«Siamo qui in piazza perché, dopo la grande vittoria del No al referendum, è il momento di fermare davvero questa svolta autoritaria che vuole consegnare questo Paese alla guerra. Noi non ci stiamo: se ci armate, non partiamo». Queste le parole di Pietro, 22 anni, che ha sentito la necessità di scendere in piazza al corteo indetto da No Kings Italia e inserito nel weekend globale di mobilitazione “Together. Contro i Re e le loro guerre”. Sono oltre 700 le sigle che hanno scelto di aderire.

Quasi trecentomila, invece, secondo gli organizzatori, le persone che hanno riempito le strade della capitale contro l’autoritarismo e contro le guerre. A fare da sfondo, la vittoria del No al referendum, che ha trasformato il corteo in una grande festa collettiva.

Sotto i primi raggi della primavera romana si canta, si balla e ci si unisce «contro un governo che non ci rappresenta e che deve rispettare la volontà del popolo andandosene a casa». Così la signora Marina, 80 anni, dei Castelli romani.

«Volevano un plebiscito popolare e li abbiamo fermati. La mia generazione purtroppo ormai è andata, e lo dimostra anche per come ha votato. I giovani invece hanno dato una bella lezione con questo voto, sono loro la mia speranza». E non è solo lei a parlare di una generazione che ha ribaltato l’esito di un voto che per molti sembrava già scritto.

«Noi alla politica partecipiamo da sempre. Ci siamo mobilitati per il referendum, contro una riforma che consegnava la giustizia nelle mani del potere esecutivo. Quello che sta succedendo è che ci stiamo rendendo conto che la deriva è totale, e allora ci mobilitiamo per un’Italia diversa». Dice invece Giuseppe, giovane rappresentante di una generazione che non accetta più di essere portata sugli altari della cronaca a giorni alterni.

Arrivata con lui da Siena c’è anche la madre, Federica, che ha «paura per quello che sta succedendo, per mio figlio, per il futuro di tutti. Questo governo per noi non sta facendo niente: vuole solo alimentare una guerra tra poveri e purtroppo, approfittando dell’ignoranza, ci sta riuscendo».

Poi ci sono parole che portano addosso il peso di quella guerra — qui tanto evocata da cori e cartelli — vista da vicino. Alfonso ha 75 anni, viene da Messina, è un medico e nella sua vita ha lavorato in Congo, in Brasile, nel Kurdistan iracheno, a Sarajevo nel 1992.

«Bisogna combattere questo sistema iniquo che ammazza la gente anche con la nostra complicità. Vendiamo armi a un governo assassino come quello israeliano. Io vado spesso nei Paesi del Sud del mondo come volontario nelle missioni di pace e ogni volta che mi chiedono da dove vengo, mi vergogno di dire che sono italiano. Perché se gli italiani sono quelli che votano Meloni, io mi rifiuto di essere rappresentato da questo».

Poi, guardandomi fisso, continua: «Ho rischiato di morire su mine made in Italy. È una vergogna». A fargli eco è Renato, pensionato di Lanciano. «Per gli interessi di qualcuno dobbiamo patire e soffrire tutti. Speriamo che questo governo arrivi fino in fondo al mandato, così si renderanno conto tutti di che pasta è fatto. Io speravo nel No, ma non credevo davvero che vincesse: oggi è una grande festa. E speriamo che chi aspira a sostituirli pensi davvero a quelli che sono gli interessi del popolo».

Accanto a lui, Nino, per il quale questo governo «può fare quello che vuole, ma quando sei complice di chi ammazza i bambini sei moralmente squalificato. Non c’è più diritto: resta solo la legge del più forte. Comanda l’America e l’Italia fa la serva».

Confine superato

A tenere insieme questa piazza, più che una sigla o una parola d’ordine, è una percezione comune ovvero quella che il confine sia stato superato da tempo. Che non si stia più discutendo soltanto di un governo o di una maggioranza, ma di un’idea di Paese in cui il dissenso viene delegittimato e la guerra viene presentata come accettabile, quasi inevitabile.

Per questo oggi a Roma c’era quel pezzo d’Italia che ha scelto di dire No nelle urne non solo ad una riforma ma ad una linea chiara e precisa di politica estera portata avanti dal governo Meloni negli ultimi anni.

Dietro l’euforia della festa c’è il tentativo di riaprire uno spazio politico che in molti credevano chiuso. Se questa voce saprà resistere oltre il tempo di una piazza lo diranno i prossimi giorni. Intanto, oggi, si è fatta sentire per le strade della Capitale al grido «No Kings, No Queens».

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