Sorvegliare le frontiere, rafforzare la capacità delle guardie costiere, intercettare le persone in viaggio e prevenire gli arrivi. Per finanziare queste attività, l’Italia e l’Unione europea ricorrono sempre di più a quote significative di fondi di cooperazione allo sviluppo. Oppure li sottopongono a determinate condizioni legate all’azione dei paesi beneficiari. È quanto emerge dal rapporto di ActionAid “L’aiuto alle frontiere. Cooperazione allo sviluppo ed esternalizzazione nelle politiche migratorie dell’Ue e dell’Italia”. 

Questi interventi, sottolinea lo studio, «mostrano una tendenza costante a privilegiare l’interesse dei donatori» a blindare la Fortezza Europa e allontanare sempre di più le frontiere, «a scapito dei bisogni e delle priorità di sviluppo dei Paesi partner». A livello europeo gli interventi legati alla gestione delle migrazioni in diversi Paesi sono stati finanziati, tra il 2021 e il 2025, con circa 9,6 miliardi di euro, una cifra classificata quasi interamente come aiuto pubblico allo sviluppo.

Da un lato, dunque, gli aiuti vengono deviati per finanziare interventi esplicitamente rivolti alla gestione e al controllo delle migrazioni. Dall’altro, si legge, «la prospettiva della deterrenza ha contribuito a riorientare programmi» destinati allo sviluppo «verso obiettivi di contenimento della mobilità». Ne è un esempio il cosiddetto rimpatrio “volontario” che nei paesi di transito, lungo le rotte migratorie, diventa l’unica opzione disponibile e un’ulteriore modalità per prevenire gli arrivi in Ue. 

Questo avviene anche attraverso la strumentalizzazione del linguaggio: spesso si ricorre «in modo improprio» a quello «della ricerca e soccorso», quando si tratta di politiche di controllo e intercettazione, anche «attraverso il sostegno a regimi non democratici», ha sottolineato Roberto Sensi, esperto diseguaglianze globali per ActionAid Italia. 

Ad ogni modo, l’impiego massiccio di aiuti pubblici per rendicontare anche attività non incluse, come ad esempio le motovedette, ha portato l’Ocse a stilare delle linee guida per «mettere un freno, spostando di molto l’asse di equilibrio tra sviluppo e controllo», spiega Sensi.

Si aggiunge poi un problema di trasparenza: se a livello europeo esistono documenti pubblici, «la normativa italiana sull’accesso alle informazioni è diventata più restrittiva», segnala Sensi, e «questo rende il monitoraggio della società civile e il controllo parlamentare sempre più difficili e, in alcuni casi, impossibili». 

L’Italia e il caso Tunisia

L’Italia destina gli aiuti allo sviluppo maggiormente in Nord Africa e nell’Africa subsahariana. Gli strumenti di finanziamento legati alla migrazione nella dimensione esterna sono il Fondo migrazioni, il Fondo premialità per le politiche di rimpatrio, gestiti dal ministero degli Esteri; il capitolo 2371 del bilancio del ministero dell’Interno e il Supporto bilaterale alla cosiddetta Guardia costiera libica. «Tutti questi strumenti sono rendicontabili, in tutto o in parte, come aiuti pubblico allo sviluppo», rileva il report.

Lo Stato che riceve la maggior parte delle risorse del fondo premialità è la Tunisia. Su circa 87 milioni di euro stanziati, 67 – oltre il 70 per cento – sono riservati al paese guidato da Kais Saied. Di questi, 49 milioni sono destinati al controllo delle frontiere. Quello che ActionAid considera una zona grigia – perché condizionato – è un fondo le cui risorse, tra il 2022 e il 2024, sono state riconosciute dall’Ocse come aiuto pubblico allo sviluppo solo per il 57,8 per cento.

Infatti, «tra il 2020 e il 2024, quasi un euro su due di quelli donati alla Tunisia è stato destinato al controllo delle frontiere e ai rimpatri: 49,85 milioni contro i 113,3 della cooperazione allo sviluppo», segnala l’organizzazione. Lo stesso accade con la Libia, che ha ricevuto una quota per il controllo delle frontiere, il contrasto alla tratta e i rimpatri pari a 66,45 milioni, a fronte di 161 milioni di euro di aiuto pubblico donato al paese. 

L’orientamento è stato confermato anche nel 2026: la legge di bilancio – sottolinea ActionAid – «ha rifinanziato i due principali strumenti di azione esterna in materia migratoria: il Fondo migrazioni con 28,5 milioni di euro e il Fondo premialità per le politiche di rimpatrio con 9,5 milioni». Oltre a questi, 11,09 milioni di euro mirano a sostenere la cosiddetta Guardia costiera libica e, «per la prima volta», 8,8 milioni alla Guardia nazionale tunisina.

Unione europea

Lo strumento principale dell’Unione per la spesa esterna di cooperazione allo sviluppo è il fondo Ndici-GE, da 79,5 miliardi di euro su un periodo di sette anni. Ma solo nei primi cinque anni di implementazione, sono stati usati 9,6 miliardi per la migrazione e spostamenti forzati, più del limite (7,9 miliardi) stabilito per l’intero periodo di bilancio. 

Dal 2021 al 2025, la regione che ha ricevuto una quota maggiore per la migrazione e gli spostamenti forzati è l’Africa subsahariana: 2,8 miliardi. Seguono i Balcani occidentali e la Turchia con 2,7 miliardi, ma è quest’ultima ad assorbire la maggior parte delle risorse.

È interessante però osservare la ripartizione delle risorse. In nord Africa, che ha ricevuto 1,58 miliardi, la “gestione delle frontiere” assorbe oltre il 50 per cento e il 20,9 è destinato a “ritorni e reintegrazione”. Dunque, più del 70 per cento degli stanziamenti è usato per attività di fornitura di nuove attrezzature, come imbarcazioni e sistemi di comunicazione e sorveglianza, veicoli specializzati, strumenti per la gestione dei dati. O, ancora, per attività che partono dalla sorveglianza dei confini al rimpatrio vero e proprio. 

Interventi che «non rispondono ai bisogni di sviluppo della popolazione locale, ma agli interessi politici in materia di migrazione dei paesi donatori», ha Eva Baluganti, co-autrice della ricerca, durante la conferenza stampa. «Questo ci mostra che a livello europeo, tanto quanto a livello italiano, una regione come il nord Africa, che ha un ruolo centrale nelle rotte del Mediterraneo, sia sottoposta a una logica di intervento in gran parte destinata alla deterrenza».

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