Mediche di medicina generale e pediatri raccontano i rischi della riforma Schillaci: prendersi cura dei pazienti non significa solo impostare delle terapie, ma prendere in carico le fragilità cercando di attivare servizi e reti del territorio. Davanti al Ministero della Salute la manifestazione dei medici di medicina aderenti al Sindacato medici italiani (Smi) per protestare contro la bozza del decreto di legge sulla riforma della medicina generale
La riforma della medicina territoriale, contenuta nella bozza di decreto del governo ancora in discussione, prova a ridefinire il ruolo dei medici di famiglia e dei pediatri di libera scelta (Pls), dopo anni di tentativi falliti e scontri con le principali sigle della medicina generale. I sindacati dei medici di medicina generale (Mmg) contestano soprattutto il vincolo orario obbligatorio nelle Case di Comunità (CdC) e l’ipotesi di introdurre, anche in forma residuale, medici di famiglia dipendenti dal Sistema sanitario nazionale.
Nella mattina di giovedì 28 maggio la contrarietà è divenuta protesta: il Sindacato medici italiani (Smi) ha svolto un presidio davanti al ministero della Salute. La manifestazione ha visto la presenza di «cinquecento medici da tutta Italia» per affermare la contrarietà alla riforma della medicina generale. Pina Onotri, segretaria generale Smi, ha detto che se le richieste non verranno ascoltate, non sarà escluso uno sciopero con la conseguente chiusura degli ambulatori.
La crisi delle reti territoriali
Per le sigle sindacali dei medici di medicina generale il rischio è duplice: da un lato lo “svuotamento” del rapporto fiduciario con i pazienti, dall’altro una possibile «fuga di massa verso il settore privato». Anche i pediatri contestano la riforma: a preoccupare sono sia il possibile indebolimento del rapporto di fiducia e la continuità con famiglie e piccoli pazienti, sia l’estensione dell’assistenza fino ai 18 anni, prevista senza nuove risorse.
Un dato, in questo scenario, è certo: la medicina territoriale è in crisi. Invecchiamento della popolazione, aumento delle cronicità, privatizzazione della salute e povertà sanitaria hanno trasformato il lavoro della medicina generale, sempre più chiamata a compensare le carenze delle reti territoriali. Per questo diversi osservatori della salute pubblica sostengono da tempo la necessità di rafforzare le cure territoriali attraverso le Case di comunità, dove dovrebbero lavorare molteplici figure sanitarie.
Sullo sfondo pesa anche il tema degli equilibri di potere in cui rientra il ruolo dell’Enpam, l’ente previdenziale privato di medici e odontoiatri, di cui il presidente nazionale Fimmg, Silvestro Scotti, è vicepresidente vicario. Al 31 dicembre 2024 il patrimonio dell’ente era pari a 27,86 miliardi di euro.
Una cifra considerevole che continua a pesare anche negli equilibri del dibattito sulla riforma: l’ultima bozza, infatti, non esclude del tutto la possibilità di Mmg dipendenti del Ssn, con un possibile impatto sugli introiti del fondo. Ma la discussione intorno alla riforma non riguarda solo equilibri di potere, ma anche al destino del lavoro di professioniste e professionisti e dei loro pazienti.
Perdere la continuità delle cure
Tre mediche di famiglia del Veneto si sono riunite in uno studio del territorio per spiegare a Domani cosa cambierebbe nel loro lavoro con l’approvazione del decreto: «Il nostro lavoro è full time – spiega Anna Realdi – quello che i pazienti vedono scritto è solo quello delle visite». La dottoressa racconta che sono operative «dalle 8 alle 19» tra visite, telefonate, certificati Inps, cartelle cliniche, mail e ricette. A questo si aggiungono le visite domiciliari alle persone fragili: «Spesso, per l’alto numero di richieste tra visite programmate ed altre urgenti, non riusciamo ad andare noi e siamo costrette a pagare delle colleghe in sostituzione».
A fronte di questa mole di lavoro, per Marialuisa Stanco, il rischio reale della riforma che le porterà anche nelle Case di comunità «sarà la perdita della continuità delle cure, quello che ha permesso alla medicina generale di essere riconosciuta come porto sicuro».
Il sistema immaginato dalla riforma, per le dottoresse, produrrà dispersione: «Vedendo pazienti sempre diversi senza continuità – spiega Stefania Lana – sarei costretta a ricominciare ogni volta con visite ed esami diagnostici». La dottoressa Stanco racconta che durante sostituzioni per maternità o malattia, molti pazienti evitano l’ambulatorio perché non si fidano dei sostituti: «Le persone cercano un punto di riferimento conosciuto e costante».
«Non siamo contro le Case di Comunità»
La continuità assistenziale, per le dottoresse, può essere garantita solo da un rapporto di fiducia: «Una paziente caregiver per anni si era presentata in studio parlando solo del marito – racconta Lana – poi ha chiamato per un suo problema latente: ci siamo prese un’ora solo per lei dove ho scoperto che da anni non riusciva a prendersi cura di sé stessa».
Una presa in carico di questo tipo, continua Realdi, rischia di diventare più difficile «in un sistema di turnover, così com’è disegnato nel testo della riforma».
Ma le critiche non riguardano l’idea delle Case di comunità in sé. Le mediche, infatti, raccontano di non essere contrarie alla possibilità di lavorare con un contratto da dipendenti del Ssn: «Se avessimo tutte le tutele del pubblico lavoreremmo stabilmente nelle Cdc, magari in piccole equipe organizzate per garantire la stessa continuità ai pazienti».
Dello stesso avviso è anche il pediatra romano Silvano Ricci, secondo cui le CdC potrebbero costituire «una fantastica opportunità» per modernizzare la medicina territoriale e superare «quella logica ospedalocentrica che evidentemente non funziona e costa cara al Ssn».
La riforma di cui tutta la popolazione avrebbe bisogno «avrebbe dovuto essere pensata in concerto con le associazioni di categoria e dei cittadini e non calata dall'alto in fretta e furia».
Secondo Ricci, se la riforma venisse approvata, potrebbe risentirne anche la capillarità del servizio: «A causa di tagli e revisioni, il numero effettivo di CdC è praticamente dimezzato rispetto a quanto immaginato agli albori del percorso», con il rischio di una «penalizzazione dei territori più lontani dai grandi centri urbani, che vedranno allontanarsi le cure di prossimità»
Ricci conclude: «Parlo da pediatra e posso dire che le famiglie non rinuncerebbero tanto facilmente al servizio per come è strutturato adesso, basato sul rapporto uno ad uno, per cui basta uno sguardo per capire se un bambino che conosco da quando è nato ha qualcosa che non va».
Se questo rapporto dovesse venire meno, «sarebbe una ghiotta occasione per la sanità privata, che non tarderebbe ad occupare questo vuoto».
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