Di vittime eccellenti, tra palinsesti sfrondati, talent fuggiti e scivoloni non evitati, TeleMeloni in tre anni ne ha fatte parecchie. Ora, però, a pagare il prezzo più alto dell’“operazione egemonia” della tv pubblica potrebbe essere un intero partito. La Lega sembra aver raggiunto il limite massimo di sofferenza. 

La speranza del partito di Matteo Salvini di riuscire a cambiare la natura del carrozzone Rai, partendo dalla realizzazione di un nuovo centro di produzione milanese di cui qualche settimana fa è stata posta la prima pietra nell’area dove è andato in scena l’Expo 2015, sembra ormai più che delusa. Perché puoi portare la Rai fuori da Roma, ma non potrai mai tirare Roma fuori dalla tv di stato.

Incompatibilità

Il problema dei leghisti è che c’è troppa distanza ontologica tra il pensiero del partito e il modo in cui funziona l’azienda. Con un’eccezione, il presidente facente funzione Antonio Marano. Già direttore di Rai2, da pugliese-varesino ha saputo trovare la sua strada nella giungla del servizio pubblico. La questione, obiettano nella Lega, è che il consigliere anziano che è stato preferito due anni fa ad Alessandro Casarin come nome scelto dai leghisti per il Consiglio d’amministrazione, appare fin troppo autonomo nelle sue decisioni. 

L’ultimo episodio che sta facendo drizzare i capelli ai seguaci di Salvini è la probabile proroga di Paolo Del Brocco alla guida di RaiCinema. Sono quasi vent’anni che Del Brocco ricopre quell’incarico, rumoreggiano a destra, era ora di trovare qualcun altro. Qualcuno che sapesse mettere a terra la «narrazione della nazione», come si definisce nello slang meloniano il racconto del Paese. E invece sta per andare in onda un sequel di quanto accaduto a RaiFiction, dove alla fine è stata confermata quella Mariapia Ammirati che, a inizio mandato, non piaceva alla destra. 

Nella riunione del Consiglio d’amministrazione in programma per il 18 giugno dovrebbe essere proposta una proroga di un anno per Del Brocco. Non una conferma a pieno titolo, non una firma su una nomina che né Fratelli d’Italia, né la Lega vogliono intestarsi, considerato che il numero uno di RaiCinema in passato ha lavorato splendidamente anche con il fior fior della dirigenza di sinistra.

Il rinnovo pro tempore ha un altro lato positivo: permette di liberare la casella in maniera più veloce qualora dovesse tornare utile. Anche perché, sostiene qualche maligno, la partecipata resta tra i desiderata dell’ad Rai, Giampaolo Rossi, una volta che avrà terminato la sua esperienza da amministratore delegato. Un’exit strategy con i fiocchi per una governance che quasi certamente – e con la consapevolezza di tutti i coinvolti – anche in caso di nuova vittoria elettorale della destra non sarà rinnovata. Anche a via della Scrofa, infatti, la soddisfazione per l’operato dei dirigenti d’area è quantomeno contenuta. 

Il caso Morelli

In casa Lega tanti puntano il dito contro l’uomo che dovrebbe fare da nesso tra l’azienda e il partito, il responsabile editoria Alessandro Morelli. I detrattori lo accusano addirittura di non essere all’altezza e di non aver trovato alternative quando sarebbero state necessarie per rimpiazzare i vertici “piddini”, come nei casi di RaiPubblicità e Raiway.

Per non parlare delle recenti uscite su una Rai «che non abbiamo saputo cambiare», che ha lasciato a bocca aperta chi lavora con lui sul futuro del servizio pubblico. Non ultimo l’addio all’azienda di Milo Infante, vicedirettore degli Approfondimenti da sempre sostenuto dal partito di Salvini, che ha considerato una prospettiva migliore la Mediaset tanto invisa al leader leghista. 

Sulla proroga di Del Brocco, peraltro, ci sarebbe il placet della sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni, altra voce che ha rassicurato Morelli, che alla fine ha dovuto mettere il suo segretario davanti al fatto compiuto. Anche l’altro elemento di congiunzione sulla direttissima viale Mazzini-via Bellerio, il capogruppo in commissione Vigilanza Giorgio Bergesio, non viene raccontato come una presenza che lascia il segno.

Per non parlare di Giancarlo Giorgetti, che sulla riforma Rai segue ancora un’altra linea. Nella sua audizione davanti all’ottava commissione del Senato ha di fatto preso tempo, ribadendo che è impensabile che nel Cda della Rai non sia presente un consigliere espressione dell’azionista di riferimento (cioè il ministero che presiede). Il destino della riforma, ha fatto capire il ministro dell’Economia, dipende anche dal pronunciamento della Corte di giustizia Ue, che deve dire la sua proprio su questo tema dopo che un altro Paese europeo ha sollevato il conflitto tra il principio dell’indipendenza dalla politica dettato dall’Emfa e il diritto dell’azionista principale a partecipare all’organo di governo dell’azienda.

Insomma, si allontana ulteriormente la prospettiva di portare a casa il testo su cui premono tanto i Fratelli d’Italia. Congelare lo status quo, però, aumenta l’insofferenza di chi in azienda considera i leghisti un punto di riferimento. Chi tira di qua, chi tira di là: eppure, in tempi di traversate del deserto come quella che sta affrontando Salvini, una gamba nel servizio pubblico farebbe più che comodo. Il tema è che la Lega in Rai ha tanti volti, ma nessuno sembra sorridere al segretario. 

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