Pubblichiamo un estratto del libro È già domani (Feltrinelli editorie) di Silvia Salis, sindaca di Genova: «Era anche, mio padre, un uomo di sport. Aveva però un’idea di sport che oggi è quasi sparita. Per lui era una pedagogia civile prima ancora che una competizione. Mi spiegava che il senso del campo era che lì tutti erano uguali, e che chi vinceva non lo faceva perché più ricco, più bello o più raccomandato, ma perché aveva lavorato di più»
Pubblichiamo di seguito un estratto del libro di Silvia Salis, È già domani (Feltrinelli editorie), che sarà il libreria da martedì 13 ottobre. L’autrice lo presenterà a Genova, mercoledì 14 ottobre alle 18, in dialogo con Corrado Formigli presso la libreria Feltrinelli di via Ceccardi. Il 17 ottobre sarà invece a Milano, alle 18, alla libreria Feltrinelli di piazza Piemonte, il 25 ottobre al teatro Puccini di Firenze, alle 19.
Una volta, avevo poco più di diciotto anni e avevo appena preso la patente, rimasi senza benzina. Non in autostrada o in un viaggio chissà dove, ma a un paio di chilometri da casa, sulla strada che costeggia il mare, all’altezza di Quarto. La macchina si spense di colpo, io feci appena in tempo ad accostare di lato. Mi sentivo uno schifo. Chiamai papà al telefono.
«Puoi venire a prendermi?» gli chiesi, con la voce di chi sa che sta per prendere un rimprovero.
Arrivò con calma, con il suo passo che non mutava mai, né con la pioggia né con le urgenze. Aveva una tanica piena in mano e un sorriso appena accennato. Mentre travasava la benzina nel serbatoio, disse senza guardarmi: «Sei la figlia di un operaio, non ti puoi permettere di essere una cretina». Con la naturalezza di chi non ha bisogno di alzare la voce. Ci rimasi malissimo. Ancora oggi, ogni volta che sto per fare una scelta, sento risuonare quell’ammonimento come una campanella: non posso permettermi di essere cretina.
Mio padre se n’è andato all’inizio del 2025, proprio quando stava per prendere il via la mia campagna elettorale a Genova, in una fredda giornata d’inverno. Pochi giorni prima gli raccontai della proposta ricevuta e mi disse che la nostra città era sempre stata di sinistra, era progressista, e che sperava tornasse ad avere quel senso di fiducia e di libertà perduto. Non parlò di partiti o programmi, ma della sua città, come fosse la sua migliore amica. Mi guardò negli occhi e mi esortò ad accettare. Poi sorrise e annuì, come faceva prima di ogni gara, quasi a dirmi: «Adesso vai e vinci, amore mio».
Non sapevo che era l’ultima volta che avremmo parlato, e non averlo avuto accanto il giorno della vittoria è stato uno dei dolori più grandi. Era anche, mio padre, un uomo di sport. Aveva però un’idea di sport che oggi è quasi sparita. Per lui era una pedagogia civile prima ancora che una competizione. Mi spiegava che il senso del campo era che lì tutti erano uguali, e che chi vinceva non lo faceva perché più ricco, più bello o più raccomandato, ma perché aveva lavorato di più, oppure perché quel giorno era stato più fortunato. Si vinceva o si perdeva. Tutti, anche i campioni, perdevano, a volte. Un’idea di democrazia che ho assorbito da bambina, prima ancora di sapere come definirla. (....)
In un attimo, però, cambiò tutto. E proprio nel momento in cui avevo davanti la sfida più complicata della mia vita. Furono mesi incredibilmente difficili. Non ebbi neanche il tempo di realizzare davvero che cosa fosse successo. Quella gara durissima era iniziata nel segno di un lutto ancora inespresso e impossibile da elaborare con i ritmi che mi venivano imposti.
Eppure sapevo che quell’avventura l’avrebbe reso orgoglioso. Mio padre aveva dedicato tantissime energie alla fede politica nella sua vita: era un ragazzo del ’50, che nel ’68 aveva diciott’anni, che aveva lavorato in porto e poi nello sport per il comune.
Il dolore di averlo perso così, da un momento all’altro, senza neanche poterci parlare davvero, ancora oggi mi toglie il respiro. Sapere che sarebbe stato orgoglioso di tutto mi ha aiutata ad andare avanti, ma c’è un dolore che non riesco a superare: il fatto che si sia perso quel che è successo dopo e, soprattutto, che non vedrà crescere Eugenio. Mi ricordo quanto erano legati, e pensare che il piccolo non se lo ricorderà davvero è tristissimo. Però ciò che mi ha dato, l’impegno che mi ha trasmesso, la forza che mi ha lasciato li porterò con me per tutta la vita.
Ricordarlo mi fa riflettere sul ruolo dei padri nella società di oggi. Perché si discute tantissimo della necessità di avere esempi di donne emancipate, madri che lavorano, modelli femminili forti, ma si parla meno della responsabilità che hanno i padri nel crescere figlie femmine, dell’importanza di dare loro gli strumenti per pretendere dalla vita ciò che meritano. Mio padre mi ha fatto questo grande regalo, e io lo porterò con me per sempre.
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