Sul palco i comitati civici e i politici. Conte: «Votiamo contro la riforma dell’ingiustizia». Schlein: «Aprite le vostre rubriche, telefonate». Landini: «Ognuno abbracci uno del Sì»
C’è chi dice no suona nella piazza del Popolo che si riempie lenta quando il Pincio si scalda ancora con il tramonto romano, la regia la manda in loop, più che la sigla della manifestazione di chiusura del No è la domanda che si rivolgono tutti, l’uno all’altro, “ma c’è davvero chi dice no?” O meglio, ce n’è abbastanza?
È la chiusura unitaria, i quattro comitati (Società civile per il No, Giusto dire No, di Avvocati per il No e 15 per il No) e i quattro leader dei partiti contro la riforma (Pd, M5s, Avs). La piazza non è sempre strapiena ma è affettuosa, a mezzo comizio pioviggina pure ma nessuno si muove, sono presenze «consapevoli», come le descrive Maurizio Landini, segretario della Cgil e padrone di casa. Luisa, insegnante in pensione tiene un cartello, «quando per la porta della magistratura entra la politica la giustizia esce dalla finestra».
Bandiere rosse ovunque, ma che ci si può fare, sono rosse le bandiere della Cgil, rosse e gialle quelle di Avs, più avanti c’è una zona bianca, sono quelle del M5s. Ma non è la piazza della politica, il Pd farà la sua chiusura domani a Milano e il M5s a Roma, questa è la piazza dei cittadini che hanno volantinato, si sono cimentati a spiegare una riforma poco comprensibile, e ora si affollano ai banchetti a ritirare il loro cartello, un balloon con un sonoro No in verde.
C’è chi dice No?
C’è chi dice No? C’è, ma di quanti saranno non c’è certezza, il Sì sembra in rimonta, Giorgia Meloni le sta provando tutte, ma i bookmaker di Londra danno il Sì perdente (cliccare per credere il sito Polymarket). Le risposte arrivano da una passerella che dal palco si tuffa sulla folla, dal drone della Cgil – Collettiva, la sua testata, fa la diretta streaming – si scopre che è rosso e ha la scritta «Io voto no».
La scrittrice Benedetta Tobagi – è figlia di Walter, giornalista, ucciso dalle Br – e la storica ruvida voce della radio, Massimo Cirri, accompagnano gli oratori fino al microfono. Scherzano, «l’unica separazione (delle carriere, è il riferimento, ndr) che ci piace è quella di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli». Il primo non ha dubbi: «Una grande onda sta salendo nel paese, li sommergerà lunedì prossimo».
Il secondo neanche: «Andiamo a votare, andate e moltiplicatevi, in nome di Sandro Pertini, Aldo Moro, Nilde Iotti». Nessuno è sicuro, nessuno molla. «Sono sotto tiro i diritti conquistati sulle montagne dai ragazzi e dalle ragazze della Resistenza, che combattevano contro i nazifascisti per un altro mondo fondato sulla giustizia sociale, sul diritto alla pace e alla felicità», dice Gianfranco Pagliarulo, presidente dell’Anpi.
«Questo era ed è lo spirito della Costituzione antifascista. Per questo la vogliono demolire, a cominciare da questa legge».
«La presidente Meloni inonda le tv e i social», attacca Giuseppe Conte, «sono tre giorni che non ha trovato una parola per un parlamentare di FdI che sta invitando al voto di scambio clientelare per convincere gli indecisi». È alla destra che dice no «a tutti i fuori sede, a partire dagli studenti che volevano votare in massa, noi rispondiamo “votiamo No a questa riforma dell’ingiustizia”».
I ragazzi scaldano la piazza. Mentre parla Angela Verdecchia, a nome dell’Unione degli studenti e della Rete Studenti Medi, accendono i fumogeni rossi e srotolano un enorme No di carta bianca. C’è anche il bandierone arcobaleno, è di Rifondazione comunista, il segretario Maurizio Acerbo dal palco: «La guerra porta con sé rischi autoritari. Il passo da Rogoredo a Minneapolis è breve».
E «no alla guerra illegale voluta da Trump e da Netanyahu», attacca Schlein – in piazza si è abbracciata con Conte, questo popolo ha anche bisogno di essere rassicurato – «questa riforma non migliora la giustizia per i cittadini, non rende più veloci i processi. Spacca e sorteggia il Csm a cui i nostri Costituenti hanno affidato un compito delicatissimo: garantire l’indipendenza dei giudici. Prendete le vostre rubriche, convincete quante più persone».
Il sorteggio dei sindaci
Enrico Grosso, costituzionalista: se vince il Sì, dice, «temo giudici meno liberi e più impauriti, giudici che quando devono prendere le decisioni più difficili, come proteggere i diritti dei deboli contro le pressioni dei più forti, si facciano condizionare».
Il sindaco di Roma Roberto Gualtieri ha attraversato la città volantinando, sale sul palco con trenta colleghi con la fascia tricolore, sono venuti in cinquanta ma il palco non li reggeva tutti. Chi è salito sulla passerella, chiediamo? «Abbiamo fatto il sorteggio», se la ridono. Rosy Bindi cita Dossetti: «La nostra Costituzione può essere cambiata soltanto in maniera chirurgica, non per stravolgerla». La piazza ondeggia e si commuove quando sui maxi schermi appare l’immagine di Rino Formica, 99 anni, già ministro socialista, ha inviato un messaggio ai giovani.
Il popolo del No è al completo? Mancano quelli che non ci sono stanno facendo ancora campagna referendaria. Non è finita «adottiamo un amico del Sì», è la proposta di Benedetta Tobagi, la rilancia Landini, ci sono ancora due giorni, qualcuno che ancora dubbi? E allora, arringa l’avvocato Franco Moretti, «in dubio pro No».
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato Civico – figlio di Vittorio, ucciso dalle Br – conclude: «In molti hanno seminato odio, disprezzo e fango, incuranti del fatto che delegittimare per ragioni politiche la giustizia e lo Stato di diritto significa minare le fondamenta della convivenza civile. Ma pare che vinceremo, la notte nera che sta avvolgendo l’Italia non accadrà, forse saremo i primi a fermarla con questo nostro No».
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