Al centro di un caso politico, diplomatico e istituzionale in Italia e all’estero, l’edificio aperto dopo sette anni a giornalisti e operatori del settore artistico, verrà chiuso di nuovo l’8 maggio. La curatrice: «Lasciamo che sia l’arte a occupare il centro della scena»
Il Padiglione russo alla Biennale d’arte di Venezia, al centro di un caso politico, diplomatico e istituzionale in Italia e all’estero, è stato aperto su invito oggi, 5 maggio, a giornalisti e operatori del settore artistico accreditato.
Sono previste esibizioni musicali con l’alternanza di artisti russi e di altre nazionalità. L’apertura ufficiale, dopo sette anni di chiusura, sarà il 6 maggio alle 17. Le esibizioni artistiche sono previste fino all’8. Dal giorno successivo, quando la 61esima esposizione internazionale sarà aperta al pubblico, il Padiglione verrà chiuso ma verranno proiettate le performance su maxi schermi fino alla chiusura della Biennale prevista il 22 novembre.
«Lasciamo che sia l’arte a occupare il centro della scena, noi crediamo che l’arte debba rimanere indipendente», ha detto in un video sui social la curatrice Anastasia Karneeva, aggiungendo – prima che «l’unica voce» diventi «quella dell’arte» – che «in tutti i padiglioni artisti di talento provenienti da tutto il mondo hanno lavorato duramente per essere a Venezia e meritano tutta la nostra attenzione e rispetto».
Karneeva ha poi ringraziato la Biennale «per aver sostenuto l’idea di avere qui rappresentati tutti i paesi», dicendosi «fermamente convinta che l’apertura di questo padiglione, così come di ogni padiglione, sia significativa, perché diventa un luogo in cui accrescere la conoscenza e la comprensione reciproca».
Il caso
Il Padiglione russo è stato aperto per l’ultima volta nel 2019. Poi, nel 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina si sono ritirati artisti e curatori e nel 2024 l’edificio è stato prestato alla Bolivia. Nel 2025 è stato invece utilizzato dalla Biennale per attività educational per sostituire il Padiglione Centrale in ristrutturazione.
La decisione del presidente della Biennale, il giornalista e scrittore Pietrangelo Buttafuoco, di riaprire l’esposizione alla presenza della Russia ha suscitato proteste nazionali e internazionali, perché considerato un modo di legittimare il paese, oggi sotto sanzioni dell’Unione europea per l’invasione su larga scala dell’Ucraina iniziata nel 2022.
Se, come la curatrice del padiglione Karneeva, c’è chi legge la decisione come segnale di autonomia e indipendenza dell’arte, altri la considerano una scelta inopportuna sul piano politico, poiché rischia – come ha segnalato l’Ue – di essere una vetrina per Mosca.
Le istituzioni europee hanno inviato una prima lettera alla Biennale sul «rispetto dei valori etici ed europei previsti dall’accordo di sovvenzione». I vertici dell’esposizione hanno trenta giorni, con scadenza domenica, per rispondere. «I nostri servizi legali ritengono di aver individuato una seconda possibile violazione del grant agreement, che rafforzerebbe la nostra posizione in tribunale. Da qui la seconda lettera», ha fatto sapere una fonte ad Agi.
Dall’invio della seconda lettera riparte quindi il termine dei trenta giorni per avere una risposta, quindi «la nostra decisione finale sul finanziamento da 2 milioni sarà ritardata». La fonte sentita da Agi ha precisato però che non interessa la chiusura al pubblico del Padiglione o il ritiro della giuria, ma «ciò che conta è il gesto simbolico di permettere la partecipazione della Russia, e questo resta». L’obiettivo politico, continua, è che «la Biennale cambi decisione», ma ad oggi, conclude, «abbiamo una risposta dal governo italiano e nessuna dalla Biennale».
Sul punto è intervenuto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, contattato dall’Agi: «La fondazione La Biennale di Venezia gode di ampia autonomia ed è stata una sua scelta autonoma quella di riaprire il padiglione russo, nonostante il parere contrario del governo italiano espresso attraverso il ministro della Cultura».
Fazzolari ha definito la decisione della Biennale «un pastrocchio», testimoniato «anche dal fatto che il Padiglione rimarrà chiuso nei giorni aperti al pubblico e che durante quei giorni saranno proiettati solo dei filmati visibili dall’esterno». E, ha concluso Fazzolari, «tutto questo sarebbe stato un trucco escogitato dalla fondazione per aggirare le sanzioni contro la Russia e l’impossibilità concreta di aprire il padiglione».
Le proteste
In risposta «alla decisione degli organizzatori di riaprire il Padiglione russo», ha dichiarato l’artista e designer italiano Walter Espedito Trento a Ukrinform, «vogliamo esporre i nostri cimeli come conseguenze della “grande cultura russa”»: reperti provenienti dall’Ucraina e legati alla guerra iniziata da Mosca verranno portati in una sorta di processione laica per le vie di Venezia alla vigilia e nel giorno dell’inaugurazione della Biennale.
Tra questi, un frammento annerito del monastero dei Bernardini di Leopoli, danneggiato da un drone russo, un mattone proveniente da una casa bombardata di Odessa e una targa crivellata di proiettili con il nome di una città ucraina. Il nome del progetto artistico indipendente è Reliquiae.
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