L’assessore al Welfare Guido Bertolaso dà seguito alla sentenza della Corte costituzionale approntando il vademecum che regola l’accesso al suicidio assistito. Un anno e mezzo fa la maggioranza in consiglio regionale aveva bocciato la proposta di legge sostenendo che la competenza spettasse al legislatore nazionale. Ma in Senato ancora non c'è un accordo
Mentre a Roma maggioranza e opposizioni bisticciano sul testo da portare in Aula per la discussione, in Lombardia il diritto al fine vita arriva al termine di un percorso dove la burocrazia ha prevalso sulla politica. Anzi, ne ha preso il posto.
Come anticipato dal Corriere della Sera, l’assessore regionale al Welfare Guido Bertolaso ha approntato un vademecum che mette nero su bianco la strada da seguire per accedere ai percorsi di morte medicalmente assistita. Il testo, che sarà pubblicato nei prossimi giorni dopo alcuni perfezionamenti e sarà consultabile da ospedali e cittadini, prevede che la domanda sia presentata formalmente all’Asst o all’Ats dal paziente stesso (non sono ammesse deleghe) preferibilmente in forma scritta o tramite videoregistrazione o puntatori oculari nel caso non possa scrivere in autonomia.
La domanda verrà poi esaminata da un Collegio di valutazione che avrà massimo 145 giorni di tempo (quasi cinque mesi) per concludere l’iter con il respingimento o l’accoglimento.
Quest’ultimo scatterà soltanto nel caso in cui il paziente sia stato informato di tutte le possibilità di cure palliative in grado di alleviare le sue sofferenze e se saranno presenti i quattro i requisiti che la Corte costituzionale ha indicato come fondamentali per percorsi di questo tipo: irreversibilità della malattia, sofferenze fisiche e psicologiche intollerabili, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e capacità di prendere decisioni libere, autonome e consapevoli. In caso di esito positivo della valutazione, sarà il Servizio sanitario nazionale a fornire il farmaco letale al paziente, che se lo autosomministrerà a casa propria o, se dovesse richiederlo, in ospedale.
La destra smentisce sé stessa
Da un punto di vista del contenuto, il vademecum non è un atto rivoluzionario, perché non stabilisce un diritto ma si limita rendere pubblica una procedura da seguire. Al tempo stesso, proprio in virtù di questa chiarezza, è lecito aspettarsi che l’accesso al fine vita sia più semplice ed efficace. Al di là degli aspetti pratici, però, si tratta di una piccola svolta che riaccende un dibattito che in Lombardia sembrava essere stato seppellito un anno e mezzo fa.
Formalmente, l’assessore Bertolaso ha presentato il vademecum come un atto dovuto, un adempimento rispetto ai richiami della Consulta, che con la sentenza 242/2019 ha stabilito non solo quando è lecito il suicidio assistito, ma ha anche indicato i principi per eseguirlo, lasciando poi alle Regioni la responsabilità della traduzione pratica di tali indicazioni. Un “obbligo” burocratico che, confermano a Domani fonti del Pirellone, è stato apprezzato dal governatore Attilio Fontana, che da un punto di vista personale si è sempre dichiarato favorevole all’adozione di una legge sul fine vita, non solo a livello nazionale ma anche regionale.
Ma il pragmatismo istituzionale di Bertolaso ha un peso politico più ampio. Con l’adozione del vademecum, per quanto sia «solo» un documento tecnico, viene di fatto smentita la posizione presa dal Consiglio regionale nel novembre 2024, quando una proposta di legge di iniziativa popolare sul fine vita presentata dall’associazione Luca Coscioni era stata affossata prima ancora di arrivare alla discussione in Aula. Dopo il vaglio da parte delle commissioni Affari istituzionali e Sanità, il Consiglio si era trincerato dietro la pregiudiziale di costituzionalità, sostenendo cioè che il tema fosse di competenza esclusiva del Parlamento. Ora, invece, fornendo indicazioni pratiche la Regione smonta quella tesi.
La mossa non è piaciuta a molti dei consiglieri di maggioranza, anche per come è stata fatta. Il vademecum è un atto unilaterale dell’assessorato, che non ha bisogno di approvazione da parte dei capigruppo o del Consiglio: uno stratagemma per evitare gli ostacoli che certamente sarebbero sorti.
Nella Lega, solo una parte del gruppo consiliare ha voluto sottoscrivere una nota in cui si prende atto del «percorso tecnico avviato», mentre Forza Italia si spacca tra la linea di Giulio Gallera, storicamente favorevole al fine vita, e quella di Jacopo Dozio, che ha accusato Bertolaso di aver scavalcato il Consiglio nel merito della questione.
Sulla stessa linea Fratelli d’Italia: le linee guida sono un errore «nel merito e nel metodo» che «rischia di spaccare la maggioranza», dice a Domani Matteo Forte, che ribadisce come debba essere il Parlamento a occuparsi del tema.
A Roma, però, c’è gran confusione, e Bertolaso non ha voluto aspettare la risoluzione dell’impasse. La discussione in Aula al Senato sarà il 3 giugno, ma ancora non si sa su quale testo. Ce ne sono due: quello unitario delle opposizioni a firma di Alfredo Bazoli (Pd) e quello della maggioranza a firma di Pierantonio Zanettin (FI) e Ignazio Zullo (FdI), che alle opposizioni non piace perché non coinvolge il Servizio sanitario nazionale. Le parti hanno due settimane per trovare un accordo, ma nel centrodestra solo FI sembra intenzionata a mediare. Senza intesa con le opposizioni, si discuterà il ddl Bazoli perché è il primo a essere stato presentato.
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