Una sola settimana separa i sogni di rielezione di Jair Bolsonaro, ultimo nostalgico della destra militare sudamericana, e quelli di Giorgia Meloni, altra destra con tante prime volte in un colpo solo. Le elezioni presidenziali in Brasile si svolgeranno domenica 2 ottobre, sette giorni dopo le nostre, e se la coincidenza non ha ovviamente alcuna importanza politica, c'è qualcuno che ci sta facendo una scommessa. Sono gli uomini della destra italiana che vogliono accaparrarsi i seggi in Parlamento riservati al voto dei nostri connazionali all'estero. Pochi seggi, ma chissà, se i margini dovessero essere stretti, più importanti di quanto si immagina oggi. Da quando esiste la legge del voto estero, cioè dal 2001, le sfide più appassionanti avvengono nella circoscrizione dell'America del Sud. Prima erano ben quattro deputati e due senatori, quest'anno dopo il taglio del parlamentari il drappello è dimezzato.

Fratelli d’Italia ha messo in campo per l’unico seggio al Senato il nome finora più forte, quello dell’ex campione brasiliano di Formula 1 Emerson Fittipaldi, il quale ha il doppio passaporto grazie agli avi lucani. Ma l'idea degli uomini della fiamma tricolore è tentare l’en plein, grazie appunto al traino di potentati locali brasiliani, il quali già in campagna elettorale in patria possono spostare le preferenze degli italo-brasiliani che in questi giorni stanno ricevendo una busta con le schede da compilare e rispedire al consolato italiano più prossimo. Così difatti funziona il voto italiano all'estero.

Le schede arrivano a pioggia a milioni di discendenti, nove su dieci del tutto ignari sulla politica della nazione dalla quale partì il trisnonno sul bastimento. Ecco perché parlare di voto di scambio è un eufemismo. Qui vince chi si muove meglio nella comunità e indirizza le preferenze. Fino ai brogli veri e propri, come è già avvenuto in passato, schede ritirate nelle case a scatoloni e compilate da mani amiche.

L’eredità della destra

La destra italiana in Sudamerica ha un vantaggio competitivo da sempre. Era chiamato il “ragazzo di Salò” il missino Mirko Tremaglia, padre della legge che regola il voto, scomparso nel 2011. A lungo parlamentare dell’Msi fu anche ministro per una breve stagione in un governo Berlusconi. Oggi la sua eredità è equamente divisa tra gli uomini della Lega e quelli di Fratelli d'Italia.

Dall’Msi in poi, il post fascismo italiano è stato tradizionalmente vicino agli interessi dei discendenti in America Latina. In origine per ragioni soprattutto ideologiche, l'italianità, il legame di sangue, il fatto che la prima emigrazione esaltava le conquiste mussoliniane; oggi per ragioni puramente di bottega, perché difendono a spada tratta lo status quo sul come diventare italiani.

L’aborrito Ius soli contro l'usato sicuro, lo Ius sanguinis in vigore, che permette a discendenti di infinite generazioni di recuperare la cittadinanza italiana. Poiché solo dal Sudamerica esiste una corsa infinita al nostro passaporto, Brasile e Argentina in primis hanno tuttora milioni di potenziali aspiranti, ecco che la corsa ai seggi del nostro parlamento ha un unico grande mantra: difendere i diritti dei nostri connazionali e soprattutto di coloro che lo vogliono diventarlo. In tutti i programmi elettorali c’è inevitabilmente la richiesta di meno attese e burocrazia.

Se l’Italia ha già fatto (inspiegabilmente) un milione di passaporti ad argentini e brasiliani in due decenni, la promessa dei candidati è non fermarsi, lasciar funzionare la macchina.

Il candidato di FdI

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L'uomo chiave di questa tornata elettorale è l'attuale deputato italo-brasiliano Luis Lorenzato, a Montecitorio dalle elezioni del 2018 sotto il simbolo della Lega di Salvini. A Roma ha lasciato poche tracce, anzi ha brillato per assenteismo, ma è stato lui il traghettatore della candidatura di Fittipaldi, come ha ammesso l'ex pilota in una intervista al Giornale.

«Ho chiesto per quale partito avrei corso e Lorenzato mi ha risposto Fratelli d'Italia», ha spiegato Fittipaldi, senza chiedersi per quale motivo non gli sia stato proposta la Lega. Con i giornali brasiliani poi, il pretendente senador ha dovuto difendersi dall'accusa di filo-fascismo, spiegando che il partito di Giorgia Meloni è innanzitutto cristiano e tradizionalista, non ha nulla a che vedere con il passato.

Fan di Bolsonaro

Fittipaldi è ovviamente un fan dell’attuale presidente Bolsonaro, con il quale è stato spesso fotografato. Incarna alla perfezione il bianco ricco del sudest brasiliano, molto spesso discendente di italiani, come lo stesso Bolsonaro, che si identifica con le politiche di estrema destra degli ultimi anni e vede come il demonio il possibile ritorno al potere di Lula. In una settimana dunque la destra italo-brasiliana sogna la doppietta, assai più difficile per la verità sul versante sudamericano visto i sondaggi poco favorevoli al bis di Bolsonaro.

Fittipaldi e Lorenzato, il quale si ricandida alla Camera, cercheranno di superare gli avversari e soprattutto le liste locali, le quali tra Brasile e Argentina fanno quasi sempre più incetta di voti rispetto ai partiti della madre patria. Sempre grazie ai legami con il business dei passaporti e dell'italianità.

Fittipaldi in particolare dovrà vedersela con i concorrenti argentini, i quali partono da una situazione di vantaggio avendo il paese vicino quasi il doppio degli elettori del Brasile. Ma Fittipaldi, sempre nella citata intervista, sta tentando di cavarsela come in pista. “Non è come nel calcio, in Formula 1 tra Brasile e Argentina c'è poca rivalità, sono tranquillo”.

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