Patria. C’è Simone Cristicchi, artista che a Sanremo si è guadagnato la stima della destra con una canzone considerata pro life e si è già esibito “per Battiato” al Pantheon. Con tutto lo scetticismo che questa scelta ha provocato in chi conosceva bene il Maestro.

Mostra e film

Nella mostra, oltre all’ottagono centrale dentro al quale si possono guardare i videoclip e ascoltare – anche se almeno due sono fuori sincrono – cinque tracce originali rimasterizzate daccapo e suddivise su undici casse, si ritrovano soprattutto oggetti tesoro della famiglia e dei collezionisti privati.

La nipote Cristina, alla presentazione, ha raccontato dell’amore verso il prossimo che caratterizzava lo zio, della sua estrema socievolezza, del desiderio di condividere la tavola con gli amici o guardare un film insieme.

Il percorso espositivo, dal canto suo, offre qualche dipinto del maestro, diversi tappeti persiani, tanti libri, tantissimi LP e qualche fotografia. C’è un sintetizzatore, la tuta di Fetus e il manifesto pubblicitario che lo ritrae seduto su un divano e inquadrato dal basso per promuovere una fiera di mobili a Colonia.

Eroe della tradizione

Foto Vincenzo Viscuso
Foto Vincenzo Viscuso
Foto Vincenzo Viscuso

Lo stesso sotto il quale tornano a incontrarsi, dopo anni, Battiato e sua madre Grazia. Almeno secondo il biopic di Renato De Maria, che in passato ha firmato film come Lo spietato e diverse serie tv come Distretto di polizia e Squadra antimafia. Torna nel film il concetto del successo «autoimposto», del desiderio di diventare popolare.

La fiction – che prima di andare in onda sulla Rai passerà nelle sale – si concentra sulla fase iniziale dell’esperienza artistica di Battiato: fortissimo viene sottolineato il rapporto con la madre, tanti pezzi vengono interpretati per intero e fanno da collante a flash su momenti diversi.

La fase iniziale di ricerca artistica, la gavetta, il viaggio a Tunisi che ha preceduto il destino pop di Battiato, appena accennato. Grazia che contesta le amicizie femminili di Franco dicendogli che «da soli non si sta bene», successivamente ha un malore mentre il figlio si esibisce di fronte a papa Giovanni Paolo II. Qualche bella immagine dell’Etna innevato, siciliano un po’ montalbanesco e l’affresco Rai è servito. A produrre è Casta Diva, che si è occupata anche di altri programmi del cuore (il dating show Mi presento ai tuoi e La porta magica) di quello che è considerato il più intellettual-identitario dei direttori di viale Mazzini: Angelo Mellone. Peccato che di tutta questa tendenza a destra, a guardare i fatti, non vi sia traccia.

Saro Cosentino ha lavorato a lungo con Battiato. Con lui ha scritto, tra le altre cose, I treni di Tozeur e No time no space. L’artista romano gli attribuisce una simpatia per il Partito radicale. Anche la partecipazione nella giunta Crocetta era un «tentativo di dare una mano, più che una partecipazione politica. Nessuno si è alzato a difenderlo quando la sua frase sulle “troie in parlamento” (una metafora per i parlamentari disposti a cambiare casacca, ndr) fece terminare la sua esperienza in regione». Senza dimenticare che, quando a Catania nel 2000 è stato eletto sindaco il berlusconiano Umberto Scapagnini, aveva minacciato di espatriare.

«Non credo ci sia mai stata una simpatia verso il potere» spiega Cosentino. «Quando è andato in Iraq, non ha voluto incontrare Saddam, non è mai stato sdraiato sui potenti». Eppure la destra continua a essere ossessionata da lui: «Forse cercano riferimenti più spendibili di quelli tradizionali». Quasi un caso simile a De Andrè, che Matteo Salvini cita volentieri come suo cantautore preferito. «Ma se uno non è in grado di capire quello che ascolta, problema suo».

© Riproduzione riservata