Le Acli, Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani, sono fra i promotori del Comitato civico del No e, spiega il presidente Emiliano Manfredonia, «ne abbiamo condiviso la scelta di autonomia rispetto alla politica e ai magistrati». Hanno fatto molte iniziative tutti insieme, e chiuderanno la campagna referendaria il 18 marzo a Roma, a piazza del Popolo, ma in questi mesi «è stato opportuno marcare le differenze di approccio: i magistrati fanno la loro battaglia, la politica ha i suoi strumenti per fare l'opposizione. Noi invece volevamo dare proprio il messaggio della società civile: questa riforma ci preoccupa. Perché quando si parla di giustizia si parla della vita di tutti noi. Per noi la giustizia riguarda la nostra salute, le istituzioni, il lavoro. La destra sceglie i casi di giustizia di cui parlare. Perché non parla di quelli in cui un giudice è arrivato prima del legislatore, prima persino dei sindacati a garantire un diritto? Penso ai rider, per esempio».

Che c’entra con la separazione delle carriere?

C’entra: se colpisci l’autonomia dei magistrati perché dividi il Csm in tre, ne mortifichi la natura, con un sistema di nomina o di elezione, il sorteggio, che lo rende più fragile e più soggetto alla maggioranza in turno.

Dite no a una norma che non c'è nella riforma.

C’è, nascosta. Il pubblico ministero sarà più debole, l'elezione nei Csm favorisce la quota politica, perché ora per i membri laici c’è bisogno di una maggioranza larga, i 3/5, domani non più. Va anche peggio per l'Alta corte, che ha il potere disciplinare, potenzialmente condizionante. Lasciare tutto alla casualità di un “gratta e vinci” per essere nominato nel Csm è un dileggio alla categoria: non tutti hanno l'attitudine a fare quel tipo di attività. Noi delle Acli, nelle 6mila strutture di base che abbiamo, il sorteggio non l’abbiamo introdotto neanche nelle bocciofile.

Il fronte del Sì vi accusa di opporvi a qualsiasi cambiamento della Costituzione.

Non è vero. Il fatto è che per questa riforma il metodo è stato orribile: un testo imposto dal governo che non è stato cambiato di una virgola. Brutto segnale: è la prima volta che succede nella storia repubblicana. È il contrario allo spirito della Costituzione, e l’hanno fatto a 80 anni dall’avvio della Costituente. Le riforme della Costituzione vanno condivise, non farlo significa avvelenare il clima democratico.

La campagna del Sì è basata su tanti errori giudiziari. Che sono veri.

Ma è come dire: non guidate più la macchina perché ci sono incidenti. Gli errori giudiziari ci sono, ma non c’è nesso con la separazione delle carriere. Anzi, oggi il pm è obbligato per legge a cercare anche le prove a favore dell’imputato. Domani potrebbe non farlo più. Il tristissimo caso Tortora ha ferito tutto il paese, ma loro parlano anche di storie che non sono nemmeno chiuse, come quella della Casa nel Bosco, o di Garlasco, o quella di Rogoredo: serve solo a creare un impatto mediatico. Ma niente c’entra con la riforma. Ma Giorgia Meloni su queste ha fatto la sua campagna referendaria: ed è scorretto perché le persone in buona fede ascoltano le istituzioni. La premier ha detto anche cose inascoltabili.

Quali?

Ha affermato che il No farà uscire dal carcere stupratori, pedofili e violentatori: è una falsità, usata per spaventare le persone in buona fede, e offendere le vittime.

La destra dice che se non passa questa riforma non si faranno mai più riforme della giustizia.

Vuol dire che non hanno intenzione di farle. Invece potrebbero, anche domattina, visto la maggioranza che hanno in Parlamento.

Anche dal No sono arrivate dichiarazioni smisurate.

Se si riferisce al procuratore Nicola Gratteri, sono state decontestualizzate. Ho visto anche manifesti del No che chiedevano un voto contro il governo. Sono sbagliati: va spiegata la riforma, noi delle Acli abbiamo fatto centinaia di incontri, e ci siamo confrontati anche con gli esponenti del Sì. Il quesito è complesso e deve essere chiarito.

Se vince il Sì che succede?

Che la magistratura rischia di essere più fragile, che faranno leggi e regolamenti per completarla a colpi di maggioranza: dicono che dialogheranno con le opposizioni, ma già non l’hanno voluto fare nella riforma costituzionale. E poi approveranno la riforma elettorale, che è persino peggio di quella che c’è oggi, con liste che vengono costruite nelle segrete dei partiti. Un altro modo per scollegarsi dall’elettore.

La riforma della giustizia e l’eventuale nuova legge elettorale sono connesse?

Lo sono. Perché se si pensa che solo il potere esecutivo deve funzionare, e che la maggioranza deve comandare, vuol dire che si finisce a deprimere il diritto, come fa questa riforma ledendo l’autonomia della magistratura. L’abbiamo visto in paesi che sembrano democratici come gli Usa oggi e l’Ungheria di Orbán. Chi vuole un presidio di diritto si tenga stretta questa Costituzione. E cerchi anche di realizzarla, che allo stato attuale c’è ancora tanto da fare.

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