Martedì notte a Roma piazza del Quirinale lo show «I volti della Repubblica», oltre duemila invitati e mezzo governo in prima fila. Il racconto degli ottanta anni dal voto del 2 giugno sono è svolto con prudenza quirinalizia, sorvolando sugli argomenti a rischio. Solo Paola Cortellesi e Gianni Morandi, dal palco, rompono il cerimoniale. Il cantante: «Difendiamo la Repubblica da chi vuole demolirla»
Ci vogliono due artisti di classe, l’attrice Paola Cortellesi e il signore della canzone Gianni Morandi per piazzare con consumata esperienza un paio di stecche, bonarie e quasi affettuose, le uniche dello spettacolo «I volti della Repubblica», che tiene quasi tremila invitati fino a mezzanotte davanti al palco montato a piazza del Quirinale. Giochi di luce un po’ Sanremo un po’ varietà del sabato sera, per il racconto in musica e parole degli 80 anni della Repubblica: un racconto preciso, puntuale, decennio per decennio eppure miracolosamente conciliante, non divisivo. È l’Italia che affronta drammi sociali, economici e cataclismi, ma alla fine ce la fa grazie all’unità nazionale, un’Italia in cui a ogni storia di terrorismo «nero» corrisponde una di terrorismo «rosso». In una parola: un racconto quirinalizio.
Del resto in questi giorni di celebrazioni, il presidente Sergio Mattarella ha sparso in tutti i suoi discorsi a piene mani il concetto della «Repubblica casa comune» e la sua pedagogia costituzionale inclusiva. Dunque il mandato agli autori sembra chiaro: questa storia d’Italia e di Repubblica deve andare bene a tutti, anche a quelli della prima fila. Dov’è seduta Giorgia Meloni e sorella Arianna, più un drappello di ministri del governo di destra, a prevalenza post missina, cioè gente che della storia della Repubblica pensa generalmente il contrario di quello che è successo davvero.
E così il racconto affidato alle prudenti alchimie di Rai cultura – siamo in diretta su Rai1 e in Eurovisione –, viene raccontato che è stata una combine fra il direttore Fabrizio Zappi e l’ex direttrice Silvia Calandrelli. Con la supervisione del Quirinale: del resto Giovanni Grasso, il portavoce di Mattarella, è anche uno scrittore con la passione del teatro, si indovina che nella regia e nei testi c’è anche il suo zampino.
Le due stecche, dicevamo, sono brevi e magnifiche. L’attrice e regista Paola Cortellesi parla di partigiane e resistenti, Annuska, Tina Anselmi, Irma Bandiera. Legge testi misogini contrari al voto alle donne, che invece il 2 giugno 1946 viene concesso per la prima volta: le donne «rubano il lavoro agli uomini». Le basta un gesto e mezza parola per far capire che anche oggi c’è qualcuno che pensa cose simili, stavolta contro gli immigrati: sono appunto quelli delle prime file.
Cortellesi si dà il cambio sul palco con Gianni Morandi, che canta La Storia siamo noi di Francesco De Gregori, e poi C’era un ragazzo: sì, perde una nota, ma chissenefrega, ha una bella età e resta un grande, «oggi festeggiamo una mia coetanea», dice parlando della Repubblica, «anzi no, è un anno più giovane di me». Ma poi non molla il microfono fino a che non dice la sua: «Difendiamo la Repubblica da quelli che vogliono demolirla». Di nuovo, sono quelli della prima fila.
Che ci fa sentire uniti
La serata era iniziata con un tramonto romano vista Gianicolo, e il saluto dal palco di Sergio Mattarella. Il presidente scende dal palazzo con la consueta compostezza, ma la facciata è illuminata con il tricolore e l’entrata scenica è sontuosa. È arrivato in grande forma alla fine delle due giornate di festeggiamenti dell’80esimo della Repubblica: «Ricordiamo un percorso che ha legato tante generazioni e tanti territori che ha superato momenti difficili e vissuto momenti esaltanti, risaldando quel vincolo di solidarietà e di appartenenza che ci rende e ci fa sentire uniti», dice, «facciamoci gli auguri». Un applauso lunghissimo, l’ultimo della lunga serie che ha raccolto in questi giorni, si allarga su tutta Roma, siamo sul colle più alto.
Meloni entra in piazza al braccio di Ignazio La Russa: nessuna Santanché è stata in grado di dividerli. Il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti fraternizza il collega dello Sport Andrea Abodi e si butta fra gli atleti, invitati in massa: tutto pur di evitare le domande dei colleghi. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli se ne sta fra sé e sé, defilato e solitario. Quello degli Esteri Antonio Tajani parla a voce alta con tutti, per dimostrare che non è intimidito da chi dice che la famiglia Berlusconi non lo sopporta più. Matteo Salvini non c’è, non era alla parata militare e ora non c’è alla festa di Mattarella. C’è Francesco Gaetano Caltagirone, ed è una notizia.
Platea lato sinistro
Le sedie sono divise per settori, il settore Rai – direttori, dirigenti e aspiranti – è di gran lunga il più zeppo, segno inequivocabile che in azienda si fiutano cambi di potere e ci si muove di conseguenza. C’è anche l’opposizione, quella che la mattina ha disertato la parata militare: Elly Schlein in abito scuro si accompagna a Betta Piccolotti e Nicola Fratoianni, poi si alza per salutare Carlo Calenda. Più in là Angelo Bonelli, Giuseppe Conte, un passo oltre Massimo D’Alema. Parlamentari democratici alla spicciolata: Walter Verini, Federico Fornaro, Anna Rossomando, Valeria Valente, Laura Boldrini.
Lo spettacolo è un varietà, ma di lusso: la soprano Cecilia Bartoli si acconcia a cantare Te voglio bene assaje, i jazzisti Danilo Rea e Paolo Fresu duettano al cielo sulle musiche di Nino Rota, Carlo Verdone racconta la storia della sua vita a Luca Barbarossa, Carolina Crescentini legge Elsa Morante, Luca Zingaretti legge una lettera di Aldo Moro alla moglie scritta negli ultimi giorni di prigionia, che scatena l’applauso più lungo, insieme a quelli sulle immagini di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Giuseppe Bergomi e Alessandro del Piero ricordano le due Coppe del mondo vinte nel 1982 e nel 2006, e non si capisce perché non chiamino sul palco Damiano Tommasi, che ha vinto uno scudetto della Roma e oggi siede in platea con fascia tricolore, è sindaco di Verona. Cristiana Capotondi legge Alda Merino sulle vittime di mafia. Uno strepitoso Flavio Insinna legge Marcovaldo di Italo Calvino sulle folle dei consumatori immaginari, siamo ai tempi del boom econimico. Massimo Popolizio recita un Antonio Manzini da L'amore ai tempi del Covid 19. Giuliano Sangiorgi duetta con Fresu, Meraviglioso, meravigliosi entrambi. Le campionesse olimpiche Arianna Fontana, Federica Brignone e Bebe Vio salgono sul palco per una volta in abito da sera.
Il finale è il filmato di Roberto Bolle che danza il Va pensiero all'interno del Quirinale. Piove, Giorgia Meloni aspetta nervosamente la fine dello spettacolo.
Mattarella resta fino alla fine sorridente, seduto accanto alla figlia Laura. Rifiuta persino l’ombrello: dopo il miracolo che ha fatto, cioè far digerire la storia di ottanta anni di Repubblica a un governo riluttante, che viene dalla storia contro la Repubblica, due gocce d’acqua, che vuoi che siano.
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