Voto americano e piazze italiane. Il collegamento, dal punto di vista di Giuseppe Conte, è evidente dalle prime ore in cui il risultato elettorale delle midterm si cristallizza: «Dalle piazze italiane alle urne americane che hanno bocciato Trump i cittadini dimostrano di non poterne più di guerre illegittime, corsa al riarmo e alle spese militari, rincari, carovita, tagli e diritti che valgono fino a un certo punto. Il segnale giunto stanotte dagli Stati Uniti è un monito che parla a tutti: la partecipazione di chi esprime l’urgenza di voltare immediatamente pagina è fondamentale».

Un modo per rilanciare l’azione degli elettori pronti a scendere in campo per questioni ideologiche come Gaza e il referendum sulla gestione come hanno dimostrato le manifestazioni della scorsa primavera, un gruppo da mobilitare innanzitutto per le politiche, ma anche per le primarie del centrosinistra, ormai fissate per il mese di febbraio: «Possiamo davvero cambiare le cose». La ragione individuata all’origine della bocciatura di Trump è la guerra in Iran, la stessa che indica anche la Lega e più tardi nella giornata dal vicepresidente americano JD Vance: per il Movimento 5 stelle, ovviamente, la lettura da dare è pacifista, in modo da eliminare all’origine la causa dei problemi contro cui ha votato l’elettorato americano.

Non che la partita in Italia sia già chiusa, ma dall’altra sponda dell’Atlantico arriva un monito: «Il campo progressista deve saper rispondere ai problemi del paese per vincere» ragiona un dirigente di partito.

Contro Meloni

Ma per i Cinque stelle la sconfitta di Trump diventa un’arma da impugnare contro il governo. A fare da spunto è il silenzio della premier sull’esito del voto, dopo che negli ultimi mesi ha preso sempre di più le distanze da Washington.

«Quando si tratta di proporre Nobel a casaccio, nonostante guerre e rincari, è rapidissima, quando si tratta di sottoscrivere accordi disastrosi per l'Italia e gli interessi degli italiani è altrettanto rapida ma quando si tratta, invece, di prendere atto della realtà, fa scena muta», dice ancora Conte ai giornalisti nei pressi di Montecitorio. Insomma, un filo che unisce l’onda blu alle urne italiane della prossima primavera, quando il campo largo – che però non ha istanze locali come quelle che hanno portato i candidati democratici a fare il pienone al voto da sposare – spera di mettersi in scia e sconfiggere Meloni. Sulla stessa lunghezza d’onda il suo capogruppo alla Camera Riccardo Ricciardi, che ha stigmatizzato le prese di distanza tardive del governo da Trump ricordando la partecipazione del ministro degli Esteri alla riunione del board of peace con il cappellino Maga in testa.

Appartiene dunque ormai al passato il rapporto preferenziale con “Giuseppi”, come Trump lo chiamava ai tempi di palazzo Chigi e per cui nel 2022 aveva espresso addirittura un endorsement in vista delle elezioni. Anche se a gennaio di quest’anno Conte raccontava con un pizzico di nostalgia del suo «rapporto personale eccellente, che si è mantenuto così fino alla fine del mio mandato».

Risale a marzo la notizia del suo pranzo con l’inviato speciale di Trump Paolo Zampolli, che la stampa di destra ha letto come un riavvicinamento di Conte alle antiche passioni sovraniste dell’epoca del governo gialloverde.

A giugno, poi, il salto di qualità nei rapporti con Washington: dopo l’attacco di Trump alla premier, che secondo il presidente «lo aveva implorato per un selfie», Conte aveva denunciato l’inaccettabilità dell’uscita di Trump.

Sempre in funzione anti Meloni: «Spero solo che si apra una riflessione per trarre insegnamento da quanto accaduto. La firma di tutto quel che ci viene richiesto, la rincorsa a foto, a prefazioni di libri non può prevalere mai sul nostro interesse nazionale».

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