«È bellissimo, perché si sono mobilitati davvero tutti, anche le associazioni più piccole. Non sappiamo neanche da dove stiano arrivando i pullman, sbucano anche da paesini sconosciuti».

Raffaella Bolini è vicepresidente vicaria dell’Arci, è attiva sin dagli Ottanta nei movimenti sociali, impegnata su pacifismo, antirazzismo e cooperazione internazionale. Di mobilitazioni ne ha organizzate e vissute migliaia, ma su quella dei No Kings del 27 e 28 marzo, non riesce a trattenere l’entusiasmo. «Non è giusto che questi kings grandi e piccoli, globali, europei, nazionali e locali siano arrivati al punto di avere il diritto di fare tutto ciò che vogliono in base al loro libero arbitrio. È la cosa terrificante che fa Trump ogni giorno. Siamo partiti da qui e tutti vogliono aderire, mettendo da parte differenze e specificità. È la prima volta che succede».

L’appuntamento lanciato dalla rete No Kings è iniziato venerdì 27 marzo, con un concerto gratuito alla Città dell’altra Economia a cui hanno partecipato molti artisti. «Sono talmente tanti che siamo stati costretti a dire anche dei no, non possiamo finire alle 6 del mattino». Ci saranno Daniele Silvestri e Ditonellapiaga, Willie Peyote, Danno&Craim, Gemitaiz e Mannarino, Sabina Guzzanti e Rancore. E che continua sabato 28 marzo con un corteo – partenza alle 14 da piazza della Repubblica – che si svolge in contemporanea anche nel Regno Unito e in 300 città degli Stati Uniti.

Una mobilitazione che a Roma si prospetta essere oceanica, nonostante le continue dichiarazioni del Viminale. Ultima quella di Piantedosi durante il question time alla Camera: «Confido che tutte le forze politiche si compattino in difesa delle istituzioni democratiche e nel prendere nettamente le distanze da chi volesse porre in essere comportamenti e azioni violente».

Parole che, secondo Nicola Fratoianni di Avs, servono solo ad alimentare allarmi e preoccupazioni. «Se non è il solito fumo per scoraggiare la partecipazione», commenta Bolini, «vuol dire che loro stanno organizzando qualcosa, perché noi notizie non ne abbiamo, siamo serenissimi». E, continua, «non hanno capito che in piazza sta scendendo la maggioranza del paese».

La rete che lancia la manifestazione del 28 marzo ha radici lontane. Da dove nasce e perché?

La convergenza originaria nasce da due grandi reti: Stop Re-Arm Europe e quella di A pieno regime che si è battuta sin dal primo momento contro i pacchetti sicurezza. Poi la rete ha iniziato a estendersi in una maniera impressionante e a dare la spinta è stata sicuramente la guerra: quella esterna che si combatte con le bombe e quella interna che si combatte con la repressione. Nei secoli gli esseri umani erano riusciti a mettere, sulla carta, dei vincoli ai potenti: il diritto internazionale, lo stato di diritto nella democrazia liberale – che non è la migliore, ma pone dei limiti – e ora li stanno distruggendo.

Quali sono gli obiettivi che vi siete posti come No Kings?

È solo l’inizio, non ci fermeremo a San Giovanni. L’idea è di creare uno spazio pubblico, sociale, politico, culturale che sia ampio, accogliente e inclusivo. E che produca una forma di riconoscimento reciproco dove organizzazioni grandi e piccole possano convergere. Siamo tantissimi in Italia e sarebbe stupendo potersi riconoscere dietro la spilletta dei No Kings, superando la frammentazione. Vogliamo costruire un meccanismo di collegamento fra tutto questo attivismo plurale, che si riconosce negli ideali di democrazia, diritti, libertà, pace, uguaglianza, giustizia sociale, climatica e di genere.

La campagna per il No al referendum era parte integrante della piattaforma di avvicinamento a questa due giorni.
Sì, lo abbiamo detto subito. Lo abbiamo ribadito anche in conferenza stampa, noi non vogliamo ritagliarci uno spazio nella dimensione partitica che, anzi, speriamo venga completamente ripensata. Vogliamo fare la nostra parte per far dimettere questo governo, ma la nostra sfida è quella di riportare il potere dal basso. Non vogliamo ritornare alla situazione di prima.

Lo avevamo già detto al g8 di Genova che se fossimo andati avanti con la globalizzazione neoliberista, con la ricerca del massimo profitto, la distruzione dei beni comuni, il rischio era ritrovarsi in una situazione terribile. Ora ci siamo dentro e la piazza è piena di ragazzi che 25 anni fa non erano nemmeno nati. Se fossimo capaci di trasformare tutto questo in un vero progetto di alternativa comprensibile alle persone, potremmo dimostrare che c’è qualcosa per cui vale la pena lottare. Come si fa a riportare il potere nelle mani del popolo? Anche l’opposizione dovrebbe interrogarsi.

Ad essere determinante nel Referendum sembra essere stato il voto dei giovanissimi. Come legge questo dato?

In tanti dicono che ha vinto la Gen Z, a me piace dire che ha vinto la Generazione Gaza. Ho sempre lavorato su temi di pace e guerra, sono stata sotto le bombe in Jugoslavia, in Iraq, ma non ho mai visto l’orrore di questi anni in Palestina. Abbiamo passato tutte le soglie dell’orrore e la nuova generazione, nel genocidio di Gaza, è stata capace di individuare l’elemento del colonialismo bianco occidentale, in un modo che ricorda i Black Lives Matter. Sono figlie e figli di questa epoca e la comprendono meglio di noi. La loro è una rivolta etica. E poi, posso rispondere con un’altra domanda?

Prego.

Davvero ci stupiamo che siano i giovanissimi a protestare? Le rivoluzioni sono sempre state giovani, anche in questo paese. I movimenti che hanno cambiati cultura, storia, costume, sono sempre stati composti da giovani e giovanissimi.

Ha parlato del g8 di Genova. Il claim in quel momento era: «Voi g8, noi 6 miliardi», sembra un po’ lo stesso che è dietro al movimento No Kings.

Già, siamo ancora là. Anche se la situazione, come dicevo prima, ora è peggiorata. Pensi alla guerra in Iraq contro cui, nel 2003 portammo milioni di persone in piazza. Gli Stati Uniti portarono prove false all’Onu per mostrare una giustificazione formale alla guerra. Ora neanche ci provano più. Trump denigra apertamente l’Onu, ha inventato il Board of Peace, privatizzazione affaristica della ricostruzione sulle ceneri di migliaia di cadaveri. È un mondo che ha perso la bussola e il potere qualsiasi freno.

La rete No Kings è ampia e variegata, lo era anche quella dei social forum di quel g8 del 2001. In piazza c’erano le suore accanto agli anarchici, ma ai tempi le varie organizzazioni ci tenevano a far emergere le proprie differenze. Cos’è cambiato?

Mi ricordo la fatica che abbiamo fatto nel 2001 a tenere tutti insieme, a convincere tante persone che la globalizzazione neoliberista non sarebbe stata quella meraviglia promessa. Cosa c’è di diverso ora? L'emergenza. Avvertiamo tutti l’urgenza di fermare questa deriva autoritaria e di guerra dove emergono le ingiustizie. Ora nessuno si illude più. È evidente la capacità della destra globale di esercitare egemonia culturale. Ha convinto le persone a non guardare al sistema, ma a prendersela con dei capri espiatori: i migranti, gli ultimi, i diversi. Dobbiamo rompere questo meccanismo.

Dopo un periodo di sostanziale silenzio, il mondo dell’arte e dello spettacolo in Italia sembra essersi risvegliato, sono tantissimi i musicisti che parteciperanno il 27, da dove nasce questo rinnovato impegno?

Siamo orgogliosissimi di questo concertone gratuito che abbiamo realizzato su base volontaria, completamente dal basso. Un’impresa immensa per cui si sono unite tante persone che fanno cultura nei centri sociali, negli spazi culturali. Non è stato soltanto un momento di festa, anche un momento di lotta. Perché si tratta di recuperare la dimensione di bene comune della cultura, dell’espressione artistica non privatizzata. Ed è un segno forte che stanno dando musica e arte all’orrore.

Parla di un clima esaltante all’interno della Rete. Ma il Viminale continua a lanciare allarmi di una presunta escalation e «una strategia che mira a innalzare il livello dello scontro con le istituzioni».

Il clima è quello di guerra interna di cui parlavamo prima. Con noi ci saranno tante persone che si ritrovano senza il loro centro sociale perché è stato sgomberato, che hanno ricevuto denunce per le manifestazioni pacifiche di Gaza. Questo nuovo decreto sicurezza è la personalizzazione della repressione. Sanzionano anche azioni pacifiche come i blocchi, i flash mob. Lo fanno spostando il reato sul piano amministrativo, sanzionando con ammende e multe, senza nemmeno passare per un giudice. Sta accadendo da noi quello che ci raccontavano le associazioni ungheresi anni fa. Anche questo fa parte del disegno globale delle destre.

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