La resa dei conti all’interno della maggioranza, consumata sulle spalle di una delle principali promesse del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) in materia di sanità territoriale, si conferma l’ennesimo terreno di scontro interno per il governo. La bozza elaborata dal ministero della Salute per ridisegnare la medicina generale e dare una struttura alle Case di comunità (Cdc) è stata di fatto bloccata dalla stessa maggioranza che avrebbe dovuto portarla in aula.

Contro il "tecnico” del governo

Come confermato dalle prime ricostruzioni di Repubblica, il testo del ministro “tecnico” Orazio Schillaci, ha subìto una frenata proprio sul nodo dell’inquadramento dei medici di medicina generale (Mmg), che prevedeva una riforma della convenzione, affiancata da forme di dipendenza limitate al loro ruolo dentro le Case di comunità. Tema che, fin da subito, i sindacati avevano contestato con forza: non solo esponendo la questione al ministero e alle Regioni, ma anche ai parlamentari di maggioranza “alleati”, arrivando a minacciare uno sciopero generale di categoria. 

Il vicepremier Antonio Tajani aveva ribadito fin da subito la linea di partito: «Va escluso pensare di far diventare i medici di famiglia (…) lavoratori dipendenti del Sistema sanitario nazionale», parlando di «soluzioni pasticciate e burocratiche». Anche Lega e Fratelli d’Italia continuano a dirsi contrari all'ipotesi di trasformare medici di famiglia e pediatri di libera scelta (Pls) in dipendenti pubblici. 

Non è la prima volta che un provvedimento strategico del governo Meloni viene rallentato o riscritto per effetto delle tensioni interne alla maggioranza: dall’autonomia differenziata, passata attraverso forti correzioni e il successivo intervento della Corte costituzionale, alle continue mediazioni sulla riforma fiscale, fino alle divisioni sul percorso della riforma della giustizia, bocciata dal referendum costituzionale del marzo 2026.

Ma dopo anni di tentativi mancati di riforma della medicina territoriale, il risultato odierno è uno stallo autoimposto: se il Sindacato medici italiani (Smi), in una nota, parla del «prevalere del buonsenso», d’altra parte ora bisognerà decidere se riscrivere il testo oppure rinviare l’intervento a un confronto più ampio con Regioni, sindacati e Parlamento. Ma il tempo è tiranno: il Pnrr impone che entro il 2026 la sanità territoriale sia pienamente operativa, con Case di comunità funzionanti e un modello organizzativo definito. Senza questi passaggi, il rischio è che l’investimento europeo si traduca in infrastrutture incomplete e prive di reale capacità di presa in carico.

Scatole vuote, promesse mancate

«Ogni giorno emerge una nuova conferma del fallimento del governo Meloni sulla sanità, ora si aggiunge anche il caos sulle Case e gli ospedali di comunità», commenta la senatrice Pd Ylenia Zambito, secondo cui la destra «annuncia riforme che non riesce a realizzare e scarica sui cittadini il prezzo della propria incapacità di governare».

Duro anche il deputato del Movimento 5S, Andrea Quartini: «Oltre ai tagli al numero delle strutture e all’incapacità nel realizzarle, ora queste rischiano di restare delle scatole vuote senza la possibilità di erogare servizi». Quartini rilancia: «Meloni e Schillaci hanno preferito raccontare bugie su record inesistenti e fare promesse sullo sblocco del tetto alla spesa per il personale che non sono mai state mantenute». Il risultato sarà «lo spreco della più grande occasione mai avuta dalla sanità pubblica italiana».

C’è poi un dato di realtà incontestabile: le cure primarie, per come sono attualmente organizzate, non sono in grado di rispondere ai bisogni epidemiologici e demografici della popolazione. «Abbiamo un'alta prevalenza di malati cronici – spiega il dottor Alessandro Nobili, capo del dipartimento di Politiche pubbliche per la salute dell’Istituto Mario Negri – spesso pluripatologici». Una serie di fragilità che comportano una riorganizzazione del territorio in équipe «che possano lavorare sia in ambito sanitario che sociale, valutando i bisogni dei pazienti, per poi definire gli interventi multidisciplinari nelle Case di comunità».

C’è dunque bisogno di una riforma radicale della medicina del territorio, ma non si è tenuto conto della mancanza di «medici e infermieri, assi portanti della riforma». Ad oggi, non sarebbe possibile far lavorare tutti i medici di base nelle Cdc, «ma queste ultime rappresentano ancora il luogo dove i medici potrebbero avere un ruolo di regia. Qui si potrebbero organizzare per fare in modo che la presa in carico di un paziente consenta di rispondere, in maniera coordinata e integrata con altri operatori, ai suoi bisogni di cura».

Insomma, quel che è mancato finora è una progettualità condivisa per definire le basi per una riorganizzazione dell'assistenza territoriale. Una situazione che fotografa bene l’incapacità del governo nell’utilizzare le risorse europee per costruire una sanità più vicina alle persone, «invece abbiamo ritardi, divisioni e assenza di visione - conclude Zambito –  È il bilancio di quasi quattro anni di governo: tanti annunci, pochi risultati e una sanità pubblica sempre più in difficoltà».

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