Buttafuoco difende la sua linea e tira in ballo Meloni e Mattarella. Intanto, il regista russo Alexander Sokurov e la scrittrice e architetta palestinese Suad Amiry hanno scelto di non partecipare alle serate della Biennale della Parola/Il dissenso e la pace. All’ora della presentazione alla stampa, il gruppo di oppositrici russe ha acceso fumogeni color giallo e blu
Non c’è pace per il padiglione russo (chiuso al pubblico) della Biennale d’arte di Venezia. «Non fermiamoci al dito, meno che mai a quello puntato contro qualcuno» ha detto Pietrangelo Buttafuoco alla presentazione alla stampa dell’esposizione. Il presidente della Biennale non ha fatto passi indietro rispetto alla sua posizione di rottura con il ministero della Cultura e il governo.
Buttafuoco ha ringraziato il ministro Alessandro Giuli, salvo poi difendere la sua posizione che mette in relazione con lo iure, la civiltà del diritto che, sostiene il filosofo, è cosa diversa dagli statuti etici. Buttafuoco cita anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha incoraggiato gli artisti a tendere verso «libertà e audacia». «Ebbene, eccoci» ha risposto il presidente, tirando in ballo anche la risposta di Giorgia Meloni sul tema dell’ammissione della Federazione Russa alla Biennale. «”Non sono d’accordo, ma” ha detto, in quel “ma” c’è libertà, autonomia e audacia» spiega il presidente. Che ha continuato a polemizzare contro la «sentenza anticipata» e i «laboratori di intolleranza, censura ed esclusione» difendendo la posizione pacifista dell’istituzione che presiede: «Non intendiamo barattare per il quieto vivere politicante 130 anni di storia che hanno raccontato sempre così il mondo».
La protesta
Le Pussy Riot, il collettivo punk rock russo oppositore di Vladimir Putin ha lanciato un sit in davanti al sito che ospita l’esposizione rappresentativa degli artisti russi. Assieme alle Femen – il movimento femminista di protesta ucraino fondato a Kiev nel 2008 da Oksana Šačko, Hanna Hutsol e Inna Shevchenko – hanno lanciato un sit in da un quarto d’ora che ha raccolto una ventina di partecipanti davanti al padiglione.
Con il volto travisato da passamontagna di color rosa hanno acceso dei fumogeni di color giallo e blu, e sventolando bandiere dell'Ucraina, e lanciato slogan contro la Russia anche con cartelli esposti davanti al padiglione.
Nel frattempo, andava in scena la presentazione alla stampa della Biennale, durante la quale l’organizzazione ha tentato di riportare l’attenzione del pubblico sul merito dell’esposizione allontanandola dalle polemiche. A riattizzarle ha pensato in mattinata l’ambasciatore russo, che su i suoi social ha polemizzato sui «diktat» che l’Italia avrebbe subito.
Polemiche russe e forfait
«C'è qualcosa di veramente morboso e irrazionale nell'ossessione dell'Ue di perseguitare la cultura e l'arte russa attraverso sanzioni e ogni sorta di restrizione» scrive A.V. Paramonov, che ha inaugurato il padiglione russo. «È molto deplorevole che la leadership italiana, così come la Direzione della Biennale, siano diventate bersaglio di inaccettabili e brutali diktat e pressioni da parte dell'Ue i cui burocrati grigi e senza volto hanno fatto di tutto per abbassare la "cortina di ferro” e impedire qualsiasi scambio tra i paesi Ue e la Russia».
Ad aggiungere ulteriore agitazione, «l’indisponibilità dell’ultima ora» del regista russo Alexander Sokurov e la scrittrice e architetta palestinese Suad Amiry alle serate di mercoledì e giovedì della Biennale della Parola/Il dissenso e la pace - durante la Preapertura. Una circostanza che lascia in piedi solo la serata corale di venerdì 8.
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