Mentre a Roma si consuma il braccio di ferro tra maggioranza e opposizioni per il testo da portare in Aula per la discussione, i cittadini che scelgono di accedere a un percorso di fine vita sono costretti ad aggrapparsi alle Regioni che si muovono autonomamente.

Il caso più recente di suicidio assistito – il sedicesimo in Italia – si registra in Toscana, dove dal marzo 2025 esiste una legge sul tema: il 4 maggio, Mariasole (nome di fantasia) è morta a casa sua. Affetta da una patologia neurodegenerativa dal 2015, aveva fatto domanda nove mesi fa, ma era stata respinta, sebbene il Comitato etico avesse riconosciuto la presenza di tutti i requisiti. Dopo una diffida e un ricorso d’urgenza, la commissione dell’Asl ha dato il via libera. Ancora una volta, un diritto guadagnato a colpi di carte bollate.

A livello nazionale, sul tema c’è gran confusione. La discussione in Aula al Senato sarà il 3 giugno, ma ancora non si sa su quale testo. Ce ne sono due: quello unitario delle opposizioni a firma di Alfredo Bazoli (Pd) e quello della maggioranza a firma di Pierantonio Zanettin (FI) e Ignazio Zullo (FdI), che alle opposizioni non piace perché non coinvolge il Servizio sanitario nazionale. Le parti hanno due settimane per trovare un accordo. Nel centrodestra solo FI sembra intenzionata a mediare, ma senza intesa si discuterà il ddl Bazoli perché è il primo a essere stato presentato.

Così, di fronte al pantano romano, le Regioni vanno per la loro strada. In Veneto, l’ex governatore Luca Zaia ha ribadito la necessità di arrivare a una legge regionale. Al momento, una proposta di iniziativa popolare è al vaglio della commissione Sanità.

L’ultimo scatto in avanti, però, arriva dalla Lombardia. Come anticipato dal Corriere della Sera, l’assessore regionale al Welfare Guido Bertolaso ha approntato un vademecum che mette nero su bianco la strada da seguire per accedere ai percorsi di morte medicalmente assistita.

La svolta della Lombardia

Il testo, che sarà pubblicato nei prossimi giorni dopo alcuni perfezionamenti, prevede che sia il paziente (non sono ammesse deleghe) a presentare formalmente domanda all’Asst o all’Ats di competenza. Un Collegio di valutazione avrà 145 giorni di tempo (quasi cinque mesi) per dare o meno il via libera, che scatterà soltanto nel caso in cui il paziente sia stato informato di tutte le possibilità di cure palliative in grado di alleviare le sue sofferenze e se saranno presenti i quattro requisiti che la Corte costituzionale ha indicato come fondamentali: irreversibilità della malattia, sofferenze fisiche e psicologiche intollerabili, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e capacità di prendere decisioni libere, autonome e consapevoli. Sarà l’Ssn a fornire il farmaco letale al paziente, che potrà scegliere di autosomministrarselo a casa o in ospedale.

Il vademecum non è un atto rivoluzionario, perché non stabilisce un diritto ma si limita a rendere pubblica una procedura da seguire. Al tempo stesso, è proprio in virtù di questa chiarezza che è lecito aspettarsi che l’accesso al fine vita diventi più semplice. Ma al di là degli aspetti pratici, si tratta di una piccola svolta che riaccende un dibattito che in Lombardia sembrava essere stato seppellito un anno e mezzo fa.

La destra smentisce sé stessa

Bertolaso ha presentato il vademecum come un atto dovuto, un adempimento rispetto ai richiami della Consulta, che con la sentenza 242/2019 ha stabilito non solo quando è lecito il suicidio assistito, ma ha anche indicato i principi per eseguirlo, lasciando alle Regioni la responsabilità della traduzione pratica di tali indicazioni. Un “obbligo” burocratico che, confermano a Domani fonti del Pirellone, è stato apprezzato dal governatore Attilio Fontana, da sempre favorevole all’adozione di una legge sul fine vita.

Ma il pragmatismo istituzionale di Bertolaso ha un peso politico più ampio. Per quanto sia «solo» un documento tecnico, l’adozione del vademecum smentisce di fatto la posizione espressa dal Consiglio regionale nel novembre 2024, quando una proposta di legge di iniziativa popolare sul fine vita presentata dall’associazione Luca Coscioni era stata bocciata con il pretesto che il tema fosse una competenza esclusiva del Parlamento.

La mossa di Bertolaso ha fatto storcere il naso a mezza maggioranza anche per come è stata fatta. Essendo un atto unilaterale dell’assessore, non ha avuto bisogno di approvazione in Consiglio. Uno stratagemma per evitare gli ostacoli che certamente sarebbero sorti.

Nella Lega, solo una parte del gruppo consiliare ha apprezzato, sottoscrivendo una nota in cui si prende atto del «percorso tecnico avviato», mentre Forza Italia si spacca tra la linea dei favorevoli e quella di chi, come Jacopo Dozio, accusa Bertolaso di aver scavalcato il Consiglio nel merito della questione. Compatto su questa linea anche Fratelli d’Italia: le linee guida sono un errore «nel merito e nel metodo» che «rischia di spaccare la maggioranza», dice a Domani Matteo Forte, che ribadisce come debba essere il Parlamento a occuparsi del tema.

© Riproduzione riservata