Il partito di Matteo Salvini contesta la clausola della fiscalità generale voluta dai meloniani per compensare l’eventuale riduzione del canone: l’opzione rende la norma non neutrale economicamente e a metterci i soldi dovrebbe essere il ministero dell’Economia. Una quadra da trovare prima di procedere con l’approvazione e dopo le elezioni scegliere il nuovo cda
Un dettaglio, nel contesto di una legge di Bilancio per il 2027 che è già orfana subito dopo essere uscita dal Consiglio dei ministri, ma che apre l’ennesimo fronte di scontro tra Fratelli d’Italia e la Lega. In realtà, lo scontro che sta rallentando i lavori della commissione Bilancio sulla riforma della Rai non dipende direttamente dalla manovra, ma la questione è comunque economica.
Un passo indietro: il testo della riforma è stato ultimato in realtà settimane fa, è pronto in commissione per arrivare in aula a palazzo Madama. La data fissata è il 26 novembre, una data piuttosto lontana rispetto a quando sono stati chiusi i lavori in commissione Trasporti. La ragione è stata il fallimento delle trattative di Ignazio La Russa per il riavvio della commissione Vigilanza Rai: le opposizioni avevano chiesto di avere voce in capitolo, di fronte alla decisione della maggioranza di andare dritta anche i margini per il ritorno a palazzo San Macuto sono evaporati. A quel punto, sembrava che la riforma fosse finita sul binario morto e se ne sarebbe riparlato all’inizio della prossima legislatura (con buona pace delle conseguenza dell’European Media Freedom Act, tecnicamente entrato in vigore ad agosto 2025 e che potrebbe costarci una procedura d’infrazione in caso di mancato adeguamento della legge che regola la governance del servizio pubblico).
La via della riforma
Colpo di scena, la maggioranza – soprattutto Fratelli d’Italia – spinge ancora per portare a casa la legge entro fine legislatura. I fronti, però, si sono inaspriti: ora i leghisti, sul piede di guerra anche per quanto riguarda i tagli alla scuola, contestano i costi che deriverebbero dalla riforma. Per dare infatti luce verde alla possibilità di tagliare il canone tanto voluta dai leghisti i meloniani hanno introdotto una clausola compensativa: se il canone viene tagliato, l’ammontare mancante va compensato attraverso la fiscalità generale.
Una norma che politicamente lega la Rai ulteriormente alla volontà politica del governo in carica e che economicamente non rende la legge più neutrale dal punto di vista economico, visto che a metterci i denari mancanti dovrebbe essere il ministero dell’Economia guidato da un altro leghista, Giancarlo Giorgetti. Questo eventuale incremento non piace alla Lega, che non vorrebbe destinare ulteriori fondi pubblici alla Rai, ma FdI non è disposta a ridurre i fondi complessivamente a disposizione della Rai. Di qui, le barricate su cui è salito il partito di Matteo Salvini, creando uno stallo che dura da diverse sedute della commissione Bilancio.
Lo scontro si inserisce nelle trattative complessive sulla legge di Bilancio e il futuro dell’azienda, anche se da via della Scrofa arriva già un ragionamento di massima sui prossimi mesi in Rai: se infatti, come sembra probabile, le elezioni politiche saranno fissate in primavera, il consiglio d’amministrazione attuale potrebbe arrivare a durare anche parecchio oltre. La consapevolezza è che anche il Quirinale non benedirebbe un cambio di vertice molto prossimo al voto. Se si scavallassero le urne, bisognerebbe aspettare la formazione del nuovo Parlamento, ragion per cui si può prevedere che il cda attuale resterebbe in carica fino a dopo l’estate. Nel frattempo, si litiga sul canone.
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