L’ultimo segretario del Ppi sceglie il sito Domani d’Italia per schierarsi sul referendum costituzionale. L’appello in nome del giurista ex presidente della Corte costituzionale: firmano De Siervo, Patrizia Toia, Enzo Balboni, Giuseppe Sangiorgi, Lucio D’Ubaldo e una lunga serie di “amici”
In queste settimane di scontri muscolari fra fronte del Sì e fronte del No, c’è una battaglia referendaria di cui solo pochi “amici” gustano i duelli all’arma bianca, è il caso di dire. È la battaglia dei popolari, proprio l’antica stirpe dei popolari ex Dc, i tuttora degasperiani, i sempre sturziani, gli ancora morotei e via proseguendo fino a quelli della "Base” e via ricordando. Un po’ nostalgici, ma per niente rinunciatari, sfoderano l’arma della memoria, che però è a suo modo micidiale, con ordigni del calibro di citazioni dimenticate, disseppellite da archivi, conservati per lo più in case stipate di libri e documentazione di congressi democristiani, roba che neanche le biblioteche saprebbero catalogare. In queste settimane gli “amici” del Sì e quelli del No si sono reciprocamente letti e reciprocamente corretti.
Epicentro di questo nonviolento ma neanche troppo pacifico comunque implacabile conflitto è il Domani d’Italia, sito che prende il nome dall’antica testata fondata nel 1901 da Romolo Murri, e oggi diretta da Lucio D’Ubaldo, già Dc, Ppi e senatore Pd. Un politico fin qui sempre al fianco di Giuseppe Fioroni, altro ex dc ed ex ministro di Romano Prodi, che però in questa curva si è schierato per il Sì. D’Ubaldo no, e in questi giorni ha invitato a discutere, e schierato dalla parte del No, amici dai nomi del calibro di Gaspare Sturzo, pronipote di Luigi.
Ogni giorno pubblica un brano tratto dai grandi della Dc. L’ultimo in homepage è di Guido Gonella, ministro di Grazia e giustizia nel 1959: «È sempre stata viva negli ordinamenti democratici, la esigenza di garantire l'indipendenza della magistratura, sia attraverso l'unicità della giurisdizione, sia attraverso l'inderogabilità dell'ordinamento giuridico da parte dell'esecutivo».
Un lavoro incessante per dimostrare che la cultura cattolica democratica dovrebbe portare a votare No: la conclusione esattamente opposta a cui sono arrivati invece gli ex fucini Stefano Ceccanti, costituzionalista, e Giorgio Tonini, anime della “sinistra per il Sì” e quindi portati in palmo di mano da Giorgia Meloni, che li ha citati anche nei suoi comizi.
La settimana scorsa D’Ubaldo ha convocato Ceccanti per un confronto nella sede della Dc, nel senso dell’ultima Dc, a Roma, in via Gioberti, tre stanzoni tappezzati di scudicrociati, ritratti di Aldo Moro e rimpianti di un passato che però non è passato del tutto. Ne è uscito un dibattito da guerre stellari, nel senso di argomentazioni celesti: l’uno ha combattuto nel nome di Leopoldo Elia, l’altro nel nome di Franco Marini. Si è discusso anche di un articolo pubblicato sul Tempo da Luigi Bisignani che ha immaginato un dialogo in paradiso tra Cossiga, De Gasperi, Moro e Andreotti da cui «emerge un tratto tipico della tradizione Dc: diffidenza verso riforme che rischiano di alterare delicati equilibri istituzionali e costituzionali».
Il No di Castagnetti
Al Domani d’Italia oggi sono entrati due “scoop”. Il primo, la dichiarazione di voto di Pierluigi Castagnetti, amico del presidente della Repubblica e per questo fin qui restìo a dichiararsi. Ma a tre giorni dal silenzio elettorale ha rotto gli indugi: «Dopo seria riflessione ho deciso di votare No, per ragioni di metodo, di merito e di contesto», ha scritto in un intervento poderoso e ponderoso sul sito l'ultimo segretario del Partito Popolare Italiano, e ora presidente dell’associazione Popolari, «Ho ascoltato i comizi della campagna referendaria della presidente Meloni e di diversi suoi ministri (...) che hanno tutti esaltato in modo inequivocabile il valore politico di questo voto. Dunque, le ragioni di testo e di contesto, entrambe di pari correttezza e dignità, sono inevitabilmente connesse in modo stretto. Non sottovaluterei le ragioni di metodo. La decisione pregiudiziale dell’esecutivo di non coinvolgere il Parlamento attraverso un libero confronto rivela infatti l’intenzione della maggioranza di tradire la volontà del legislatore costituente».
Per Castagnetti, se dovesse vincere il Sì nulla esclude che «si proceda ad altre revisioni, nel merito ancora più decisive per la preservazione non solo dell’attuale contrappesamento dei poteri - ed è questa la ragione di merito che più mi sta a cuore - ma dell’essenza più profonda del nostro modello di democrazia costituzionale». Se invece vincesse il No «è facilmente prevedibile che in futuro nessuna maggioranza parlamentare vorrà più tentare di procedere in questo modo».
In nome di Leopoldo Elia
L’altro colpaccio non è da meno: la pubblicazione di un appello di cattolici-democratici per il No, «nel solco di Leopoldo Elia». Dice il testo: «Nell’ottobre 1997, durante i lavori della Commissione bicamerale per le riforme costituzionali, il giurista Leopoldo Elia, allora vicepresidente della Commissione, intervenne con grande fermezza nel dibattito sulla riforma del Csm».
Segue citazione, la storia di un colpo di mano di Ortensio Zecchino contraddetto da Elia con un intervento severo: «Signor presidente, colleghi, ho avuto più volte l’occasione di esprimere la mia opinione contraria all’articolazione del Csm, in due sezioni: una per i magistrati giudici e l’altra per i magistrati pubblici ministeri. Ho ritenuto che questa disgiunzione rappresenti una fuga in avanti e non garantisca quegli effetti positivi che da essa deriverebbero secondo i sostenitori di questa riforma».
Votò no. In seguito Marini chiarì la posizione del partito in un articolo sul Popolo. La conclusione dell’appello: «Facendo tesoro del suo alto e meditato insegnamento, rivolgiamo oggi questo appello ai cattolici democratici, ma non solo a loro, affinché si esprimano con un no nel referendum costituzionale del 22-23 marzo». La riforma proposta utilizza la separazione delle carriere e l'istituzione di Csm separati «come leva per intervenire profondamente sull’ordinamento della magistratura, mettendo in discussione l'equilibrio costituzionale che garantisce l'autonomia e l'indipendenza della magistratura nello Stato di diritto costituzionale».
Le firme sono significative, a partire da quella del promotore Enzo Balboni, professore di Diritto costituzionale nell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, a quella del presidente emerito della Corte costituzionale Ugo De Siervo, a quelle di cattolici democratici di diverse stagioni politiche: Patrizia Toia, Giuseppe Sangiorgi, Agostino Giovagnoli, e naturalmente Castagnetti e D’Ubaldo.
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